L’Iran può fare più male all’Italia dello spread

L’Iran può fare più male all’Italia dello spread

A guardare gli episodi dei ultimi giorni, si potrebbe dire che la resa dei conti per i prezzi del petrolio si avvicina. Alla fine l’Aie (l’Agenzia internazionale dell’energia), che al petrolio deve la sua origine, per bocca del direttore esecutivo Maria van der Hoeven ha aperto all’ipotesi di un rilascio delle scorte di emergenza. Meno di dieci giorni fa era stato lo stesso direttore a smentire tale ipotesi: «Visto che non c’è alcun corto di offerta, non stiamo pianificando alcuna azione coordinata in questo momento», aveva detto. Ben diverse le dichiarazioni più recenti: «L’Aie è stata creata per rispondere a serie interruzioni di fornitura, e siamo pronti ad agire se le condizioni del mercato lo giustificheranno». Queste parole sono ancor più significative, in quanto rilasciate poco prima che Obama annunciasse che sui mercati c’è petrolio sufficiente per mettere da parte l’Iran con nuove e più stringenti sanzioni. Tutto ciò mentre Regno Unito e Francia si erano già dette favorevoli ad appoggiare un eventuale rilascio delle scorte strategiche al fine di rallentare la corsa del barile; anche il ministro del Petrolio saudita, in un commento del Financial Times, ha ribadito l’intenzione di fare tutto il possibile per dissipare le irrazionali paure su un mercato corto. Il motivo di tutto questo? l’Iran. La possibilità di un attacco alle sue centrali nucleari da parte di Israele resta un problema che fa paura.

La vecchia Persia, infatti, grazie anche alla sua posizione privilegiata è un attore primario della geopolitica energetica mondiale. Non solo è il quarto paese per riserve petrolifere, ma è anche il secondo per riserve di gas naturale, il che lo rende partner importante nell’Asia in ascesa. Nonostante impianti per l’estrazione obsoleti, questo paese è riuscito a garantire con una certa continuità nel corso degli ultimi decenni i propri approvvigionamenti, grazie anche agli aiuti americani che negli anni dello Scià non mancavano. Ma quelli erano altri tempi. Oggi l’America, il “Grande Satana”, cerca di strangolare la Repubblica islamica con le sanzioni, ma l’obiettivo è titanico: togliere dal mercato 4 milioni di barili al giorno. Non si tratta di bruscolini, anzi, parliamo del 4% delle esportazioni mondiali. L’Iran è il terzo esportatore di petrolio al mondo, dopo Arabia Saudita e Russia.

Gli Stati Uniti stanno cercando di convincere il mondo a comportarsi come se il petrolio iraniano fosse scomparso dai mercati, dalle petroliere, dai giacimenti. Ma se ci riuscissero, come reagirebbero i mercati? Per capirlo non serve aiutarsi con una calcolatrice, quanto piuttosto fare delle ipotesi. Per cominciare bisogna accettare il fatto che stiamo già pagando ogni giorno questa guerra fatta di parole e di minacce: Obama stima che le tensioni abbiamo fatto lievitare il prezzo del petrolio di 20-30 dollari al barile e il New York Times conferma, stimando del 20% il rialzo. Ma l’economista statunitense Nouriel Roubini sostiene che il fattore paura potrebbe spingere ulteriormente i prezzi del 25 per cento. Se a questi legittimi timori si aggiungessero delle sanzioni realmente efficaci, la sete di petrolio si farebbe sentire nei paesi rimasti a bocca asciutta, prima fra tutti l’Italia. Il nostro Paese è ai primi posti della lista dei paesi che più si affidano all’Iran per le proprie forniture (una lista completa è disponibile qui), ma nonostante l’importanza strategica dei nostri scambi con l’Iran, abbiamo già assicurato agli Stati Uniti completo appoggio in questo campo. È stata una scelta saggia?

Per quanto, come l’Italia, notevoli importatori di greggio iraniano, altri paesi hanno deciso di far pesare le difficoltà economiche che stanno attraversando, sottolineando il proprio sacrificio e portando gli Stati Uniti alla trattativa: il Giappone – formalmente esentato da una diminuzione di forniture – continua a trattare; la Corea del Sud aspetta una proposta accettabile; la Cina fa orecchie da mercante; l’India non chiude la porta, ma sembra propendere per il free-riding; la Turchia invece ha annunciato che taglierà del 20% l’import e per adesso non sembra sia possibile chiedere uno sforzo maggiore, essendo un alleato strategico per la soluzione della crisi siriana. Dal nostro Ministero degli Esteri invece, di fronte alla richiesta statunitense di sospendere le forniture, è arrivato un amichevole “no problem”. Come se davvero non fosse un problema per un’economia in recessione come la nostra andare a cercare il 13% del proprio fabbisogno da qualcun altro, ad un prezzo che per forza di cose non potrà che essere maggiore. E poco importa se gli Stati Uniti ci concedono qualche mese in più, perché il prezzo che ci potremmo trovare a pagare potrebbe non essere solo questo. Cosa accadrebbe se, esaurita la strada della diplomazia, una guerra iniziasse davvero?

I geostrateghi concordano sul fatto che è improbabile che uno strike mirato sulle centrali si chiuda in qualche giorno, bensì segnerebbe l’inizio di una guerra regionale, con il coinvolgimento di più paesi e una durata che varierebbe da qualche settimana a qualche mese. Nel caso di un attacco all’Iran dobbiamo aspettarci che dei commando iraniani facciano saltare le tubature dei rifornimenti kuwaitiani e iracheni, mentre la marina chiuderà lo Stretto di Hormuz. Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario internazionale, sostiene che in questo caso i prezzi aumenterebbero del 20 – 30 per cento solo per effetto della mancanza del petrolio iraniano, senza contare il resto. Prova a fare i conti anche Roubini, che prospetta un “worst case scenario” in cui il prezzo per barile supera i 170 dollari al barile, magari per toccare in un momento di panico i 200. È senza dubbio significativo che le ultime tre maggiori recessioni sono state tutte conseguenti a shock geopolitici in Medio Oriente e aumenti improvvisi del prezzo del petrolio. La guerra dello Yom Kippur del 1973 è stata seguita dalla recessione globale tra il 1974 e il 1979. La rivoluzione iraniana del 1979 è stata seguita dalla recessione del 1980-1982. E l’invasione irachena del Kuwait è stata senz’altro una delle cause della recessione dell’inizio degli anni Novanta.

Ma quali sono le probabilità di una guerra? Dopo l’ultimo incontro tra Netanyahu e Obama alla conferenza annuale dell’Aipac, l’American Israel Public Affairs Committee, pare sia tacito che non verrà effettuato alcun attacco prima delle elezioni presidenziali statunitensi di novembre. Questo sembrava spostare la data più probabile a dicembre di quest’anno, ma dopo un incontro diplomatico tra Usa e Israele avvenuto il 27 marzo la data sarebbe stata spostata ulteriormente. In questo incontro a porte chiuse, delle simulazioni americane sui possibili effetti riguardo un attacco aereo israeliano contro le centrali nucleari hanno dato come probabile la morte di 200 militari americani, a causa della reazione iraniana. Il ministro della difesa israeliano, Ehud Barak, ha dovuto fare un passo indietro e assicurare che l’attacco non verrà effettuato prima della primavera del 2013. Per ora, dunque, non resta che aspettare.