Ora fa la voce grossa, ma fu Sarkozy a proteggere Assad

Ora fa la voce grossa, ma fu Sarkozy a proteggere Assad

PARIGI – Il regime di Bashar Al-Assad sprofonda e nella sua inesorabile caduta trascina con sé un intero paese in un baratro di violenza e dolore senza fine. Con il massacro di Homs la violenza in Siria ha raggiunto il suo parossismo. Le immagini dei corpi mutilati di donne e bambini nel quartiere sunnita di Karm az Zaytun hanno fatto il giro del mondo ed hanno raccolto unanime condanna. Impossibile infatti non condannare le atrocità di un regime che, parafrasando Verlaine, è « à la fin de la décadence ». Ma mentre la comunità internazionale tentenna e si valuta la risposta di Assad in merito a proposte ‘concrete’ continua il nostro viaggio nei tormentati rapporti tra la Siria e la Francia. In un precedente articolo abbiamo ricostruito in che modo la Francia – spalleggiata dalla Gran Bretagna e con l’aiuto di Turchia, Giordania e Stati Uniti – abbia infiltrato negli ultimi mesi l’Esercito Siriano libero (Esl).

Nell’oscura guerra condotta dai servizi segreti delle maggiori potenze occidentali in Siria gli Stati Uniti, più abilmente, preferiscono servirsi della Turchia per fare il lavoro sporco. La Francia invece, forte della sua storia, gioca in casa e si immola con solerzia, grazie all’appoggio della monarchia saudita, a spezzare l’asse sciita Iran-Siria-Hezbollah e preparare la « Nuova Siria ». No, non siamo in epoca coloniale eppure lo schema ricorda quello del 1920, quando Francia e Gran Bretagna decisero di spartirsi il Medio Oriente. Anche oggi Francia e Gran Bretagna, approfittando del deragliamento di Assad, fanno il bello ed il cattivo tempo preparando con accuratezza e cinismo il dopo-Assad. Lo fanno certamente senza occupare militarmente il paese con eserciti regolari ma occupandolo indirettamente con truppe di guerriglieri stranieri, jihadisti, corpi speciali, agenti segreti ed altre armate occulte. La Francia in particolare ha una ragione in più per condurre la sua guerra segreta in Siria dati i suoi trascorsi storici (la Siria fu sotto mandato francese per ben 26 anni).

Una delle immagini meno disturbanti del massacro di Homs (Afp/ Syrian opposition Shaam Media Group)

Senza dover necessariamente tirare in ballo tutta la storia della Siria moderna – un paese che fu disegnato a tratti di matita rossa e blu dal britannico Sykes e dal francese Picot nel 1916 – ci basta ricostruire, in tempi più recenti, i rapporti tra il partito Ba’ath e la Francia, rapporti particolarmente tormentati ma interessanti per capire tutto quello che sta accadendo oggi. Intanto il partito Ba’ath, attualmente al potere, è un partito d’ispirazione socialista, panarabo e laico. Il partito della « resurrezione » fu creato nel 1944 da Michel Aflaq et Salahedine Bitar allo scopo d’unificare diversi stati arabi in una grade nazione araba. Dettaglio non ininfluente, Michel Aflaq studiò alla Sorbona di Parigi e morì all’ospedale militare Val de Grâce (Parigi) nel 1989. A Parigi Aflaq conobbe e frequentò il suo collega ed amico Salahedine Bitar, co-fondatore del Ba’ath, anch’egli studente alla Sorbona. Insomma il partito Ba’ath fu creato essenzialmente in Francia negli anni trenta. Il nome fu usato per la prima volta nel 1939 quando Bitar e Aflaq crearono il Cerchio della Rinascita Araba (al-ba’th al-‘arabi) ma il primo congresso non si ebbe che nel 1947, a Damasco.

Sin dalle sue origini il partito Ba’ath si batteva per la realizzazione di un’unità politica ed economica dei paesi arabi attraverso la progressiva soppressione delle frontiere e la condivisione delle risorse dei rispettivi paesi. Pur abbracciando il socialismo ed una forma edulcorata di collettivizzazione delle risorse, il Ba’ath rifiutava nondimeno il comunismo e la lotta di classe. Il partito prenderà il potere dal 1963 al 1966 e poi definitivamente nel 1970 fino ai giorni nostri. Avete capito bene, fino ai giorni nostri. 42 anni di indiscusso dominio, come Gheddafi. Insomma se c’è tirannia in Siria questa coincide con la storia intrinseca del Ba’ath di cui Assad non è nient’altro che l’ultimo esponente. Un partito che complice il laicismo (d’importazione francese) riesce a sradicare l’Islam radicale dalla Siria: i Fratelli Musulmani Siriani, impiantati in Siria sin dal ’46, sfuggono alla repressione degli anni ’70 disperdendosi in altri paesi.

Gli effetti dei bombardamenti dell’esercito di Assad a Homs (Afp)

In tempi più recenti, la vittoria del socialista Mitterand in Francia non fu salutata, come invece ci si aspetterebbe, con eccessivo tripudio dagli omologhi baathisti in Siria che pur vantavano una filiazione francese o quantomeno un’ispirazione sorbonarda nel proprio pedigree. Anzi, qualche mese dopo la vittoria di Mitterand, il 4 Settembre 1981, Louis Delamare, ambasciatore francese in Libano, fu assassinato. Il nodo della questione era sempre e solo quello: il Libano. In Francia infatti il deputato Olivier d’Ormesson attribuì immediatamente l’omicidio alla Siria che avrebbe voluto far pagare al neoeletto Mitterand i suoi sforzi diplomatici per risolvere pacificamente la guerra civile che devastava il Paese dei Cedri.

Ma intanto, ecco sulla scena di nuovo i Fratelli Musulmani Siriani: dopo soli cinque mesi dall’assassinio di Delamare, il padre di Assad, Hafez al-Assad, reprime nel sangue una rivolta dei Fratelli Musulmani ad Hama, nel Nord-Ovest della Siria. Il bilancio della carneficina è di circa 20.000 morti. Ma Mitterand tace. Perché ? Prepara la sua vendetta diplomatica con astuzia e lucidità. Nel Marzo del 1982, solo un mese dopo il massacro di Hama, il presidente francese si reca in visita ufficiale in Israele che solo pochi mesi prima aveva definitivamente annesso le alture del Golan, conquistate alla Siria nel 1967. È gelo tra il Ba’ath ed i socialisti francesi. Ma la risposta dei baathisti non si fa attendere. Il 22 Aprile del 1982 il terrorista Carlos organizza per conto del Ba’ath un attentato contro la sede del giornale d’opposizione siriano Al Watan Al Arabi, la cui sede si trovava a Parigi, rue Marbeuf. Un morto e 63 feriti. Senza aspettare la risposta francese il 24 Maggio 1982 una Renault 12 con più di 50 chili d’esplosivo esplode nel cortile dell’ambasciata francese a Beirut. Bilancio: 11 morti di cui 6 membri dell’ambasciata e 27 feriti.

Ma veniamo in tempi a noi più consoni, tempi sarkoziani. Il filo diretto con il Ba’ath in tutti quegli anni non si era mai interrotto malgrado i colpi di scena, spesso drammatici. Nel 2000 Chirac era stato comunque l’unico capo di stato occidentale invitato al funerale di Hafez al-Assad, padre dell’attuale Bashar. Sarkò dal canto suo aveva già visitato il Ba’ath da semplice deputato nel 1997. Quando divenne ministro dell’interno nel 2005 però la situazione è notevolmente peggiorata. La guerra diplomatica con Damasco è al suo acme. In quell’anno Rafik Hariri, primo ministro libanese ed amico personale di Chirac, viene assassinato. La Francia accusa i servizi segreti siriani dell’omicidio. La Siria viene messa al bando dalla comunità internazionale e piovono sanzioni ed embargo commerciali.

Sarkò però non è d’accordo e nonostante la pressione del suo predecessore quando accede al potere decide di cambiare strategia e pur continuando a condannare formalmente il regime di Bashar al-Assad, lentamente ed impercettibilmente, riesce a restituire una verginità alla Siria e a Bashar al-Assad che in quegli anni era divenuto un paria per la comunità occidentale. Sarkò vuole continuare a servirsi dell’appoggio dei servizi segreti siriani e dunque se da un lato usa (gentilmente) il bastone con Assad dall’altro agita la carota del Dst (Direction de la Surveillance du Territoire, il contro-spionaggio francese) che addirittura apre un ufficio regionale a Damasco. Sarkozy ha bisogno della Siria per convincere l’Algeria della bontà del suo progetto di Unione Mediterranea. In realtà non è difficile non vedere in questa iniziativa di Sarkò un estremo tentativo di imporre una presenza neocoloniale della Francia – grazie all’appoggio di altri paesi francofoni del mondo arabo-musulmano – nel Mediterraneo.

Una manifestazione pro Assad nel primo anniversario della rivolta (Afp)

I Siriani non ci stanno, allora Sarkò tenta la carta della disperazione alleandosi con il diavolo: appoggia il candidato di Damasco alla presidenza libanese, Michel Sleimane, poi eletto nel 2008. In cambio, e per la prima volta, i Siriani accettano anche di installare un ambasciatore fisso in Libano. Assad lo annuncia in pompa magna in una conferenza stampa all’Eliseo nel 2008. Due giorni dopo il tiranno Assad si siede nella tribuna presidenziale a Place de la Concorde per assistere alle celebrazioni del 14 Luglio a Parigi. Liberté, Egalité, Fraternité. Piovono critiche da tutte le parti ma Sarkò va dritto per la sua strada. È luna di miele tra i due capi di stato. In quest’ottica la scelta di Sarkozy di spedire a Damasco Eric Chevallier, ex portavoce del socialista Bernard Kouchner, è perfettamente in linea con la storia, tormentata, del rapporto Ba’ath-Francia. Quest’ultimo invita prima il cugino di Bashar, l’odiato e corrotto Rami Makhlouf che gestisce i beni della Siria come se fossero beni di famiglia e poi invita a Parigi addirittura l’ex ministro della difesa Mustafa Tlas, responsabile del massacro di Hama nel 1982.

Ma il 12 Gennaio del 2011, colpo di teatro. Un colpo di stato «parlamentare» orchestrato dalla Siria, provoca la caduta del primo ministro Saad Hariri, sponsorizzato dai Sauditi e dalla Francia. È la fine della luna di miele Sarkò-Assad. Il tono del presidente francese si fa progressivamente più duro. Un mese dopo l’inizio della rivolta la Francia, per bocca del suo ministro degli esteri Alain Juppé, è il primo paese a denunciare le derive di Assad e a chiedere un intervento della comunità internazionale. Oggi Sarkò è il leader occidentale capofila dell’interventismo atlantico mascherato da guerra umanitaria. Esattamente come lo fu per la Libia dell’ex amico Gheddafi.

Twitter : @marco_cesario

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