Ieri a Genova si è celebrato il funerale della polizia, non del calcio

Ieri a Genova si è celebrato il funerale della polizia, non del calcio

Intrecciati l’uno nell’altro, a Marassi i funerali in realtà sono stati due. Si è celebrato con modalità ancora sconosciute ai tempi moderni quello del calcio, dove la resa-maglie degli smutandati ha superato abbondantemente il livello critico di dignità, ma allo stesso tempo si è officiato con cerimonia piccola ma significativa anche il funerale più problematico, e cioè quello dello Stato.

Appollaiati come gufi sul tendone che porta allo spogliatoio, avrete avuto modo di apprezzare quei quattro simpatici balordi che hanno tenuto in scacco un’intera organizzazione liberale e di mercato com’è una partita di calcio. Un’organizzazione che muove discrete quantità di denaro, che coinvolge interi gruppi di popolazione e che per questi, banalissimi, motivi andrebbe tutelata come merita. L’equazione, da noi totalmente rovesciata, è semplice e non richiederebbe fatiche improbe. Ci racconta che piccole porzioni di delinquenti, pur animati da cattivissime intenzioni, non sono in grado (non dovrebbero essere in grado) di decidere i destini di un’intera comunità.

In presenza dello stolido dibattito sul valore di una maglia violata – nel calcio, il concetto di bandiera si è esaurito negli anni – e che però piace ancora tanto ai giornali più tradizionali, è forse utile richiamare i doveri di una società liberale nello sviluppo e nella difesa delle sue attività anche ludiche e remunerative com’è il nostro calcio professionistico.

In un concetto. Quei quattro balordi appollaiati come gufi sullo spogliatoio, in Inghilterra, Francia, Germania, Olanda e molte altre entità dell’Europa civilizzata sarebbero stati spazzati via in pochissimi minuti con loro grande dolore fisico. Nel senso che le buone maniere alle quali noi italiani siamo così affezionati, altrove sono invece da considerare autentiche perdite di civiltà e di decoro istituzionale. Li avrebbero presi e massacrati di botte, se resistenti alle «cortesi» sollecitazioni. Poi buttati in una cella a pane e acqua per qualche settimana. Con relativo giusto e immediato processo e condanna di riferimento. E naturalmente con la proibizione assoluta di farsi rivedere nei pressi di uno stadio, anche solo per un salutino ai vecchi amici.

Qui in Italia abbiamo dell’etica un’idea un tantinello bislacca. L’idea che nella drammaturgia domenicale di una partita di calcio tutto si possa sempre tenere, arrivando a un punto di sintesi virtuoso in cui nessuno fa più il mestiere per cui è stato chiamato: i giocatori che si svergognano da soli (in Sudamerica adesso si sentiranno scavalcati a sinistra), i poliziotti che si trasformano in viandanti occasionalmente in un luogo dove accadono cose men che commendevoli, i dirigenti delle società alla ricerca di una soluzione condivisa. Ma cosa si può mai condividere con un balordo che interrompe una partita?

Nelle società più avanzate, le polizie hanno una funzione sociale precisa ed evidente, che (soprattutto nel calcio) tende a ridurre al minimo il dibattito su intervento sì-intervento no. In presenza naturalmente di qualcuno che delinque. È anche una funzione di supplenza etica, una supplenza naturalmente tecnica e non filosofica. Nel senso che le persone pacifiche che frequentano gli stadi sanno di poter contare su una pre-condizione, la sicurezza cioè che le forze dell’ordine interverranno immediatamente in presenza di disordini o robe del genere. Così si proteggono i propri cittadini, così li si rende fieri di appartenere a un’organizzazione sociale.

Pensiamo invece che la ministra Cancellieri non possa andar troppo fiera di quel che è accaduto ieri, dal momento che la Polizia si è fatta simpatico soprammobile e da quella condizione non si è più spostata. Per non esacerbare gli animi, dice – appunto – qualche anima bella. Ma siamo arrivati al punto che in Inghilterra, in nome della polizia, possono intervenire persino gli steward, mentre da noi, in nome della Polizia non interviene nemmeno la medesima.  

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