Caro Corriere, quel cronometro dell’antipolitica non ti fa onore

Caro Corriere, quel cronometro dell’antipolitica non ti fa onore

Sottrarsi all’antipolitica. Resisterle. Evitare qualsiasi deriva demagogica. Lo scriveva qualche giorno fa Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, sottolineandone opportunamente la difficoltà. È così bello, in effetti, anche così comodo lasciarsi cullare da un rancore facile facile e pure meritato per questa classe politica, che quello di Panebianco è sembrato più un appello da Alice nel Paese delle Meraviglie che un reale e fondato auspicio per il futuro. Ma tant’è, il dovere di un giornale giudizioso e liberale com’è il quotidiano di via Solferino è proprio quello di interpretare i momenti della storia, per poi rilanciare con le sue ricette equilibrate, anche se magari non sono in linea con la pancia di un Paese che ribolle, anche se più di un lettore storcerà la bocca. È la forza di un’informazione indipendente, che non cede a rigurgiti insani, che non si piega alla demagogia.

Tutto bene, tutto bello. Tutto figo. Poi oggi apri il Corriere.it, che non risulta essere (ancora) un corpo «deviato» all’interno del Corriere della Sera, e cosa trovi? Un magnifico contatore, in alto a destra, visibilissimo, che scandisce – partendo dai giorni per arrivare sino ai secondi – quanto tempo è passato dal momento in cui i presidenti di Camera e Senato si sono impegnati, con due lettere, per cambiare la legge sul finanziamento. Sotto il contatore, c’è proprio questa scritta: «Il tempo trascorso dall’impegno dei presidenti delle Camere per la riforma del finanziamento ai partiti». Per cui, ogni volta che apri la home del Corriere, ti puoi gustare il tempo dell’ignominia. Adesso, mentre lo facciamo, il contatore dice: 5 GIORNI, 17 ORE, 4 MINUTI, 3 SECONDI.

Pensate, sono già cinque giorni e passa che il Parlamento non fa una cippa. Perché è questo il dato che passa, quando riduci tutto a una semplice lotta contro l’orologio, quando fai partire il cronometro dell’antipolitica: che qualunque cosa succeda, per quanto poco tempo possa passare – e cinque giorni onestamente sono nulla – è lo strumento che userai a determinare il sentimento di chi guarda/legge dall’esterno. Un’operazione di marketing di prontissimo effetto, una vecchia tattica di sicura resa pubblicitaria. Se in quell’editoriale Panebianco intendeva mettere sull’avviso i lettori di un pericolo reale come quello dell’antipolitica, quel giorno evidentemente il direttore del Corriere della Sera doveva essere fuori sede.

Anche a noi piacerebbe far partire tanti cronometri. Ma se la buttiamo sui contatori, qui non la finiamo più. Sul web, da questo punto di vista, si parte molto sfavoriti: ogni giorno, centinaia e centinaia di lettori fanno scattare i secondi, addirittura i centesimi, perché si incazzano, urlano, strepitano, discutono, anche demagogicamente, anche in modo poco urbano. Ma questa è la Rete, bellezza. È il suo brutto, ma anche il suo bello. Ma quando un giornale che nasce di carta, liberale ed equilibrato, affida la sua parte più populistica al web sembra nascondersi dietro un filo d’erba. Dietro quel filo, il suo corpaccione si muove senza eleganza.
Caro Corriere, togli quel ridicolo contatore, quella poverissima gogna del nulla. Noi ci fidiamo della tua storia, non di questa tua (nuova) modernità. 

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