Le aziende dicano chi sono e le famiglie investiranno

Le aziende dicano chi sono e le famiglie investiranno

Sono in molti quelli che pensano che i mercati finanziari comprino e vendano le azioni sulla base di giudizi che si accendono e spengono in archi temporali molto brevi. L’implicazione è che le imprese quotate, per piacere ai mercati delle azioni, modulano i propri risultati su archi temporali troppo brevi. Perciò finisce che le imprese quotate investono meno di quel che dovrebbero sui progetti i cui risultati si manifestano solo in tempi lunghi.

Alla fine si hanno dei comportamenti miopi e poco lungimiranti da parte di tutti. Urge perciò riformare i mercati delle azioni, in modo tale che gli investitori mantengano i propri denari nelle singole imprese per molto tempo. Si avrebbero così dei mercati azionari meno speculativi, e si avrebbero le imprese che sono incentivate a investire su progetti i cui risultati si manifestano nel lungo termine. Supponendo – il che non è irragionevole – che gli investimenti con un orizzonte molto lungo iniettino nel sistema una maggiore produttività, alla fine si ha una maggior crescita dell’economia e quindi dei redditi, inclusi quelli degli azionisti.

Insomma, la finanza deve finalmente essere il tramite fra i risparmi delle famiglie e gli investimenti che abbiano un certo respiro. Così come è adesso la finanza è una specie di lotteria ad uso e consumo degli speculatori. Ci vuole, insomma, una sorta di patto dei produttori: le famiglie che risparmiano e le imprese che investono.

Quanto appena detto suona piuttosto ragionevole (ciò che è razionale è reale). Ottimo, ma le cose sono messe diversamente (ciò che è reale è razionale). Per cercare una risposta alla realtà che contraddice la ragione, posso raccontare quello che ho visto, avendo lavorato prima nell’industria e poi in finanza.

Le imprese – soprattutto quelle gigantesche – sono conosciute da pochissime persone anche al loro interno. Il bilancio fotografa una situazione, ma non mostra l’anima delle cose. Le imprese, infatti, possono essere messe male strategicamente, mentre il loro bilancio mostra un andamento corrente buono. Vale anche il contrario, ossia un bilancio cattivo e un futuro radioso. L’anima delle imprese la si conosce solo lavorando all’interno e solo in certe e silenti funzioni. La si conosce lo stesso in parte, perché il futuro è ignoto persino agli dei. Ergo, l’investitore non può che avere delle conoscenze vaghe – naturalmente in sede pubblica fa finta di averle profonde mostrando numeri e grafici – sulle imprese in cui investe.

Si ha perciò un’asimmetria informativa di notevole entità. Le imprese conoscono bene se stesse e ignorano il futuro, chi investe non conosce le imprese con la stessa profondità, e ovviamente ignora il futuro. Per questa ragione chi investe non compra le azioni e aspetta anche per decenni, fidandosi dei massimi dirigenti delle imprese. Compra le azioni se distribuiscono un dividendo solido. Il dividendo solido è una assicurazione contro l’asimmetria informativa. Io so nulla, ma il dividendo solido mi preserva dagli errori di valutazione. Oppure compra le azioni contando che altri le comperino dopo di lui a un prezzo maggiore. Non sono le informazioni approfondite sulle imprese che contano, quanto i cicli di mercato.

È davvero sbagliato comportarsi così? Le imprese nuove hanno un tasso di mortalità nella prima infanzia molto elevato. Le nuove imprese sopravvissute all’infanzia si irrobustiscono. Ma, lo stesso, non riescono a sopravvivere molto. Se si prendono le aziende che erano nell’indice Dow Jones Industrial cento anni fa, oggi ne troviamo solo una ancora in vita (la General Electric). Insomma, le imprese hanno una mortalità infantile maggiore di quella umana, e una speranza di vita inferiore.

Gli investitori professionali hanno l’ossessione di sapere poco sulle imprese quotate. Ossessione che combattono puntando sui dividendi e sui cicli di mercato. Gli investitori sanno che le imprese hanno una speranza di vita simile nell’infanzia a quella degli umani nei paesi sottosviluppati e nella vecchiaia inferiore a quella degli umani dei paesi sviluppati. Perché mai dovrebbero accorrere lieti a investire per molti anni nelle imprese quotate basandosi alla fine solo sulla fiducia nelle capacità dei loro dirigenti?

(Giorgio Arfaras è direttore della lettera economica del Centro Einaudi)