Se potessi lavorare in un call center in Argentina

Se potessi lavorare in un call center in Argentina

Buenos Aires. Lo aspettavi. Finalmente arriva. Un lavoro, qualsiasi, non importa. Ora c’è. Si dice sempre che all’estero è più facile, che c’è più lavoro, che c’è un’altra mentalità. A volte è un luogo comune, però non sempre. E la differenza si percepisce anche in quello che è globalmente definito “il terzo mondo”. In Argentina, per esempio, lavorare in un call center è molto diverso dall’Italia. Diverso il contratto, diversi i diritti, diversa l’assistenza sanitaria. E poi pagano, alcuni anche bene.

Alberto e Federico sono due ragazzi italiani di trent’anni che vivono a Buenos Aires da più di due anni. Entrambi hanno lavorato in un call center, solo che Alberto lo ha fatto in Italia mentre Federico in Argentina. Confrontare le due realtà lavorative è quasi come paragonare il primo e il terzo mondo, invertendo le posizioni.

L’esperienza argentina di Federico.  «Dopo il colloquio di lavoro e le visite mediche obbligatorie, ho firmato un contratto tipo da impiegato argentino di base. I primi tre mesi di prova (pagati), e una volta finiti il contratto si è trasformato automaticamente a tempo indeterminato.La paga iniziale è di circa 4000 pesos, circa 700 euro netti di stipendio.

Le prime cinque settimane sono state di formazione all’interno dell’azienda e mi sono state pagate come se stessi già sul posto di lavoro effettivo, con un piccolo taglio dovuto al fatto che la formazione durava sei ore al giorno e il lavoro invece otto. La formazione è a discrezione dell’azienda, lasciata totalmente libera di decidere quando e se farla, di solito coincide con le prime settimane dall’assunzione e quindi con il periodo di prova, che è imposto dallo Stato e dura sempre tre mesi. Avere un contratto implica l’iscrizione obbligatoria alla categoria sindacale corrispondente al tipo di lavoro e garantisce una copertura medica standard. Nel mio caso si tratta di un centro di assistenza al cliente che lavora con l’Italia, quindi l’orario è un po’ ostico (4-12 am o, quando cambia l’ora in Europa, dalle 6 di mattina alle 14, ndr) e non è raro vedere qualcuno cedere al sonno nella propria postazione per poi essere svegliato all’improvviso, con relativo sobbalzo e rischio di caduta dalla sedia, da una chiamata». L’orario duro è però compensato dall’ambiente di lavoro ottimo, «perché il call center supporta praticamente tutti i principali paesi d’Europa e quindi mi sono trovato a contatto con ragazzi tedeschi, francesi, africani, argentini e inglesi», conclude Federico.

Un orario duro, quindi, ma che con un paio di ore di riposo nel pomeriggio consente ai ragazzi di svolgere anche altre attività e, soprattutto, garantisce un stipendio fisso di base al di sopra della media – a parità di ore lavorative – che permette di essere piuttosto autonomi. E di cercare un altro lavoro, magari con orari più morbidi. Come ha fatto Federico, che tra poco comincerà a lavorare in un altra società, con un incarico amministrativo, entrerà alle 7.30 di mattina e guadagnerà anche qualcosa in più.

Alberto e il vissuto italiano. «Sono arrivato al call center attraverso un’agenzia di lavoro interinale. Avevo già fatto diversi lavori con l’agenzia e mi ero guadagnato una certa fiducia sulla mia responsabilità e l’impegno, quindi il call center è stato una sorta di premio per me e gli altri migliori iscritti. Dopo una serie di colloqui preliminari ci hanno preso in prova (non pagata) per quattro settimane. Il sistema aveva un aspetto molto moderno: l’azienda possedeva un intero palazzo, noi candidati avevamo accesso al pianterreno dove c’erano ampie sale riunioni. Vedevamo passare chi già lavorava con contratto e saliva ai piani superiori. Il mese di prova era composto da un programma misto: da un lato ti insegnavano a lavorare e dell’altro studiavano le tue capacità e valutavano se eri adatto. Si trattava di un “call center outbound”, ossia uno di quelli in cui devi chiamare le persone per vender loro qualcosa. 

Una volta assunti, ci hanno fatto un contratto di sei mesi in cui lavoravamo quattro ore per cinque giorni alla settimana, con uno stipendio da 500 euro. Nel contratto c’erano clausole strane. Ti impegnavi a non iscriverti mai a un sindacato, a non aprire né chiudere le finestre degli uffici, a non aumentare o abbassare l’aria condizionata o il riscaldamento. Tra le prime due ore e le seconde due ore era concesso un quarto d’ora di pausa che poi scoprii dovesse essere rispettato in modo ferreo dato che i ritardi venivano decurtati dalla busta paga. Si poteva andare in bagno in caso di necessità, ma quasi nessuno ci andava perché ti metteva in cattiva luce. I capi ufficio, quasi tutte donne, ti incitavano ad essere dinamico, aggressivo. Se un potenziale cliente si indispettiva per la tua telefonata, ti dicevano di insistere: «Non c’è problema se non hai venduto», ti dicevano, «richiamalo subito».

Si lavorava in una stanza molto grande con tanti piccoli box, separati tra loro da quadri di plexiglass: vedevi in faccia tre colleghi, ma non li sentivi. Quando qualcuno chiudeva una vendita importante, si stampava il contratto e lo si attaccava alla parete del corridoio d’ingresso. I contratti più importanti erano attaccati in alto e si creava una specie di piramide pubblica basata sull’importo della vendita. Le chiamate che facevamo erano ascoltate, a volte ce lo dicevano, a volte no. C’era un software per la gestione del portafoglio clienti, mi ricordo che gli appunti che lasciavi dopo aver chiamato a volte cambiavano, come se qualcuno entrasse con il tuo utente.

Una volta siamo andati ad ascoltare come lavoravano i venditori di gerarchia superiore, che si occupavano di rinnovare contratti già esistenti, non di chiamare sconosciuti come toccava a noi. La maggior parte aveva sviluppato un tono inquisitorio e imponeva la vendita più che convincere l’interlocutore. Una volta scaduto il contratto da sei mesi, solo a pochissimi veniva rinnovato. Ricordo che nel mio gruppo, di 15 persone, solo a una ragazza fu rinnovato. Gli altri, tra cui buoni venditori, furono comunque mandati a casa: alla compagnia conveniva formare nuove leve piuttosto che tenere quelle già istruite alle quali avrebbero dovuto aumentare lo stipendio. Io, comunque, mi ero già licenziato per venire in Argentina». 

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