California, dove falliscono città grandi come Venezia

California, dove falliscono città grandi come Venezia

Strada pubblica chiusa a Stockton, California (Flickr – Inkyhack)

Stockton, California, è la seconda città degli Stati Uniti per numero di attività finite in bancarotta l’anno scorso, e da due anni la più povera. Fra le prime dieci per criminalità e disoccupazione. Ed ora sta per fallire. Se accadesse sarebbe la più grande città statunitense a finire in bancarotta.

Non sarebbe certo una novità da queste parti, solo tre anni fa è stato il turno di Vallejo, un fallimento da cui sono usciti solo qualche mese fa. Ma come fallisce una città? Grossomodo come a Monopoli. Costruisci degli albergi e per tre/quattro giri non ci si ferma nessuno. Dopo un paio di anni di boom abitativo in cui la popolazione è cresciuta enormemente si è improvvisamente smesso di costruire. Il flusso di denaro verso le casse comunali si è esaurito e la città ha fatto, appunto, bancarotta, come una azienda qualsiasi. Negli Stati Uniti le città hanno introiti di settimana in settimana e di settimana in settimana pagano per i servizi, in una ottica per noi sconosciuta da decenni in cui il comune è prima di tutto un erogatore di servizi al cittadino, obbligo da cui non può recedere. Non sono previsti aiuti statali, non sono previsti aiuti federali, non si possono spostare soldi da una parte all’altra del bilancio. Basta sbagliare le previsioni per l’anno successivo, basta una crisi improvvisa e tutto si potrebbe fermare da un momento all’altro. I soldi per una città arrivano dalle tasse dei residenti e dalle tasse di soggiorno, dagli oneri di urbanizzazione, dagli investimenti dei privati, dagli affitti dei terreni su cui si è costruito. Se non ci sono abbastanza cittadini, imprese, investimenti privati, turisti o anche se non ce ne sono tanti quanto l’anno precedente, se non aprono nuovi esercizi commerciali, se l’imprenditoria si sposta altrove, quando finisci i soldi chiudi bottega. Certo, non era mai accaduto ad una città grande come Vallejo, nel 2008, non è mai accaduto ad un centro come Stockton.

Stocketon è a due mesi dal disastro. Le, poche, possibilità residue sono legate ad una legge nuovissima, varata appena un paio di mesi fa e che sarebbero i primi a “testare”, una legge che prevede che una apposita agenzia governativa operi una mediazione con i creditori per cercare di evitare la barcarotta. In pratica concedono alla città i “vantaggi” di una bancarotta, non pagare o pagare meno i creditori, senza dover dichiarare fallimento. Hanno aggiunto un passaggio, ma nessuno sa se possa funzionare. Inoltre la possibilità stessa della bancarotta sta facendo fuggire altri residenti in un contesto in cui soprattutto fra le città satellite ci si sposta con una facilità impressionante. Un fenomeno che si tradurrà in ancora meno introiti dalle tasse, un rischio concreto che si alimenta da sé.

L’insolvenza di Stocketon, 290mila abitanti, è ad un punto critico. L’evoluzione della crisi è molto simile a quella di cui già Vallejo è andata incontro, case che crescono come funghi solo qualche anno prima, un boom abitativo che ha attratto migliaia di nuovi abitanti. Poi le bolle sono esplose ed a ricadere sul groppone dell’amministrazione pubblica sono stati i contratti dalla durata di molti anni, soprattutto quelli legati all’edilizia pubblica. Al punto che i tagli per gestire l’emergenza hanno già messo la città in ginocchio, a partire da quelli al personale di polizia. Da lì l’emergere ulteriore della criminalità. Sembra una partita a SimCity più che la vita reale, ma è esattamente come funziona in un’area in cui i centri urbani non hanno né tradizioni né radici. É l’economia a farli nascere ed a distruggerli come in un moderno far west in cui il miraggio dell’oro trasformava i villaggi in città in pochi mesi per poi lasciare solo rovine quando il filone si esauriva o si dimostrava un bluff.

Attualmente la città ha un deficit di quindici milioni, 6,6 provengono dal diminuito gettito fiscale dell’anno scorso, 8,7 quelli previsti per l’anno in corso e le previsioni parlano di un debito che potrebbe facilmente arrivare, si stima, ad una cifra compresa fra i venti ed i trentotto milioni di dollari per l’anno fiscale 2012/2013. Ora come ora ciò che l’amministrazione della città può fare è chiudere qualsiasi programma di espansione già deliberato, sospendere vacanze e malattia ai dipendenti pubblici, smettere di pagare i creditori per la restante parte dell’anno. E non dovesse bastare le alternative sono ancora più drastiche, aumenti delle tasse locali, tagli draconiani alla previdenza ed alla sanità. Forse si potrà evitare il fallimento, ma in questo modo, in ogni caso, si uccide una città. Da cui gli abitanti negli ultimi due mesi stanno fuggendo più veloci che possono, prima di rimanere prigionieri di una città che si svuota e di una casa impossibile da vendere. 

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta