Da Armani a Dolce e Gabbana, i narcos messicani cantano il made in Italy

Da Armani a Dolce e Gabbana, i narcos messicani cantano il made in Italy

Chissà se Giorgio Armani sa che in Messico si associa la sua griffe all’immagine di un kalashnikov. Per ora, lo fa solo un canzone. Ma trattandosi di narcocorridos, i canti popolari dedicati al narcotraffico, dalla fantasia alla realtà il passo è breve. D’altronde, tra i boss dei cartelli della droga i sequestri di armi bagnate nell’oro, ricoperte di diamanti, con lo stemma Versace o Ferrari, non sono una novità. Ma se a re Giorgio si dedicano le armi, non mancano nei testi della narco ballate le citazione di altri noti stilisti, soprattutto del made in Italy. In “Gente Vip” il cantante Larry Hernández stila l’abc delle marche in voga tra la cosiddetta “gente famosa”: Dolce & Gabbana, Hugo Boss, Cartier e – assicura il messicano nato a Los Angeles – scarpe rigorosamente italiane. Salvatore Ferragamo, of course.

La nuova leva di narcocantanti si ispira a una tradizione musicale che risale agli inizi del secolo scorso, dedicata agli eroi della rivoluzione messicana, come Pancho Villa ed Emiliano Zapata. È solo negli anni ‘70 – con Pablo Escobar re della cocaina in Colombia – che il corrido introduce nei suoi testi il tema narco. Nella terza generazione, quella attuale, il linguaggio si radicalizza e i codici diventano più espliciti. I temi sono sempre quelli legati a machismo, sessismo, droga e ostentazione del lusso, a cui si aggiunge un’allusione diretta ai signori della droga. Nel 2008 nasce il Movimiento Alterado, il cui leader è Alfredo Rìos, alias il Komander, che canta in prima persona le gesta dei narcotrafficanti ed è autore di un pezzo caro agli aficionados del genere: “Cuernito Armani” in cui il “cuerno de chivo” – letteralmente “corno di capra”, nel linguaggio narco il kalashnikov – è adornato da un simbolo che ricorda la famosa aquila dello stilista.

Vietati per legge nelle radio del Messico, i narcocorridos spopolano su internet e negli Stati Uniti da quando nel 2011 alcuni Stati ne vietano i concerti. Los Angeles e San Diego sono le patrie di elezione oltre frontiera, dove vivono milioni di messicani. Ma i fan si contano anche tra gli adolescenti americani attirati da un cambio di look più vicino a quello dei rapper che non al modello stivali a punta e sombrero della vecchia guardia.

Il Movimiento Alterado nasce a Culiacán, capitale dello stato messicano di Sinaloa, e del narcotraffico, e riunisce gruppi musicali dallo stile più crudo e violento che richiama il gangsta rap degli anni ‘90. Sinaloa è anche la patria de Los Tigres del Norte, la band che a metà degli anni ‘70 ha portato al successo il narcocorrido. Nonostante la censura abbia colpito anche loro, El Komander e gli altri sono oggi accusati di fare un culto della narcocultura, trasformando i signori della droga in eroi da imitare. Per questo, nel 2011, il governatore di Sinaloa ha deciso di proibire le loro esibizioni dal vivo. I testi zeppi di decapitazioni, torture, sequestri e complicità tra narcos e poliziotti vengono infatti considerati come apologia del narcotraffico.

«La guerra è aperta… armate le squadre… incomincia la mattanza», canta il Movimiento in “Cárteles Unidos”. Mentre i BuKnas de Culiacan nella hit “Sanguinarios del M1” vanno addirittura oltre: «Con un AK-47 e un bazooka… siamo sanguinari, pazzi e ci piace ammazzare la gente», esaltando la figura di Manuel Torres Félix, un narcortrafficante famoso per squartare e decapitare i corpi delle sue vittime. Secondo i detrattori del genere, questi testi sono un inno al culto delle pallottole e della morte. Un’accusa che il movimento rifiuta, definendo le canzoni come «giornali con la musica». Ossia, raccontano solo ciò che vedono. Ed è innegabile che nelle loro parole si rifletta la realtà di un Paese che conta oltre 50mila morti da quando, alla fine del 2006, il presidente Felipe Calderón dichiarò guerra al narcotraffico.

«L’importante è essere credibili», sostengono i due fratelli Valenzuela, Omar e Adolfo, da più di 20 anni sulla scena musicale messicana con l’etichetta discografica Twins Enterprise. Oggi producono la maggior parte dei gruppi della nuova ondata con Ladisco Music. Dopo il periodo rap e quello raggaeton, i due gemelli capiscono prima di altri che il narcocorrido ha delle possibilità inesplorate. Decidono di ritornare alle proprie radici, modernizzando il genere. Nel 2008 mettono sul web i primi pezzi. È il boom: oltre 70mila copie vendute per ognuno dei cinque album collettivi del movimento, il contratto con la prestigiosa Universal per Larry Hernández e un nutrito seguito su internet (“Los sanguinarios del M1” ha avuto oltre 3 milioni di click). Ma il grosso del mercato è negli Usa, soprattutto a Los Angeles dove vendono il maggior numero di dischi. 

Secondo Adolfo il loro successo si deve al fatto che «più che uno stile di musica rappresentino uno stile di vita». Violenza a parte, nelle canzoni il richiamo agli stilisti si affianca a quello delle macchina da guidare per essere cool (Chrysler, Hummer, Bmw), degli alcolici da bere (Buchanan’s, Johnnie Walker, Chivas Regal) e dei locali da frequentare. Ma il rischio che la violenza raccontata nei testi irrompa anche nelle loro vite è innegabile. Quando al quotidiano La Vanguardia Omar racconta che prima di diffondere alcune canzoni ha chiesto il permesso del cartello di Sinaloa (per evitare di «offendere qualcuno»), implicitamente conferma come a volte i gruppi lavorino su commissione dei cartelli, che se ne servono per fare propaganda o minacciare bande rivali (si dice che paghino fino a 15mila dollari). E spiegherebbe perché, dal 2006 a oggi, sono stati assassinati almeno 15 cantanti. L’ultimo a novembre del 2011, Diego Rivas, ucciso in pieno giorno per le vie di Culiacán.

I fratelli Valenzuela non sono gli unici ad aver guadagnato con il Movimiento. Eleno jr. Serna, messicano di 25 anni, grazie a una camicia che ha conquistato il Komander, produce oggi la loro linea di abbigliamento ufficiale (Antrax). T-shirt con fori come quelli dei proiettili o dedicate a Il Padrino registrano il tutto esaurito. Ma il grosso delle vendite sono le pecheras: dei gilet con tasche portaoggetti, applicazione in pelle, pietre preziose o stampe di armi, granate e teschi. I prezzi? dai 500 agli 800 dollari. Ma si superano i mille per un capo confezionato su misura. «Non ho mai studiato né moda né disegno» – dichiara Eleno, sostenendo la casualità del suo successo. Non è di certo casuale il nome Antrax, che è anche quello del braccio armato del cartello di Sinaloa, il cui capo è il narcotrafficante più ricercato al mondo, Joaquín El Chapo Guzmán

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