Gorky ParkOra che ha vinto, Putin ascolti la piazza

Ora che ha vinto, Putin ascolti la piazza

Tutto secondo copione: la vittoria di Vladimir Putin al primo turno, le denunce di brogli, le proteste dell’opposizione che non si rassegna e promette di continuare la battaglia per una Russia più democratica. Già da domani. Con il 50% dei seggi scrutinati nel voto presidenziale, Putin è al 64,3%, i risultati confermano i sondaggi dei giorni scorsi che davano in testa l’attuale primo ministro con largo margine. Ma confermano anche un dato in calo rispetto al 71,3% del 2004. A grande distanza il comunista Gennadi Zyuganov con il 17,1%, il nazionalista Vladimir Zhirinovski con il 6,7%, l’oligarca Mikhail Prokhorov con il 6,9% e il leader di Russia Giusta Sergei Mironov con il 3,66%. Un risultato netto che dovrà essere confermato dalle cifre ufficiali e sul quale peserà, anche se non tanto, l’ombra di qualche broglio. I rappresentanti dell’opposizione che hanno monitorato il voto hanno segnalato numerose irregolarità (circa 3 mila secondo la Lega degli elettori, i seggi erano oltre 90 mila), è improbabile però che esse abbiano potuto inficiare nella sostanza l’esito della consultazione.

Il fatto che i numeri un po’ astratti della vigilia, anche quelli dati dai centri di ricerca più indipendenti o non filogovernativi (come il Levada Center, finanziato dallo statunitense National Endowment for Democracy), siano stati ribaditi nelle urne indica che la volontà degli elettori ha trovato tutto sommato la sua espressione reale del terzo successo putiniano. Per analizzare l’entità delle presunte manipolazioni sarà in ogni caso necessario attendere i rapporti delle organizzioni internazionali come l’Osce o quelle non governative come Golos. Secondo quest’ultima i brogli delle elezioni parlamentari di dicembre avevano sì sottratto milioni di voti al partito comunista e ai nazionalisti, ma non avevano cambiato l’esito finale. Nelle proiezioni di domenica sera si ritrovano l’immagine di un Putin che ha ancora la fiducia della maggioranza dei russi, o almeno di quelli che sono andati a votare, e quella dei suoi rivali che hanno dimostrato la solita pochezza. Sia quelli che si sono presentati alla sfida, sia quelli che sono rimasti esclusi e non sono riusciti a coagularsi in un movimento credibile e forte per coinvolgere una fetta più ampia della popolazione.

Lo Zar tornerà dunque ufficialmente a maggio su quella poltrona che il fido Dmitri Medvedev gli ha scaldato per quattro anni. E dopo i due mandati dal 2000 al 2008 arriva per Putin dunque il nuovo soggiorno nelle stanze del Cremlino, che questa volta durerà sei anni. Un periodo sufficiente per dimostrare che le promesse fatte in campagna elettorale (modernizzazione e aperture democratiche) non rimarranno aria fresca. È questa la sfida più grande per il nuovo presidente, che dovrà saper conciliare non solo le diverse voci che non più armoniosamente provengono dal suo team, ma anche quelle più rumorose dell’opposizione. Sul primo fronte il prossimo banco di prova sarà quello della nomina del nuovo primo ministro, probabilmente non Medvedev, ma qualcun altro non completamente sgradito alla piazza; sul secondo gli antiputiniani hanno ora molto tempo (le prossima Duma verrà eletta nel 2016, Putin rimarrà al Cremlino sino al 2018) per cercare un leader serio e una strategia concreta con cui continuare a soffiare sul collo di Vladimir Vladimirovich. 

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