Nella città di Kant “Il voto? Temiamo i brogli di Putin”

Nella città di Kant “Il voto? Temiamo i brogli di Putin”

KALININGRAD (Russia) – Valerij parla un po’ di tutto. Della vita a Kaliningrad, del rinnovamento della sua università, intitolata a Immanuel Kant, del lavoro al porto, l’unico della Russia a non ghiacciare durante l’inverno. E di elezioni: «Mi piace Prokhorov, sono un liberale», rivela. «Ma che fine farà il mio voto nell’urna? Potrebbe uscire diverso». Alza le spalle, non c’è indignazione. Quasi che ai brogli elettorali, qui in Russia, ci si sia ormai abituati. Almeno a Kaliningrad si discute di politica con più libertà. Uno dei vantaggi di essere un’exclave: una scheggia di territorio russo incastrata in mezzo all’Unione europea, tra Polonia e Lituania. Le merci entrano con dazi agevolati, i cittadini escono più agevolmente grazie a visti più veloci, l’Europa è un’esperienza quotidiana: «Per me è più facile ed economico arrivare a Varsavia che a Mosca», racconta Valerij.

È per difendere questa sorta di statuto speciale che 10mila cittadini di Kaliningrad hanno manifestato nel gennaio del 2010. In piazza della Vittoria e lungo Leninsky Prospectk, arteria pulsante e sconnessa della città: la prima grande espressione di malcontento della Russia putiniana. «Un’esperienza davvero nuova per questo Paese», dice Julia Zhuravleva, 20 anni, studentessa di giornalismo. A scatenare la protesta era stata una nuova tassa sui trasporti voluta dal governatore della regione, Georgy Boos, alto funzionario di Mosca, uomo legato al premier Vladimir Putin. E la rivendicazione di autonomia ha avuto successo. All’inizio del 2011 il presidente Dmitri Medvedev lo ha sostituito con un funzionario locale, Nikolay Tsukanov, ex sindaco di Gusev, cittadina della regione.

«Qui è un po’ diverso dal resto della Russia», riconosce Alexey Milovanov, 31 anni, direttore di newkaliningrad.ru, il più importante sito di informazione cittadino. «La distanza da Mosca ci rende più indipendenti». Anche nei giorni delle elezioni. Sabato sera lui e una decina di attivisti, giornalisti e blogger, alcuni venuti da Mosca, si sono incontrati per coordinare il racconto e il monitoraggio del voto. In un bar alla moda del vecchio porto dei pescatori, ora completamente ricostruito, all’ordine del giorno non c’è una strategia politica, ma una battaglia per la trasparenza.

«Alle elezioni di dicembre i brogli sono stati sistematici», spiega Alexey. Mette da parte il suo iPad, prende in mano un pastello verde e sulla tovaglietta di carta del ristorante disegna dei piccoli quadrati. «Questa è l’urna, questi sono gli elettori, queste le schede». Il tratto è sicuro, sembra lo abbia fatto molte volte. «Alle ultime legislative le falsificazioni non sono avvenute nei seggi, durante la conta dei voti». Una procedura a cui i giornalisti possono accedere e addirittura scattare fotografie. Né si sono verificati al momento dell’inserimento dei dati nel database centrale, da parte degli uffici elettorali regionali. «No, i brogli sono avvenuti qui», continua Alexey. Ha appena disegnato un’auto, quella che trasporta i voti dai seggi all’ufficio elettorale. E anziché arrivarci con un percorso rettilineo, compie strane deviazioni. «Quelle automobili avevano un sistema Gps e la loro strada poteva essere seguita su uno schermo dell’ufficio elettorale: ne abbiamo viste molte fermarsi in luoghi isolati, anche per 40-45 minuti». Alla fine i dati inseriti nel sistema non corrispondevano a quelli registrati dal presidente di seggio.

Manifesto elettorale di Gennady Zyuganov, candidato alle presidenziali per il Partito Comunista della Federazione Russa

Condomini dell’epoca sovietica vicino all’isola di Kneipof. Qui, si trova il Konigsberg Dom, la cattedrale cittadina

Discrepanze sulle quali molti attivisti hanno basato i loro ricorsi contro i risultati, chiedendo ai tribunali l’annullamento del voto. Ma le istanze accolte sono pochissime, 2 su 2000 secondo l’organizzazione non governativa Golos (http://www.golos.org/news/en), impegnata in questi giorni a monitorare le operazioni di voto. La crescente richiesta di trasparenza ha però trovato un inatteso riscontro da parte del governo. Il presidente Dmitrij Medvedev ha voluto che nei 94mila seggi elettorali fossero installate oltre 182mila webcam, accessibili da chiunque abbia una connessione internet. L’operazione è costata 340 milioni di euro ed è stata presentata come la più grande dimostrazione di trasparenza che la Russia abbia mai visto.

«È tutta una farsa. Le persone potranno sbirciare nei seggi, illudendosi di vigilare», ribatte Alexey, accendendosi l’ennesima sigaretta. Durante lo spoglio e il conteggio della schede la diffusione delle immagini sarà interrotta, per non condizionare chi, nelle regioni della Russia con diverso fuso orario, sta ancora votando. Le telecamere continueranno però a registrare e, a scrutinio concluso, i presidenti di seggio mostreranno in camera il verbale con i risultati. «Dubito che in caso di incongruenze quelle immagini sarebbero accettate come prova da un tribunale», è convinto Alexey Milovanov.

Per queste presidenziali, allora, la strategia adottata da blogger e giornalisti indipendenti come lui resta la stessa. Essere fisicamente presenti ai seggi, scrivere, denunciare, raccontare in maniera diversa la democrazia di Putin. Il sito che dirige fa 35mila contatti al giorno: «Ma una cosa sono le grandi città, un’altra il Paese profondo». Le proteste delle ultime settimane sono nate e si sono diffuse grazie ai social network: «Contro questo tipo di contestazione Mosca non ha grandi armi. Ma è nelle campagne e nella provincia, dove Facebook e Twitter sono parole sconosciute, che a Putin basta promettere salari più alti per blindare il suo consenso». 

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