“Io, da Macerata alla Svezia per insegnare l’italiano”

“Io, da Macerata alla Svezia per insegnare l’italiano”

«Sono finito qui per caso. Ho saputo del concorso una settimana prima della scadenza, ed era il primo della mia vita; mai compilato applications per università straniere. Ci ho provato ed è andata bene. Tutto via mail, nessun documento stampato o fotocopiato.
La selezione è stata comunque molto seria. Dopo la valutazione del curriculum svolta da due esperti, ho avuto un colloquio telematico di circa due ore con il direttore del dipartimento e con il responsabile del settore scientifico, poi ho dovuto tenere una breve lezione (sempre via webcam) e correggere una tesina di livello avanzato. Non è stato facile, glielo assicuro».

Gianluca Colella, 31 anni, professore associato di lingua italiana all’Università del Dalarna, Svezia. Potremmo definirla un «cervello in fuga», anche se la formula è un po’ inflazionata. Come è arrivato fin qui?
«Infatti “cervello in fuga” è un’espressione che non mi piace. Il mio percorso è quello di chi, un po’ scriteriatamente, ha voluto intraprendere la carriera accademica in ambito umanistico. Mi sono laureato in Lettere, ho vinto un dottorato senza borsa, poi un assegno di ricerca di un anno caduto dal cielo, e infine cinque anni di insegnamenti a contratto pagati una miseria. É stata dura, sempre in viaggio tra Roma e Macerata (dove insegnavo), pubblicazioni, convegni eccetera eccetera. Ma alla fine – e non accade sempre – questi sacrifici hanno pagato. E ora mi trovo a vivere quest’esperienza completamente nuova, a insegnare l’italiano a distanza. Ma non come si fa in Italia, le lezioni qui sono “in diretta”, c’è interazione tra studenti e docenti».

Dunque è soddisfatto di questa esperienza. 
«Certamente. L’università è organizzata molto bene e gli spazi sono funzionali. Ogni docente ha la sua stanza e gli studenti hanno a disposizione diverse aree dove poter studiare insieme, discutere e progettare. L’ambiente è vivace e internazionale, anche grazie ai numerosi studenti Erasmus. I colleghi sono cinesi, giapponesi, spagnoli, inglesi, arabi, canadesi, statunitensi, tedeschi, francesi, portoghesi. Nelle università svedesi i docenti e ricercatori stranieri sono più del 23% del totale; i dottorandi stranieri sono invece il 26%: questi dati parlano chiaro e dimostrano quanto la Svezia sia aperta al mondo».

Come si fa a insegnare una lingua (o un’altra materia) a persone che non ha mai visto dal vivo? 
«L’università del Dalarna è all’avanguardia per l’insegnamento a distanza delle lingue straniere. E l’italiano è stata la prima lingua a sperimentare corsi online. Poi, grazie ad anni di ricerca sullo sviluppo della didattica internet-based (“Next Generation Learning”), i corsi online non hanno più nulla da invidiare a quelli tradizionali. In tutti i campi. Le dimensioni del paese e l’attenzione tipicamente scandinava verso le persone, che spesso non possono recarsi fisicamente in un’aula universitaria, ha favorito l’investimento sulla tecnologia. E ormai è online la maggioranza delle lezioni. Siccome l’università è gratuita per i cittadini europei pure se frequentano corsi online, anche un italiano che vuole studiare da casa sua può iscriversi al nostro ateneo senza grandi difficoltà. Serve solo una buona connessione internet!».

Si riesce a stabilire un contatto umano con persone che conosci attraverso il monitor?
«Si instaura un rapporto diverso con i tuoi studenti. La webcam, il continuo scambio di email e le lezioni in streaming rendono tutto più diretto. Può capitare, certo, che ci siano delle incomprensioni e che la connessione non funzioni, ma sinceramente il sistema mi pare molto efficiente. Noi docenti facciamo più fatica: occorre predisporre tutti i materiali online e gli esercizi che fanno da complemento alla lezione, e questo richiede tempo e precisione. Se nasce un rapporto d’empatia, se il docente è in grado di intercettare le esigenze dello studente, se c’è la volontà, la distanza si annulla. E comunque – io la penso così – l’unico modo in cui insegnamenti specialistici, penso alla letteratura e alla linguistica, possono sopravvivere oggi , è proprio l’apprendimento a distanza».

Chi sono i tuoi studenti, perché vogliono imparare l’italiano?
«Nei miei corsi ci sono parecchi casi interessanti: qui in Svezia si continua a studiare tutta la vita, e quindi impiegati e pensionati preferiscono, talvolta, iscriversi all’università invece che alle scuole serali. Ma il pubblico è molto vario: ci sono docenti di italiano nei licei, studenti non svedesi, per lo più danesi e norvegesi. Sono tanti anche gli svedesi, soprattutto donne, che seguono i corsi dall’Italia, ma anche da altri paesi, per esempio Francia e Inghilterra.
C’è anche un professore universitario in marketing e turismo. Se la immagina una situazione del genere in Italia? Un professore, regolarmente iscritto come studente a un corso universitario?
A livello principiante c’è un giovane calciatore: forse sogna di ripercorrere le orme di Ibrahimovic, qui un vero e proprio eroe nazionale. Infine ci sono gli italiani che vivono in Svezia, alcuni già laureati: seguono i nostri corsi perché hanno bisogno dei crediti per insegnare nelle scuole svedesi. Insomma, persone molto diverse ma quasi sempre motivate».

Come si svolgono gli esami se non ci si incontra?
«C’è sempre il dubbio che durante gli esami gli studenti riescano a copiare, nonostante debbano tenere accesa la webcam e siano sorvegliati dai “Tentavakter” ovvero i guardiani dell’esame. In Svezia funziona così: il giorno dell’esame non c’è il docente, ma la prova ti viene somministrata da questa figura, che si presenta anche nei corsi a distanza». 

Pensi che anche l’università italiana possa avere un futuro telematico, con un maggiore rigore rispetto agli esperimenti fatti finora?
«Temo di no, detto in tutta franchezza. Un’università telematica sul modello svedese non sarà possibile finché non ci saranno infrastrutture adeguate, che richiedono ingenti investimenti. La banda larga in Italia è un disastro: siamo al 104° nel mondo per la velocità dell’invio dei dati. Ed è quella che serve per far funzionare le piattaforme necessarie alla didattica a distanza». 

Che sentimenti hai notato nei confronti dell’Italia in un paese così diverso come la Svezia, un paese che molti italiani considerano un modello di civiltà?
«Beh, come sempre ambivalenti: amore e simpatia da una parte, derisione, talvolta biasimo dall’altra. Sono molte le cose che risultano incomprensibili ai loro occhi, specie le donnine seminude in tv: bisogna ricordare che la Svezia è la patria del femminismo. In più di un’occasione mi è stato fatto notare che la condizione femminile è un grosso problema da noi. Chi sostiene con maggior forza questa posizione, però, spesso ha un marito o un fidanzato italiano…»

Sei felice della tua esperienza svedese, vorresti ritornare in Italia?
«Certo, soprattutto perché è stato tutto un po’ una sorpresa. Non mi sarei mai aspettato di andare a vivere e a lavorare nel cuore della Svezia, in una cittadina come Falun, di cui solo gli appassionati di sci di fondo e i pochi lettori di E.T.A. Hoffmann hanno forse sentito parlare. Qui la qualità della vita è davvero alta, c’è molta natura, poche auto, tante biciclette (anche con la neve!). In tutta sincerità ora non penso proprio a ritornare, se non per le vacanze e per ragioni di studio». 

Con Gianluca (ci tiene a precisare che i «titoli» in Svezia non esistono) ci si incontra nella sua stanza virtuale, a cui si accede attraverso il sito web dell’università. Basta prendere appuntamento, accendere il computer e scordarsi per un attimo dove si è seduti.