Viva la FifaE la Fifa dice sì all’hijab in campo

E la Fifa dice sì all'hijab in campo

Negli ultimi tempi la Fifa, il governo del calcio mondiale, si trova suo malgrado a confrontarsi con alcune decisioni storiche. Le recenti (e roventi) polemiche sui gol fantasma che hanno riguardato la sfida di campionato Milan-Juventus hanno portato il potente Sepp Blatter a dover considerare la possibilità di introdurre la tecnologia in campo, alla quale il presidente Fifa è allergico.

Nel frattempo, è arrivato un altro, storico provvedimento: quella di permettere alle calciatrici musulmane di indossare l’hijab in campo. Si partirà con una sperimentazione di 4 mesi, che riguarderà un tipo particolare di velo fatto di velcro aderente, quindi adatto alle manifestazioni sportive. Ma appare ormai chiaro che alla fine del periodo sperimentale, che servirà a mettere a punto l’hijab sportivo, la Fifa dirà ufficialmente sì. La questione dell’introduzione dell’hijab in campo ha subìto una decisa accelerata dopo due significativi episodi: la mancata partecipazione della nazionale di calcio femminile dell’Iran al torneo di qualificazione ai Giochi di Londra 2012 e la decisione della Fifa di assegnare il Mondiale del 2022 al Qatar.

Lo scorso giugno, l’Iran era sceso in campo ad Amman contro le padroni di casa, per il match di qualificazione ai giochi. Le giocatrici iraniane si sono presentate senza velo, ma con un hijab sportivo, ovvero una tuta che copriva tutto il corpo, capelli compresi, lasciando scoperto l’ovale del viso. Insomma, le atlete non se l’erano sentita di violare la religione. Ma avevano violato le regole del governo del calcio mondiale, che si era mostrato inflessibile: i membri dell’organizzazione internazionale, capeggiati da un commissario del Bahrein, erano disposti anche ad accettare quel completino così poco ortodosso (una tuta da ginnastica sostituiva i classici calzoncini e la maglietta), ma nessun compromesso era possibile sul copricapo. Così le ragazze non hanno potuto disputare l’incontro e sono uscite dal campo in lacrime. Niente partite, niente Londra.

Ora le donne islamiche potranno riavvicinarsi al calcio, grazie anche ad una studentessa canadese di origini iraniane. Elham Seyed Javad ha sviluppato ResportOn , già ribattezzato dalla stampa internazionale “lo hijab delle donne sportive”. Ideato nel 2007 dopo che in una competizione internazionale di taekwondo 5 ragazze iraniane erano state escluse perché indossavano il velo, questa divisa è considerata meno pericolosa del classico velo e permette alle atlete di rispettare le regole del corano. Venduto su internet a 44 euro questo indumento, come racconta il Guardian di Londra, ha conquistato anche le donne e gli uomini non musulmani: lo hijab sportivo infatti non solo è meno caldo di qualsiasi altra casacca a cui è annesso un copricapo, ma permette agli atleti con una folta chioma di evitare che i loro lunghi capelli possano ostacolare la visuale durante le competizioni sportive, “Presto potrebbe indossarlo il capellone e capitano del Barcellona Carlos Puyol”, ironizza il Guardian.

Il Qatar ospiterà La Coppa del mondo del 2022. Sarà la prima volta per un Paese dell’area araba e di fede musulmana. La decisione della Fifa di introdurre l’hijab in campo fa parte del percorso di avvicinamento allo storico evento. Una decisione presa anche dopo la denuncia dell principe giordano Ali Bin al-Hussein, vice-presidente della Fifa, che lo scorso febbraio scorso aveva spiegato che il graduale allontanamento delle donne dal mondo del calcio era dovuto al divieto imposto dalla Federazione internazionale.

Ma non tutte le associazioni femministe sono contente del provvedimento. La rivista ‘Foreign Policy’ si schiera con Blatter e spiega che “Gioco del calcio le atlete musulmane siano rimaste intrappolate nei crescenti sentimenti anti-musulmani e nelle più ampie guerre culturali combattute principalmente in Nord America e in Europa”. Di diverso parere il movimento ‘Ni Poutes ni Soumises’ (né puttane né sottomesse), che ha duramente criticato la Fifa: la sua decisione viene definita come una “Totale regressione, in quanto il velo è un simbolo di dominazione maschile”.