“Angeli, demoni e soldi pubblici” di Marco Alfieri

“Angeli, demoni e soldi pubblici” di Marco Alfieri

Zero controlli per l’amico di Silvio

“Nella vicenda del San Raffaele quel che sta emergendo non è il mega tesoro all’estero modello Parmalat,” racconta un banchiere d’affari che ha seguito il dossier. Piuttosto c’è stata una “trentennale gestione antieconomica, la follia megalomane di Verzè, e poi la connivenza incestuosa. La mangiatoia diffusa, gli sprechi legalizzati (non si contano i primari con tre segretarie), i nepotismi, le creste sulle forniture di servizi e attrezzature e il magazzino fuori controllo”. Non a caso dalla chiusura delle indagini della Procura di Milano sulla prima parte dell’inchiesta penale, rispetto ad un crac da un miliardo e mezzo accumulato in quasi vent’anni, vengono contestati ai sette indagati distrazioni di denaro e dissipazioni per “soli” quarantaquattro milioni. Se un prof si pigliava i guanti o le garze per il suo studio, si chiudeva un occhio. Il don era così. Sceglieva i migliori medici con la mentalità berlusconiana della squadra di calcio: il top sul mercato pagandolo di più. Ma poi gli garantiva rendite e privilegi da primedonne. Come per i Sigilli a cui la Fondazione Monte Tabor pagava tutte le spese. Vacanze comprese in Sardegna, nella splendida villa vicino a Olbia. Per questo il mega crac dell’impero di Verzè non sorprende. L’andazzo era sotto gli occhi di molti: banche creditrici, Regione erogatrice dei rimborsi, i primari più importanti, gli amici potenti che a rotazione sedevano in cda come se fosse un rotary, una medaglietta da appuntarsi. Un colosso del genere non diventa insolvente da un anno all’altro. Eppure nessuno è mai intervenuto…

Il problema principale del San Raffaele è stata l’eccessiva esposizione finanziaria, tipica di molte imprese italiane. Crescere a debito, assumere grandi dimensioni, mantenendo i metodi di una piccola azienda padronale. Alla lunga vai sul lastrico. “Non si può campare con un giro di affari di cinquecento-seicento milioni, un patrimonio netto di venti e margini ristretti visto che la differenza tra costi e ricavi dell’attività sanitaria è di soli cinque milioni l’anno,” racconta un ex consigliere di amministrazione. Ma il don non ci sentiva. “Non sapete leggere tra le righe della divina provvidenza,” ripeteva sempre. Chi lavora o ha lavorato in via Olgettina, sotto anonimato conferma cinicamente che “si sapeva tutto”. Si sapeva che l’ospedale “era pesantemente indebitato”. Che “i vertici chiedevano ai fornitori, per lavorare, mazzette su apappalti e prestazioni”. E che Cal “non faceva nulla senza il via libera del don”. Ma la convinzione diffusa era che finché rimane in pista Verzè, forte del suo carisma e delle sue relazioni, “siamo al sicuro…”. Una specie di polizza vita sull’abisso (e gli scandali). Il bubbone sarebbe esploso alla sua morte.

La situazione invece precipita la vigilia di Natale 2010, quando il prete manager rischia di morire per una crisi cardiaca. Ferruccio Fazio e il banchiere di Intesa Sanpaolo (oggi ministro) Corrado Passera telefonano preoccupati a Cal: trova una soluzione rapida per il debito, se Verzè non dovesse farcela la situazione degenera. Il passaggio temporale è significativo: in quei mesi comincia a indebolirsi anche il potere dell’amico Silvio Berlusconi, braccato dalle inchieste giudiziarie, il ciclone bunga bunga, la crisi mondiale e le faide nella maggioranza. Le parabole dei due patriarchi in fondo hanno molte connessioni. Un intero mondo di connivenze si sbriciola. Le banche lo sanno e si fanno più stringenti. Il debito è ormai fuori controllo: il rosso 2009 di settecentosessantatré milioni sale a novecento nel 2010. Pesa il mutuo da centocinquanta milioni per costruire il terzo e il quarto lotto della struttura milanese e l’ospedale di Olbia. A settembre se ne va anche Botti. Salta l’ultimo flebile argine. Con l’anno nuovo fioccano i primi decreti ingiuntivi e le richieste di rientro dei creditori. Qualche banca (Unicredit) smette di finanziare il San Raffaele con anticipi. Sono giorni terribili per un don Verzè in convalescenza. Il vecchio prete rivendica l’eccellenza medico-scientifica della sua creatura, promette di sistemare tutto. Ma ha perso il tocco magico. A marzo il caso esplode sui giornali: debiti choc, investimenti faraonici, l’ombra di mazzette e fondi neri. Si scopre che nel quinquennio 2005-2010 Verzè ha varato investimenti per seicento milioni a fronte di un business ospedaliero che genera trecentosettantanove milioni di liquidità. In un documento che gira in quei mesi, si calcola che “i debiti scaduti siano pari a quattrocentotrenta milioni, centocinquanta da oltre un anno e centodiciassette da almeno sei mesi”. Amplificando l’anomalia di un colosso che vive per il 75% del suo giro di affari di soldi pubblici ma non presenta bilanci e ha una struttura societaria opaca. Sì perché la Fondazione Monte Tabor al comando della galassia Verzè è un’impresa non commerciale, una Onlus come le tantissime opere caritatevoli che si muovono nel terzo settore italiano, e come tale ha sempre potuto occultare i conti. “Questo regime ha una sua ragione fino a quando gli enti si limitano a erogare rendite derivanti da lasciti e donazioni o se l’attività resta di piccola dimensione,” ha scritto Massimo Mucchetti sul “Corriere della Sera”. “Nel momento in cui gli enti diventano ospedali, centri di ricerca, università che muovono ingenti somme, il regime originario perde senso”, lasciando spazio alle furbizie di una fondazione che opera da anni come una holding domiciliata alle Isole Vergini ma contemporaneamente lavora per il Servizio sanitasanitario nazionale e incassa il 5xmille.

Il Pirellone e la grandeur coi soldi pubblici

Tuttavia se il regime di fondazione Onlus ha sempre permesso al don di schermare conti e attività, nulla impediva a istituzioni come Regione Lombardia di vincolare l’erogazione dei rimborsi milionari a controlli periodici sui bilanci di una grande struttura privata. Senza scomodare il caso del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, le opere religiose non sono nuove a scandali e operazioni spericolate. Invece il debito e gli investimenti folli si sono gonfiati anno su anno, mentre i soldi dei cittadini continuavano ad affluire nelle casse di don Verzè come in nessun altro ospedale lombardo.

Il meccanismo è semplice: il Pirellone, per conto del Servizio sanitario nazionale, contratta con ospedali e cliniche private accreditate il budget a disposizione per le cure offerte ai cittadini. Questa cifra nel caso del San Raffaele sfiora i duecento milioni l’anno e sale a quattrocentocinquanta sommando i rimborsi per farmaci e cure oncologiche, le prestazioni ambulatoriali e tutte le terapie più gravi che vengono pagate extra budget. Il fatturato complessivo del San Raffaele è invece di circa seicento milioni perché ricomprende le cure offerte ai malati che arrivano da fuori regione e quelle pagate dai pazienti di tasca propria. In aggiunta ai finanziamenti versati sulla base dei Drg (le tatariffe di rimborso per le singole prestazioni) in questi anni sia il ministero della Salute che il Pirellone hanno riconosciuto erogazioni a fondo perduto e bonus/eccellenza milionari per l’attività scientifica, didattica e ospedaliera. Spesso soldi decisivi per far quadrare i bilanci. In questa classifica il San Raffaele possiede una sorta di record. Vediamolo.

Se si prende la delibera IX/2132 approvata dalla giunta Formigoni il 4 agosto 2011, si scopre che all’ospedale di via Olgettina nel bel mezzo dello scandalo (Cal si è ucciso quindici giorni prima), vengono assegnati quarantuno milioni extra, pari a 37.906 euro a posto letto. Si tratta della somma più alta girata alle duecentoventidue strutture pubbliche e private lombarde in un provvedimento che distribuisce il quasi miliardo messo a bilancio dalla Regione (994.735.036 euro) per le cosiddette “funzioni aggiuntive” a riconoscimento delle attività di eccellenza. In teoria l’importo dei bonus viene fissato e distribuito su una griglia di ventinove indicatori sanitari. In pratica la discrezionalità la fa da padrone, tirata per la giacca da intermediari e faccendieri che stanno in mezzo tra chi paga il servizio (Regione), e chi lo eroga (strutture sanitarie). Se infatti paragoniamo lo stanziamento milionario al San Raffaele con quelli degli altri Irccs lombardi, pubblici e privati, lo scarto è sostanzioso. Il Policlinico di Milano, a parità di posti letto, riceve trentotto milioni e due. Il San Matteo di Pavia ne riceve venticinque e quattro. La Fondazione Maugeri venventi e sette. L’Istituto dei tumori dodici milioni e uno. L’anno prima, una delibera simile aveva girato all’ospedale di Verzè addirittura cinquantotto milioni, pari a 53.554 euro a posto letto.

La delibera “balneare” non è certo un caso isolato. Negli anni il flusso di denaro extra Drg entrato nelle casse del San Raffaele non si è mai interrotto, grazie allo zelo degli alti burocrati del Pirellone. Ad esempio, il 18 dicembre 2008, la Direzione generale della Sanità lombarda, con decreto 15315, stanzia cinquantasei milioni destinati a finanziare “progetti finalizzati a miglioramenti organizzativi strutturali e tecnologici presentati da soggetti privati no profit”. Il bando, aperto solo a imprese Onlus in ambito sanitario, serve ad evitare multe dall’Europa, che vieta espressamente aiuti alle imprese. Nella lista finale entrano diciassette enti per complessivi cinquantacinque progetti finanziabili. Tra questi c’è la Casa di cura Beato Palazzolo di Bergamo, che riceve un contributo totale di 1.096.178 euro, la Casa di cura S.Pio X di Milano e l’Ospedale San Camillo di Cremona (un milione e novantasei di euro ciascuno), le Case di cura della congregazione suore ancelle della carità di Brescia, Cremona e Mantova (due milioni e quattro di euro ciascuna), la Fondazione Don Gnocchi di Milano (due milioni e settantasei), la Fondazione Poliambulanza di Brescia (sette, otto milioni) e poi, in vetta, l’Irccs San Raffaele con ventitré milioni, la metà esatta del budget stanziato, che si vede finanziare ben tredici progetprogetti tra cui il potenziamento del servizio di radioterapia oncologica, la riorganizzazione gestionale delle unità operative dei reparti e il miglioramento dell’accessibilità ai servizi ambulatoriali e day hospital.

Il bando regionale viene prorogato dal Pirellone per altri due anni (2009 e 2010), con stanziamento di sessanta milioni + sessanta milioni. Nel 2009 vincono in sedici enti, praticamente gli stessi dell’anno prima, per un totale di cinquantuno progetti finanziabili. Il San Raffaele fa la parte del leone: ottiene risorse su tutti e quattro i progetti presentati per la bellezza di sedici milioni e sette, nonostante le riserve dell’Asl di Milano chiamata a valutare i singoli dossier. Lo si scopre da una lettera del 18 giugno 2009 a firma Cristina Cantù, allora dg dell’Azienda sanitaria, inviata al vice presidente Cal. Per il servizio epidemiologico dell’Asl meneghina i progetti mancano complessivamente degli “elementi sui costi di realizzazione”; “la positività del rapporto costi-benefici è a noi sconosciuta”; “la relazione tecnico-sanitaria che accompagna i progetti è ridondante e ripetitiva e fa difetto una impostazione che consenta al revisore di muoversi agevolmente nella documentazione”. Ma ciò non basta a bloccare i finanziamenti: per il Pirellone il parere della Asl competente va cestinato. Nel 2010 la Regione diventa leggermente più severa con l’ospedale di don Luigi. Due progetti presentati su tre non vengono finanziati ma il terzo (realizzazione di nuove sale operatorie), viene sovvenzionato con tredici milioni e otto nonostante l’ennesima pagella negativa dell’Asl, spedita il 27 maggio 2010 dal nuovo dg Walter Locatelli al solito Cal. Identiche le riserve sul nuovo blocco operatorio: “rapporto benefici-costi sconosciuto” e “finanziamento che coprirà meno della metà degli utenti per la patologia oncologica”.

Insomma milioni di soldi pubblici stanziati da un bando riservato a enti privati no profit in cui il “gigante” San Raffaele cannibalizza gran parte delle risorse rivolte soprattutto a piccole/medie strutture di territorio: cinquantatré milioni sui centosettantasei totali stanziati dal Pirellone nel triennio. Una cifra mostre, in aggiunta ai rimborsi Drg, le prestazioni ambulatoriali, i bonus eccellenza e le “funzioni aggiuntive”.

Basta così? Niente affatto. Il 25 febbraio 2011, con deliberazione IX/1356, la giunta regionale chiude una transazione con la Fondazione San Raffaele Monte Tabor relativa a prestazioni eccedenti i budget stabiliti per gli anni 2004-2005-2006. In pratica fino al 2002 la Regione fissava i tetti di spesa preventiva per il rimborso delle singole prestazioni e poi, ex post, si definiva l’effettiva remunerazione in base al volume prodotto. Dal 2003, per mettere un freno al boom della spesa sanitaria, il Pirellone cambia regime: al momento del contratto con l’Asl competente la singola struttura s’impegna ad erogare prestazioni rimborsate dal Ssn fino all’ammontare del tetto di spesa fissato. “L’eventuale integrazione di risorse sarà concordata tra Asl e struttura interessata, compatibilmente con i budget delle aziende, sentita la direzione generale della Sanità e ad un valore economico comunque non superiore al 30% della relativa fatturazione.” A fine 2004 il San Raffaele fa sapere di aver sforato i budget. Parte un contenzioso sui rimborsi con la Regione. L’Asl fa orecchie da mercante. Verzè e Cal a quel punto fanno tre ricorsi al Tar (2004-2005-2006) per chiedere il rimborso integrale delle prestazioni eccedenti, per un importo di tredici milioni e tre. Dopo un lungo contenzioso le parti si accordano: la Regione, attraverso l’Asl Milano, accetta di versare un riconoscimento economico al San Raffaele a copertura parziale dell’esubero produttivo; in cambio via Olgettina abbandona ogni tipo di ricorso. La partita si chiude lo scorso febbraio con il Pirellone che gira all’ospedale privato sei milioni e sei a titolo forfettario. Per qualcuno è un gioco delle parti. “Io Regione non posso pagarti più gli extra budget sui tetti fissati a contratto, tu sfori lo stesso, mi fai causa, poi transiamo e ti pigli una quota forfait.” Così vanno le cose nella Lombardia del privato accreditato.

Secondo stime attendibili, nelle casse del San Raffaele negli ultimi cinque anni sarebbero entrati complessivamente tre miliardi e tre di soldi pubblici polverizzati nella voragine del debito. Questo probabilmente è il vero scandalo, più ancora di mazzette e fondi neri, su cui banche creditrici e Pirellone sono chiamati a rispondere. Verzè ha comprato piantagioni, aerei, alberghi, aeroplani, dimore lussuose, ha costruito cupole e centri di ricerca rimasti tristemente vuoti senza che nessuno vedesse o dicesse nulla. Accumulando debiti su debiti e azzerando il patrimonio.

L’alibi comodo del “non sapevo” vacilla davanti a certi episodi. È il caso del tentativo di trasformare la struttura controllata San Raffaele Turro (che dispone già di duecentottantadue posti letto accreditati con il Ssr) in Irccs per poter aumentare i finanziamenti pubblici. È una storia paradossale. Con l’acqua alla gola, tra il 26 gennaio e il 25 febbraio 2011, Cal e Verzè mandano la solita richiesta in Regione dove gli amici certo non mancano. Tra la documentazione richiesta dagli uffici del Pirellone vengono forniti anche i bilanci e gli indicatori di economicità e patrimonio degli anni 2007-2008-2009 della capofila Fondazione San Raffaele. È tutto scritto nella delibera IX/1484 del 30 marzo 2011. Ricevute e vagliate le carte, così si esprime la giunta Formigoni: “a seguito della istruttoria effettuata, si rileva che la documentazione presentata dalla Fondazione San Raffaele Monte Tabor risulta completa ed esauriente rispetto ai fini della valutazione e dei requisiti richiesti per il riconoscimento del carattere scientifico della Casa di Cura San Raffaele Turro”. Soprattutto, “risulta coerente con la programmazione regionale”. Di conseguenza “ritiene di trasmettere il presente provvedimento al Ministero della Salute per il seguito di competenza”. Ovviamente con il crac dell’ospedale la pratica si ferma nei cassetti del Ministero. Ma per Formigoni, che dà il via libera, nulla osta al riconoscimento del ministro, che poi è il verzista di ferro Ferruccio Fazio. Ma se la Regione dichiara in documenti ufficiali di aver acquisito completa visione dei bilanci di Fondazione, come può qualche mese dopo sorprendersi del buco? E perché ad agosto, se aveva visto i conti, delibera un finanziamento da quarantun milioni?

C’è poi l’ennesima intercettazione, carpita il 13 gennaio 2006 e rivelata dal “Corriere”, che aiuta a restituire il clima di confidenza/contiguità tra i vertici dell’ospedale e il Pirellone. Questa volta l’obiettivo di Cal e Verzè è di evitare che la Regione si costituisse parte civile nel processo su presunti ricoveri fantasma (quindicimila rimborsi controversi per quattro milioni di euro). Tutto finirà in prescrizione ma dai botta e risposta si percepisce la familiarità. Più volte don Luigi invita il suo braccio destro a prendere appuntamento con Formigoni, fissando lui stesso giorno e ora, tanto un angolino nella fitta agenda del governatore amico si trova sempre… Eccone un estratto: dice Cal a Verzè, ignaro delle microspie: “Adesso vado dal presidente… e là gli dirò… quando hai avuto bisogno siamo intervenuti noi e ti abbiamo salvato la faccia e anche il culo… perché saresti andato di mezzo con certezza… adesso per queste cose qui che sono di ordinaria amministrazione…”.

Sono tutti stralci di rapporti collaudati in anni di corsie preferenziali e attenzioni particolari alla causa dell’ospedalone di via Olgettina. Un pregresso che affonda negli anni passati, come dimostra la cosiddetta lettera segreta di Formigoni a Verzè scovata dal “Corriere”. Il governatore rispondendo ad un sollecito del don, che batteva cassa per evitare di chiudere l’anno con un passivo di trentacinque miliardi di vecchie lire, in una missiva del 19 giugno 2001 riepilogava una serie di “favori” fatti al San Raffaele in quegli anni: nel 1998 l’autorizzazione e l’accreditamento del IV lotto dell’ospedale senza interrompere come da prassi l’attività per effettuare i controlli; la concessione di tariffe di rimborso più alte alla controllata Villa Turro, facendo finta che alcuni posti letto di psichiatria fossero destinati alla riabilitazione; il riconoscimento di quarantacinque miliardi e mezzo di lire (biennio ’95-96) di fondi di riequilibrio in teoria riservati solo a strutture pubbliche; e l’aumento dei rimborsi drg (nel 2000) di chirurgia oncologica, trapianti di rene, radioterapia e chemioterapia a compensazione del taglio delle tariffe di cardiochirurgia, in modo da non danneggiare i bilanci del San Raffaele. Com’è possibile chiudere gli occhi davanti a questi intrecci?

Inizialmente a don Luigi dava fastidio il potere di Cielle in Lombardia, di cui Formigoni è la massima espressione politica. I rapporti con il fondatore Luigi Giussani sono contrastati anche se il Gius negli ultimi anni di vita (muore nel 2005) si farà curare proprio in via Olgettina. Nella più classica logica dell’equilibrio tra poteri, per un periodo i due campioni del cattolicesimo ambrosiano firmano una sorta di pax sanitaria. Una parte di Memores domini, i soldati di don Giussani che vivono in comunità e castità, entra addirittura nei Sigilli. C’è chi dice in incognito, saga nella saga. Alcuni passano a lavorare ai piani alti dell’ospedale. Ad esempio Gabriele Bertipaglia diventa capo della comunicazione della galassia Verzè. Poi la vecchia guardia del don si ribella, circola il sospetto che i “numerari” del Gius vogliano colonizzare il San Raffaele, costringendo il prete manager, che non ha mai tollerato altri proselitismi, ad espellerli. Ma il legame con il Pirellone di Formigoni è ormai rodato e preferenziale, come dimostra il flusso di risorse erogate. 

Estratto (pagine 26-37) da “Angeli, Demoni e soldi pubblici” Ascesa e declino di don Verzè e il San Raffaele (Feltrinelli Zoom), di Marco Alfieri – Scaricabile su tutte le piattaforme ebook da giovedì 5 aprile – Prezzo: 0,99 centesimi di euro