Wang Shu, il nobel dell’architettura nel secolo cinese

Wang Shu, il nobel dell’architettura nel secolo cinese

Il premio Pritzker è il più importante riconoscimento globale dell’opera di un architetto. Nato nel 1979, ha annualmente premiato i protagonisti della disciplina, legittimando lo spessore del loro lavoro. Nel corso delle edizioni la medaglia, che è di bronzo, è stata consegnata ad architetti famosi per la loro produzione, per la loro carriera, per l’appeal ampiamente dimostrato sulle riviste di settore.

La giuria di quest’anno ha scelto di premiare l’architetto cinese Wang Shu (1963) fondatore dello studio Amateur Architecture. Si tratta di un’assegnazione importante, perché non celebra la notorietà di un professionista universalmente riconosciuto, ma sottolinea, con spirito critico, l’urgenza di puntare i riflettori su quanto sta avvenendo in Oriente. Wang Shu ha scelto di condurre una ricerca personale sull’attualizzazione e sulla sopravvivenza delle tecniche costruttive e della cultura architettonica cinese. Negli ultimi venti anni, racconta il progettista, è stato demolito il 90% del patrimonio tradizionale della Repubblica Popolare.

“La storia futura non produrrà più rovine. Non ne ha il tempo”. In questo modo Marc Augé, commentava l’attuale insofferenza culturale nei confronti del tempo e della sua architettura. La persistenza stratificata del passato, fatta di rovine, di edifici segnati dalla storia, viene soppiantata dalla logica economica, dalla presenza transitoria delle macerie. E’ un commento che l’antropologo francese ha fatto nel 2003. Erano gli anni successivi all’11 Settembre, gli anni del grande vuoto di Ground Zero, diventato, per l’emotività degli americani, un monumento più significativo di quello che poi sarebbe diventato il memoriale. Negli stessi anni, la Repubblica Popolare Cinese cavalcava la sua rivoluzione economica, cancellando le tracce di un passato di millenni, e seducendo, grazie alle condizione di tabula rasa in cui era possibile operare, molti degli esponenti dello Star System dell’architettura mondiale.

Nel 2002 lo studio OMA (fondato da Rem Koolhaas, vincitore del Pritzker nel 2000) fu invitato a partecipare ai concorsi per la ricostruzione del WTC a New York e per la progettazione della nuova sede della televisione CCTV nel Central Business District di Pechino. Lo studio scelse l’opzione cinese. Koolhaas portava avanti una ricerca che aveva bisogno di un contesto ideale, di un paese in cui vi fossero le premesse per la configurazione di un progetto totale, e dove fosse ancora possibile reperire una vasta area centrale nella parte più costosa della città. Gli OMA cercavano, nel 2002, di innestare le proprie idee nel terreno fertile di un grande paese in transizione, un paese che, nel solo tempo necessario alla costruzione del suo progetto, sarebbe riuscito a sorpassare, per produttività, i suoi principali concorrenti su scala globale. 

Nel 1992, nel libro The act of seeing, Wim Wenders racconta la storia della realizzazione di Until the End of the World. Le riprese del film portarono il regista berlinese a viaggiare intorno al mondo: dall’Europa alla Russia, dal Giappone al cuore dell’Australia. Il viaggio viene descritto da Wenders come un viaggio nel tempo piuttosto che uno spostamento geografico. Partendo dall’Europa, in una condizione di contemporaneità, il cineasta si spostò a Mosca – descritta come una città ferma agli anni ’70 –, per poi trasferirsi nel futuro metropolitano di Tokyo e nella preistoricità dei territori incontaminati australiani.

Ceramic House

Venti anni fa era ancora possibile riconoscere il tempo, verificare la specificità di un luogo attraverso l’immagine di una città, la sua economia e le sue condizioni culturali. Sono gli stessi due decenni di cui parla Wang Shu nelle sue interviste:

In Cina, negli ultimi vent’anni abbiamo distrutto più del 90% dei nostri edifici tradizionali in tutte le città, grandi o piccole che siano. È un disastro. Sono fermamente convinto che, se ci dimentichiamo della tradizione, non avremo neppure un futuro. Il futuro non è fatto solamente di scienza e alta tecnologia. [ ] Ho ricominciato da zero dopo l’anno 2000. Ho iniziato a meditare sulla situazione in Cina, sulla tradizione cinese e il futuro. Sono rimasto particolarmente colpito dal disastro degli edifici tradizionali che sono stati distrutti ovunque lasciando dietro di sé una grande quantità di macerie. Per questa ragione ho deciso di usare nei miei edifici materiali riciclati […]. 

La corsa verso la modernizzazione e l’importazione di edifici-icona progettati da architetti oramai apolidi ha, di fatto, impedito lo sviluppo di una contemporaneità basato sulla re-interpretazione del know-how locale. Wang Shu ricerca una non-professionalità nelle sue realizzazioni (il suo studio si chiama Amateur Architecture), ed è apertamente contrario all’uso del digitale inteso non come strumento al servizio dell’architettura, ma come demiurgo che regola e genera forme estranee al contesto.

Le sue architetture sono spesso il prodotto dell’apporto dei carpentieri e delle maestranze che, durante la fase di cantiere, contribuiscono, con le loro scelte e le loro conoscenze specifiche, all’identità del manufatto finale. Whang Shu non è un restauratore e tanto meno un architetto reazionario. I suoi progetti cercano l’equilibrio tra l’architettura e il suo intorno, tra un progetto che risolve contestualmente le richieste del committente e la realtà della cultura e delle tecniche tipiche dell’area in cui l’architettura va ad inserirsi. Questo rapporto con la tradizione viene declinato in modi sempre diversi: come nel re-impiego dei materiali derivanti dalle demolizioni (il Ningbo History Museum) o nella ricerca e attualizzatone delle tecniche storiche. Nel 2008, per la realizzazione del Museo della strada imperiale della Dinastia Song ad Hangzhu, l’architetto immagina le strutture in legno studiando i ponti coperti della provincia di Zhejiang.

La biblioteca del Wenzheng College alla Suzhou University

Nel 2010, in occasione della 12ma Biennale di Architettura di Venezia, l’architetto cinese ha realizzato un’istallazione dal titolo Decay of a Dome: un padiglione temporaneo costruito impiegando esclusivamente morali in legno della stessa dimensione. La cupola, dalla forma imperfetta – il modulo costitutivo genera una calotta che diventa, man mano che si avvicina al perimetro, meno riconoscibile – può essere interpretata come una metafora della condizione culturale della Repubblica Popolare: un paese che mostra al mondo un apice fatto di edifici perfetti, spesso importati dall’occidente (in Cina non esistono cupole) ma che, nei suoi ambiti più periferici, è ancora ricco di contraddizioni.

L’assegnazione del Pritzker di quest’anno ha una valenza specifica. Non vuole glorificare la carriera di un professionista dell’architettura, ma sottolineare l’urgenza di un ripensamento rispetto al merito delle scelte specifiche di un paese, su scala globale. La Cina sta vivendo in vent’anni quanto è accaduto in Europa nel corso di due secoli. Questa accelerazione richiede una pausa, una sosta che permetta di valutare il presente prima che diventi un passato storico irreversibile, prima che le macerie soppiantino definitivamente le rovine.

C’è un immagine drammatica, quella di Piazza Tienanmen, che conosciamo tutti e che associamo alla Cina. Se il progresso è un carro armato, il Pritzker di quest’anno segna un cambiamento di orientamento. Premia chi, con il suo lavoro, sta cercando di cambiare la direzione intrapresa dal proprio paese, restituendogli un passato denso di prospettive.

Ningbo, museo di storia locale
Ningbo, museo di arte contemporanea

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