Lo Stato deve cambiare, o sarà il Paese a farlo saltare

Lo Stato deve cambiare, o sarà il Paese a farlo saltare

Rispetto all’ultimo aggiornamento di quello del 2011, risalente allo scorso mese di dicembre, il Documento economico finanziario 2012, approvato dopo qualche rinvio dal Governo, porta due elementi di novità, uno positivo ed uno negativo.

Quello positivo è la significativa riduzione della stima della spesa per interessi passivi: tra i 9,9 e i 12,8 miliardi di euro in meno per ciascuno degli anni tra il 2012 e il 2014. Quello negativo è il peggioramento delle stime sulle dinamiche del Pil: la recessione sul 2012, stimata lo scorso dicembre in misura pari a -0,4%, è stata portata su un più realistico -1,2% (Banca d’Italia, però, lo scorso febbraio aveva parlato di -1,5% e il Fmi addirittura di -1,9%), mentre per i successivi 2013 e 2014 sono state sostanzialmente confermate le previsioni di lenta ripartenza (+0,5% e + 0,9%) e per il 2015 è stato messo in conto “addirittura” un + 1,2 per cento.

Il costo della mancata crescita si rivela ancora una volta maggiore dei benefici derivanti dalla riduzione dello spread ed infatti, per tutti gli anni considerati, il saldo finale del bilancio dello Stato peggiora di un ammontare compreso tra i 5 e i 9 miliardi di euro, vanificando così la possibilità, messa in preventivo lo scorso dicembre, di chiudere sin dal 2013 con un leggerissimo avanzo.
L’abbattimento del deficit dai 62,4 miliardi del 2011 (3,95% del Pil) fino ai 1,8 miliardi del 2014 (0,11% del Pil) è il frutto delle quattro manovre varate nel secondo semestre 2011.

Sul fronte della spesa, queste manovre hanno avuto il merito di proseguire e rafforzare le politiche di contenimento avviate e proseguite a partire dal 2007 (al netto del solo 2009, causa l’esplosione della crisi e la necessità di interventi pubblici).
Tuttavia, conti alla mano, viene riassorbita solo una minima parte dell’incremento di oltre il 20% verificatosi tra il 2001 e il 2006.
Sul fronte delle entrate, invece, la pressione fiscale cresce sino ad oltre il 45%, dopo che già negli anni tra il 2006 e il 2011 era gradualmente cresciuta sino al 42,5% dal 40% cui si trovava nel biennio 2004-2005.

I numeri evidenziano chiaramente come il cosiddetto “spostamento dalle persone alle cose” è stato finalmente attuato, perché quasi l’intero aggravio è riconducibile alle imposte indirette, il cui peso in termini percentuali cresce significativamente rispetto alle dirette. Peccato soltanto che questo spostamento degli equilibri nella tassazione sia stato attuato non mediante una sostituzione di imposte, bensì mediante la loro ennesima stratificazione.
Difficile dire se, a livello di beffe fiscali, sia maggiore questa, oppure l’altro slogan tanto caro all’establishment, secondo cui la lotta all’evasione fiscale viene fatta apposta per abbassare la pressione fiscale a favore dei cittadini.

Quale impressione complessiva lascia quindi la lettura combinata del Def e dei dati relativi alle passate annualità? È un po’ come se, dopo l’incosciente mix di (lieve) riduzione della pressione fiscale e (dirompente) aumento della spesa pubblica che ha caratterizzato gli anni dal 2001 al 2006, dal 2007 in avanti i due governi di differente colore politico che si sono succeduti e l’attuale governo tecnico si siano passati il testimone nell’invarianza sostanziale di una linea politica ben precisa: fermare l’ormai insostenibile avanzata ulteriore dello Stato e del parastato, ma al tempo stesso cercare di puntellarne per benino le posizioni guadagnate, mettendo in conto all’economia privata il riequilibrio di un bilancio non più quadrabile con il ricorso illimitato alle emissioni di nuovi titoli di debito.

Così non può funzionare. Se le responsabilità sono indiscutibilmente dei governi politici precedenti, la colpa di questo governo tecnico è aver forse pensato che, come nel 1992-1993, si trattasse di gestire una difficile transizione economica e politica, nella sostanziale invarianza della struttura dello Stato e della sua pubblica amministrazione. Questa volta non è così: questa volta lo Stato deve cambiare, o sarà il Paese stesso a farlo saltare.