Rotta verso il mercatoI politici che oggi criticano hanno distrutto Malpensa

I politici che oggi criticano hanno distrutto Malpensa

La vendita a fine 2011 di una quota di SEA, la società che gestisce gli aeroporti di Malpensa e Linate, è il presunto scandalo che riempie i giornali e fa parlare tutta la politica milanese, ma le parole dei politici che arrivano all’ orecchio del cittadino non sono molto utili né alle sue esigenze di viaggio, né alle casse del Comune di Milano, né alle imprese lombarde.
Il presupposto dello scandalo dovrebbe essere un danno, ma nemmeno si capisce quale danno possa esserci stato, mentre a parlarne sono quelli che per più di un decennio hanno continuativamente danneggiato, per una cifra valutabile facilmente oltre il miliardo di euro, SEA e i suoi proprietari, il Comune e la Provincia di Milano e questo senza tener conto dei danni ai lavoratori che hanno perso il posto, a quelli che avrebbero potuto trovarne uno, dei danni all’ economia lombarda, dell’ aver sprecato un enorme investimento, Malpensa, che non è messo in condizione di svolgere il compito per cui è stato costruito, della rendita che viene regalata a chi usa Linate aggirando le regole e al riparo della concorrenza. IATA valuta 4.000 posti di lavoro per ogni milione di passeggeri annui e solo con l’ abbandono di Alitalia Malpensa ne ha persi sei milioni.
Tante parole spese su un’ intercettazione telefonica e nessuna assunzione di responsabilità, nessuna disponibilità a rimediare agli errori fatti per inseguire il consenso a scapito della crescita economica, nessuna retromarcia sulle scelte che tarpano le ali al sistema aeroportuale e mettono l’ economia lombarda in serie B, emarginano Milano, unico centro finanziario mondiale mal collegato con gli altri e costano di migliaia di posti di lavoro.

E’ paradossale e ipocrita che politica e stampa rivolgano l attenzione solo al rispetto formale delle regole, le quali sono lì per garantire che il Comune venda al miglior prezzo, quando questo prezzo era in partenza dimezzato a causa di decisioni errate dei politici, che la stampa locale ha sempre sostenuto quasi unanime, inneggiando al lassismo e alla miopia.
E’ assurdo e un po’ indecente che un politico critichi la vendita di Malpensa, ipotizzando che con l’ ipotetica turbativa d’ asta il Comune di Milano abbia perso qualche euro, se questo politico ha fatto in modo che Malpensa non fosse più hub e ancora fa in modo che non lo sia, con la perdita di milioni di passeggeri ogni anno dal 2008, dei relativi introiti e profitti e dunque con enorme danno per le casse del Comune, sia per i mancati dividendi sia per la svalutazione del prezzo che ora può chiedere se vende SEA.
E’ come criticare le modalità di vendita di un cavallo a cui si sono spezzate le gambe.
Di vendita di azioni SEA si sente parlare da oltre un decennio, un primo tentativo di quotazione in Borsa fu abbattuto nel 2001 insieme alle Torri Gemelle, perché Osama Bin Laden mise in ginocchio l’ aviazione mondiale. I successivi sviluppi negativi di Malpensa non consentirono di vendere ad un valore vicino al potenziale, finché la giunta Moratti si è rassegnata a non pretenderlo più, rispolverando l’ idea della Borsa per fare cassa mantenendo il controllo e ha fatto partire l’ iter di quotazione, ma con la crisi dello spread la Borsa è scesa molto e la giunta Pisapia ha dovuto constatare che una quotazione potrebbe avvenire solo a prezzi di saldo. Un fondo di private equity, che ha una logica di lungo periodo che va oltre la crisi economica, può offrire molto di più e così è nata l’ idea del bando d’ asta con F2i come sbocco probabile. Finanziariamente era l’ unica cosa logica da fare, se si voleva incassare a Natale e oggi a marzo vale lo stesso, è improbabile che dando corso alla proposta di portare SEA in piazza Affari fatta da Stefano Boeri, assessore e massimo rappresentante del centrosinistra, il Comune di Milano possa incassare quanto con una nuova vendita all’ asta che non avrebbe alcun bisogno di essere pilotata, perché F2i partirebbe enormemente avvantaggiata dalla quota che già possiede, sempre che l’ acquisto non venga annullato in seguito alla questione della telefonata intercettata.

Avrebbe senso vendere ad un prezzo minore, perdere magari decine di milioni per vendere in Borsa ed evitare sospetti di favoritismo? No, si getterebbero soldi al vento, con la probabile beffa perché F2i sarebbe libera di rastrellare immediatamente le azioni e approfittare dello sconto, per non parlare dei rilevanti costi di una quotazione effimera. La vendita di una seconda tranche comporterebbe la perdita del controllo su SEA da parte del Comune, che si ritroverebbe in mano una quota residua svalutata e ritengo abbia ragione chi come Carlo Masseroli, capo dell’ opposizione di centrodestra a Palazzo Marino, dice che è meglio vendere tutto, incassando il premio di controllo oppure non vendere. Sul blog di Carlo Masseroli ospitato da linkiesta ho letto un breve scritto in cui ha anche affermato che non è solo questione di prezzo, che SEA va venduta solo a chi porti con sé una linea aerea che riapra un hub a Malpensa. Buona idea, se non fosse totalmente irrealistica, qualcosa che un politico non avrebbe mai dovuto dire. Un vettore hub per Malpensa non si trova sugli scaffali dei supermercati e nemmeno il più grande operatore aeroportuale del mondo potrebbe trovarne uno, nessuno aprirà mai un hub a Malpensa a queste condizioni. L’ affermazione di Masseroli da una parte mette in luce il destino di Malpensa come aeroporto intercontinentale, individuandolo correttamente come l’ obiettivo non economico che il Comune dovrebbe perseguire con SEA, d’ altra parte ha aspetti imbarazzanti.

Malpensa fu scelto come hub dall’olandese KLM, a cui l’ aeroporto di casa ad Amsterdam stava stretto e che si fidanzò con Alitalia proprio per poter sfruttare anche Malpensa. KLM si ritirò nel 2000 quando capì che l’Italia non avrebbe mai mantenuto l’impegno di ridimensionare Linate, premessa indispensabile perché a Malpensa si possano guadagnare soldi anziché perderli. Nel marzo 2008 fu la volta di Alitalia a fuggire, sempre per lo stesso motivo. Nell’ autunno il nuovo padrone dell’ Alitalia privatizzata Colaninno forse bluffò quando disse che avrebbe rispolverato Malpensa se Linate fosse stato chiuso, ma nessuno volle vedere il bluff, forse perché già era stato individuato un nuovo “hub carrier” in Lufthansa, arrivando a elaborare un piano ben dettagliato e preciso, “tedesco”, ma tenuto semi-segreto, il Piano Scala, che avrebbe portato nel tempo i Tedeschi a costruire in brughiera un hub molto più grande sia di quello che Alitalia vi gestiva fino al 2008, sia di quello che ha ora a Fiumicino. Milano avrebbe avuto di nuovo un hub e che hub, Malpensa avrebbe almeno affiancato l’ aeroporto romano nella classifica italiana, salendo tra i maggiori europei. Poco stupisce che anche questo piano sia stato sabotato da chi favorisce altri interessi molto più ammanicati politicamente e impone una visione molto miope, perché i passeggeri che non partono per il mondo direttamente da Malpensa vanno ad arricchire non tanto Fiumicino e l’ Italia, ma gli aeroporti d’ oltralpe e le loro linee aeree, tra cui spicca Air France, che desidera Malpensa rachitica per sempre.
Per quel che riguarda il nostro argomento, se il Piano Scala fosse stato attuato, i ricavi e i profitti di SEA sarebbero enormemente aumentati, insieme al suo valore. Un Comune di Milano desideroso di monetizzare il suo investimento avrebbe potuto incassare forse un miliardo di euro in più.

Anche i Tedeschi si sono ritirati nello scorso ottobre, stanchi di sopportare le perdite della loro filiale italiana, che aveva atteso oltre un anno per ottenere da ENAC il Certificato di Operatore Aereo, come se invece di essere un gigante dei cieli fosse stata una linea aerea neonata, che deve dimostrare di saper far volare gli aerei con sicurezza. Ancora era stata respinta la sua richiesta di avere i diritti per poter volare sulla redditizia rotta da Malpensa a Tel Aviv, per cui le è stato preferito qualcuno che vola saltuariamente, ma non impensierisce Alitalia. Della giunta Moratti né il sindaco né l’ assessore Masseroli né altri hanno mai difeso Lufthansa, nonostante il doppio interesse, quello patrimoniale oltre che quello politico di favorire la città. Mai hanno osato contraddire il diktat che proveniva dai palazzi romani, sono stati un pessimo proprietario di SEA e, in materia di aviazione, politicamente evanescenti. Nel 2011 con Christoph Franz è arrivato al vertice di Lufthansa qualcuno che per anni, da capo di Swiss che ha saputo risanare, ha ripetuto che non ci può essere un hub a Malpensa finché Linate è aperto. Naturalmente ha staccato subito la spina.

KLM, Alitalia e Lufthansa, dopo aver perso somme considerevoli nell’ attesa di un cambio politico che non è mai arrivato, hanno abbandonando l’ idea di voli intercontinentali da Malpensa, che si possono reggere economicamente solo se gli aerei viaggiano pieni, ma per riempirli ci vorrebbero i passeggeri di tante città che invece vengono fatti atterrare a Linate. È antieconomico, un’ impossibile duplicazione di costi, che una linea aerea voli da Napoli o da Madrid con due aerei per Milano, uno per Linate e uno per Malpensa e Masseroli dovrebbe saperlo, diventa demagogo se fa credere ai cittadini che si possa avere la botte piena e la moglie ubriaca, un piccolo aeroporto vicino al centro la cui pista è troppo corta per decollare verso altri continenti e l’ hub a Malpensa, lasciando perdere che Milano ha addirittura un terzo aeroporto a Bergamo che contribuisce a impedire quella concentrazione del traffico che a un hub è indispensabile. Si può avere solo un unico aeroporto non low cost se il traffico totale non è quello di Parigi e Londra, triplo o quadruplo di quello lombardo.

Carlo Masseroli faceva parte della giunta del sindaco Moratti, che può vantare il dubbio record mondiale di aver visto scappare da Malpensa non uno, ma due hub carrier, Alitalia e Lufthansa. Fuor di polemica, che cosa ha fatto per impedirlo, per rimediare? Nulla, perché il suo partito ha tradito Milano fingendo di essere a favore di Malpensa, ma in realtà ha ubbidito perinde ac cadaver alla scelta di Silvio Berlusconi o meglio di Gianni Letta, che per aumentare le chance di sopravvivenza della neonata Alitalia di Colaninno ha fatto di tutto perché l’ aeroporto di Malpensa venisse svuotato a favore di Linate consegnato al quasi monopolio di Alitalia stessa, una politica che prosegue di fatto con questo Governo, in cui Passera ancora non ha concesso i diritti nemmeno per un singolo volo, quello che Singapore Airlines vorrebbe fare per New York, nascondendosi dietro ad un presunto divieto dell’ Unione Europea che qui su Linkiesta abbiamo dimostrato non esistere.

Lungi da me l’idea di attribuire tutte le colpe al centrodestra, che però ha la responsabilità massima per aver imposto con Gabriele Albertini e mantenuto con Letizia Moratti l’idea sbagliata, esiziale di mantenere a Linate un numero di voli incompatibile con il corretto funzionamento di Malpensa, se l’aeroporto in brughiera deve servire non solo da scalo secondario per low cost, destinazioni minori, charter, cargo e qualche occasionale volo intercontinentale. E non dimentichiamo Ignazio La Russa, che promise di sdraiarsi sulla pista di Linate se qualcuno ne avesse imposto il ridimensionamento. Perché? Perché a La Russa importano solo i desideri della sua base elettorale di origine siciliana, sensibile alla comodità di Linate e chi se ne importa se a Malpensa ci sono migliaia di cassaintegrati e che importa se i siciliani faticano ad approfittare dei collegamenti verso il mondo offerti a Malpensa da Cathay, Singapore, Tam eccetera. E ora La Russa dichiara «Questa vicenda getta ombre pesanti sulla giunta che dovrebbe governare Milano»?
Il centrosinistra locale ha meno colpe del disastro aeroportuale milanese, perché è stato lontano dal potere fino a qualche mese fa e ha poi manifestato un benign neglect, trattando SEA non come lo strumento per rilanciare Milano, ma come una proprietà da monetizzare preoccupandosi al massimo di affidarla a qualcuno come Gamberale che pare conoscere il mestiere. Dai banchi dell’ opposizione non si era comunque mai comportato diversamente dal centrodestra, di cui ha condiviso la miopia lassista. In corso Manforte, a poca distanza da Palazzo Marino, Filippo Penati presidente della Provincia azionista di minoranza di SEA, pure aveva sempre difeso Linate per non rischiare il consenso.

Il centrosinistra ha fatto gravissimi danni al sistema aeroportuale milanese, soprattutto da palazzo Chigi e dintorni. L’ idea di Malpensa hub era stata promossa da Prodi e fu il Ministro dei Trasporti Burlando l’ unico a firmare un decreto tanto azzeccato che oggi nemmeno speriamo di riaverlo mai e che purtroppo venne modificato e annacquato da Bersani in due rate. Poi ci furono D’ Alema, che volle un altro decreto che per accattivarsi i Verdi obbliga tuttora ad un uso delle piste illogico, l’ irresoluto Treu e infine l’ esecutore materiale del delitto, quell’ Edo Ronchi che per improbabili ragioni di pseudo-tutela ambientale bloccò nella notte il trasferimento dei voli da Linate a Malpensa, una decisione che ha buttato a mare un investimento di miliardi, ha avviato Alitalia sulla strada del fallimento, ha provocato la perdita di migliaia di posti di lavoro e relegato l’ Italia al ruolo di nano dell’ aviazione europea. Per finire nel 2008 Padoa Schioppa e Prodi si accordarono con Air France, che per rilevare Alitalia pretese che su Malpensa venisse sparso il sale.
Di questo disastro politico bipartisan, per cui ora il Comune è fortunato se vende SEA a metà di quello che potrebbe valere, si salvano solo Raffaele Cattaneo, storico assessore ai Trasporti lombardo e in parte Formigoni, sostenitore di Malpensa a corrente alternata.

I politici milanesi sono tutti responsabili di quello che non va a Malpensa e in SEA, compresi naturalmente Silvio Berlusconi, che ha sovrinteso impassibile al suo declino e ha imposto al centrodestra locale di deglutire le decisioni ammazza-Malpensa e Umberto Bossi, che tanto tuonò ma ottenne solo il permesso con cui sono arrivati in brughiera gli aerei da Hong Kong, dal Golfo e poco più, oltre a anni di cassa integrazione per dipendenti SEA che, rimettendo a posto il sistema aeroportuale lombardo, ritroverebbero in poco tempo il proprio posto di lavoro.
Malpensa è la “fabbrica” con il maggior numero di dipendenti in Lombardia, ma nessun politico ha mai avuto il coraggio di dire ai lombardi che per avere sviluppo, collegamenti diretti con tutto il mondo indispensabili alle imprese del territorio, per far arrivare a Milano e non altrove gli uomini d’ affari di tutto il mondo, per avere la propria parte del business dell’ aviazione, bisogna almeno dimezzare il vecchio aeroporto di Linate, nessuno dice loro che si deve fare come le altre città europee, che tutte hanno chiuso l’ aeroporto vecchio vicino alla città quando hanno aperto quello nuovo.
Berlino, che aveva tre aeroporti come retaggio dell’ occupazione russa e alleata e di conseguenza è sempre stata irrilevante come aeroporto intercontinentale, ha deciso di prendere il suo posto al sole, ha costruito un aeroporto nuovo più lontano dal centro e ha già chiuso lo storico scalo di Tempelhof. L’ altro aeroporto cittadino di Tegel verrà chiuso il 3 giugno, all’ apertura del nuovo Berlin Brandenburg. Lo stesso aveva fatto Monaco di Baviera, il cui successo spettacolare è l’ antitesi dell’ aborto di Malpensa.

Milano deve scegliere fra imitare i tedeschi o accettare un continuo declino.
La vicenda Linate assomiglia a quella delle pensioni di anzianità, che nessuno osava toccare, per paura di perdere le elezioni. Solo sull’ orlo del disastro si è permesso al cavaliere bianco Mario Monti di eliminarle, ma nemmeno la fuga di Alitalia e Lufthansa ha smosso le acque su Malpensa.
Al centrodestra non piace che gli aeroporti milanesi vadano a Gamberale, che evidentemente non sentono dei loro. Nel centrosinistra alcuni assecondano i desideri sindacali di un padrone pubblico, percepito come più accomodante rispetto ad un privato, infatti ai bei tempi accettava che SEA Handling perdesse 50 milioni l’ anno: queste sono le reali motivazioni per cui si vuole bloccare la privatizzazione di SEA e non sono motivazioni valide.

SEA va venduta intera e non a fette, per massimizzare l’introito e va venduta dopo aver preso la decisone politica che attende da più di dieci anni. Milano non può continuare ad avere una molteplicità di aeroporti, un lusso che in Germania nemmeno si sognano di permettersi, in città con un traffico paragonabile al nostro.
Se mai il consiglio comunale ha discusso seriamente delle necessità strategiche di Malpensa, mercoledì si consentirà uno show a Palazzo Marino a chi è contro la costruzione della terza pista a Malpensa, che non serve oggi ma servirà in futuro e dunque va autorizzata adesso per imporre il divieto di nuove costruzioni intorno al suo tracciato, per impedire la speculazione edilizia.
Tabacci furbescamente è disposto a cancellarla, cianciando della sua inutilità se si spostasse traffico all’ aeroporto di Brescia e dimostrando di non aver capito che un hub funziona solo concentrando il traffico e che, se solo Londra in Europa ha più di due aeroporti, Milano con meno di un terzo del traffico non può averne quattro.
È illusorio sperare che una classe politica tecnicamente impreparata, interessata solo agli “equilibri politici” e mai disposta a prendere decisioni sagge ma impopolari prenda le decisioni necessarie? I politici dovrebbero fare anziché offrirci il triste spettacolo di lotte per il potere e parole inutili.

Bisogna ridurre Linate e naturalmente bisogna ridurre i disagi che ne deriverebbero, istituendo un servizio di collegamento ferroviario di standard europeo, per cui sia disponibile dalla medesima stazione ferroviaria milanese almeno un treno ogni quarto d’ ora verso Malpensa, autorizzando i taxi shuttle che possano offrire un’ alternativa ai 90 euro di costo del taxi, facendo in modo che entro l’ EXPO sia pronta la Pedemontana senza la quale dalle zone a est di Milano raggiungere Malpensa è un’impresa, completando la Tangenziale Nord senza la quale chi arriva in città cozza contro un muro immobile di auto.

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