L’oro nero in Lucania? Inquinamento e pochi soldi

L’oro nero in Lucania? Inquinamento e pochi soldi

POTENZA – L’hanno già soprannominata Lucania Saudita, ma di sceicchi, ricchezza e sviluppo, in Basilicata, non se ne sono ancora visti. L’industria petrolifera però sta già presentando un conto piuttosto salato in termini di inquinamento. Nonostante gli enti per la protezione ambientale inghiottano milioni di finanziamenti, ci sono bombe ecologiche che restano sepolte per molti anni o che vengono alla luce solo grazie all’impegno dei cittadini. A Corleto Perticara, dove stanno per arrivare le trivelle francesi di Total, è stata da poco trovata una discarica abusiva di oltre duemila metri cubi di fanghi ricchi di idrocarburi e metalli pesanti, residui delle perforazioni ricognitive dei primi anni ‘90, quando la concessione per la zona di Tempa Rossa era stata acquisita dall’Eni. La procura di Potenza ha aperto un’inchiesta sullo sversamento dei fanghi, rimasti sepolti per quasi vent’anni in un campo adibito al pascolo, senza che nessuno se ne accorgesse.

Di una perdita dall’oleodotto dell’Eni, invece, si sono accorti subito gli agricoltori del Metaponto. L’area interessata è di circa 10mila metri quadrati, e si è verificata in una delle poche stazioni di controllo non dotate di telecamere, ha spiegato Maurizio Bolognetti, dei Radicali Lucani. «È l’ennesimo esempio dell’inadeguatezza tecnologica dell’Eni» ha detto a Radio Radicale. Pochi giorni fa, l’ad Paolo Scaroni ha promesso che intensificherà i controlli lungo i 140 km di oleodotto che dal Centro Oli di Viggiano porta il greggio alla raffineria di Taranto, ma per rassicurare gli animi nella Val D’agri, dove si trova il più grande centro estrattivo, serve ben altro. Le trivelle del cane a sei zampe hanno riportato la Basilicata sotto i riflettori, ma la piccola regione è strategica anche per un’altra risorsa: oltre ai giacimenti petroliferi, nelle sue valli si trovano i fiumi e gli invasi che riforniscono di acqua la vicina Puglia. Ed è intorno ad uno di questi, l’invaso del Pertusillo, che negli ultimi tempi si sta concentrando molta attenzione: un tenente della polizia giudiziaria ne ha scoperto la contaminazione, ma per tutta risposta si è visto recapitare una denuncia.

È il maggio del 2010, e in seguito a una morìa di pesci, Giuseppe Di Bello preleva dei campioni di acqua e di sedimenti e li fa analizzare a due diversi laboratori in Abruzzo e in Puglia. Fuori dalla Basilicata, insomma, per essere certi della “terzietà” dei risultati. Il responso, tutt’altro che rassicurante, evidenzia la presenza di molte sostanze riconducibili all’attività estrattiva ben al di sopra dei valori soglia dell’Organizzazione mondiale della sanità: il bario per esempio, presente per 40mg/l quando la soglia sarebbe di 0,7mg/l; o gli idrocarburi, 135mg/kg, più di due volte sopra il limite accettabile, che 60mg/kg.  Di Bello avvisa le autorità giudiziarie di Potenza, ma invece di veder partire le indagini, riceve una denuncia per procurato allarme da parte dell’allora assessore all’ambiente Vincenzo Santochirico (Pd), oggi consigliere regionale. L’accusa viene poi modificata in rivelazione d’atti d’ufficio; imputazione piuttosto curiosa, commenta di Bello, «perché io i rilievi e le analisi le ho fatte nei miei giorni di ferie, da privato cittadino». A due anni dalla denuncia, e nonostante abbia chiesto il rito abbreviato, non è ancora stato nemmeno rinviato a giudizio. Non è partita nessuna inchiesta per accertare la qualità dell’acqua. L’unico provvedimento preso dal procuratore è stata la sospensione dal servizio per Di Bello, e successivamente, il trasferimento al Museo Archeologico di Potenza. Prima della sua denuncia, né l’Arpab (Agenzia Regionale per la Protezione ambientale della Basilicata) né il suo ente gemello Metapontum Agrobios monitoravano le acque del Pertusillo, nonostante negli ultimi anni ci sia stata una pioggia di finanziamenti.

Per la ricerca e il monitoraggio dell’ambiente, tra il 2005 e il 2008, l’Agrobios (società fondata in partnership con l’Eni nel 1985, e oggi interamente controllata dalla Regione) ha ricevuto quasi sei milioni di euro. Nel 2008, secondo il Sole 24Ore, prese più soldi di qualunque altro ente italiano: 1,54 milioni. Secondo il procuratore regionale della Corte dei Conti, quei soldi spettavano all’Arpab, ente pubblico “gemello” per competenze, ma una sentenza della magistratura contabile gli ha dato torto: l’Arpab non aveva né i mezzi né le professionalità per condurre le indagini. La decisione non è andata giù a molti comitati civici (e lo stesso Oricchio medita un ricorso) anche perché sembra benedire la moltiplicazione delle poltrone: invece di obbligare la Regione a far funzionare un ente di cui paga personale e strutture, le si permette di finanziarne un altro identico. Ma in tempi recenti l’Arpab non ha propriamente brillato per efficienza e trasparenza. L’ex direttore Vincenzo Sigillito è stato condannato a risarcire 10mila euro per la gestione di alcuni immobili dell’Agenzia, ed è attualmente indagato per falso ideologico e rivelazione d’atti d’ufficio nell’inchiesta sull’inquinamento del termovalorizzatore di Melfi. Sigillito avrebbe mentito riguardo alla quantità di metalli pesanti nella falda acquifera, e invece di allertare le autorità sanitarie, avrebbe avvisato la società che gestiva l’impianto.

E se gli enti regionali non vigilano con la dovuta attenzione, va ancora peggio quando il controllo è affidato nelle stesse mani dell’Eni. Nei pressi degli impianti di estrazione, infatti, è l’azienda stessa a monitorare la qualità dell’aria, ma secondo Gianluigi De Gennaro, docente di chimica all’università di Bari e consulente del Comune di Viggiano, «i dati Eni sulle polveri sottili non stanno né in cielo né in terra». Nella relazione presentata a dicembre, spiega, le quantità di Pm10 sono spesso inferiori, e di molto, a quelle di Pm2,5e, «che però è una frazione del primo valore. Come può una parte essere maggiore del tutto? Mi sento preso in giro». Il problema non sembra essere tanto il rispetto delle regole, ma le regole in sé, che in Basilicata sono meno rigide che altrove. «In Sicilia – e non dico in Lombardia o in Veneto – dove ci sono degli impianti petroliferi sono state varate norme speciali» commenta De Gennaro «a Viggiano i limiti sulle polveri sottili non possono essere uguali a quelli di un centro urbano qualunque!».

Che siano più o meno rigide, in genere le regole funzionano se chi le infrange incorre in una sanzione. Ma il consigliere comunale d’opposizione Mele racconta che la Regione «non ha mai fatto nulla, nemmeno una diffida» per tutte le volte in cui, dal maggio scorso, l’Eni ha comunicato di aver sforato il tetto alle emissioni. Al contrario, ha innalzato il valore consentito, che è stato a sua volta superato. Come se ogni giorno una Ferrari sfrecciasse a 180 all’ora in una strada di città, e invece di multarlo, il sindaco alzasse il limite di velocità. Un controsenso? Sì, ma in fondo l’automobilista che guida il bolide è anche il maggior “contribuente”. Secondo il Ministero dello Sviluppo Economico, solo nel 2011, la Basilicata ha incassato 85 milioni di euro grazie alle cosiddette royalties, le concessioni versate dalle compagnie petrolifere. Un gettito notevole per una regione di 500mila abitanti, che però sarebbe servito più a finanziare opere pubbliche (rifacimento di strade, ristrutturazioni di immobili pubblici) che a promuovere la crescita economica della regione, tanto da spingere la Corte dei Conti ad aprire un’inchiesta. In Lucania Saudita, per ora, la ricchezza resta un miraggio.