Meglio quest’Italia anti-patriottica che il paese delle ronde anti-neri

Meglio quest’Italia anti-patriottica che il paese delle ronde anti-neri

Sono tanti anni che mi interrogo – compiendo anche dei lavori in merito – sul concetto di identità italiana senza mai riuscire ad arrivare ad una qualche risposta conclusiva. E’ un concetto davvero difficile in generale, e lo è ancor di più per quanto riguarda il nostro Paese. Innanzi tutto dovremmo chiederci cosa voglia dire “identità”, che credo sia una premessa assolutamente necessaria. Il concetto di “identità” (individuale o collettiva) nasce con Aristotele il quale distingue tre forme di identità: la prima è quella di tipo numerico che riguarda la capacità di distinguere “uno” da “molti”, sia che questo sia un “uno” individuale che collettivo (es. “un” popolo). Ed è un tipo di identità che definiamo quantitativa. L’identità qualitativa consiste invece nel riconoscere, in un individuo, i tratti che lo identificano come distinto dagli altri (per conoscere un individuo devo conoscere sintomi o segni che permettano il suo riconoscimento probabile, la sua “somiglianza” con se stesso).

E infine l’identità specifica (come fa l’individuo ad appartenere ad un insieme più grande, come ad esempio alla sua classe?). Si tratta però di un concetto di natura logica, la quale è destinata a non cambiare fino all’avvento illuminista nel XVII secolo. Nel Seicento, è Locke che cambia le carte in tavola e inizia un dibattito filosofico ammettendo due forme di identità: la prima è l’identità di cui parlava Aristotele e la seconda è l’identità soggettiva. Cioè, una è l’identità relativa a come gli altri ci percepiscono – o a come noi percepiamo gli altri – e poi c’è l’identità che concerne la nostra percezione di noi stessi. Il grande testo ad opera del filosofo inglese, Essays Concerning Human Understanding, è del 1642), e non è un caso che appaia nel Seicento, poiché il concetto di identità per come lo intendiamo qui, ossia quello di identità nazionale, si riferisce allo sviluppo delle Nazioni, che evolve soprattutto in questo secolo. Occorre arrivare alla modernità per trovare un grande filosofo francese, Paul Ricoeur, che ribadisce quanto affermato da Locke, arricchendo però il concetto con una definizione ancora migliore in Soi-même comme un autre (1990), e distinguendo la mêmeité – come facciamo a percepire gli altri sempre come gli stessi – dalla ipséité – come invece facciamo ad avere il sentimento anche psicologico di noi stessi.

Ora, che cos’è l’identità che chiamiamo “nazionale” ossia, in questo caso, l’identità italiana? Dovrebbe essere un ragionamento, una percezione, su come noi ci sentiamo italiani o come qualsiasi popolo senta di appartenere ad una certa nazionalità. Si potrebbe anche dire: fa comparsa la percezione di una ipséité collettiva di carattere nazionale. Accanto a questo aspetto esiste anche, fortissimo e determinante, l’essere concepiti in quanto “mêmeité”, ossia l’essere percepiti dagli altri come “identici”, come “noi”. Quindi, come gli altri pensano che sia l’italianità. I due concetti sono differenti per la loro stessa natura filosofica, ma si influenzano in qualche maniera. Si partirà prima dalla mêmeité, perché il modo in cui siamo percepiti internazionalmente è stato nella storia più forte e in qualche caso anche determinante per definire la percezione che abbiamo di noi stessi. Prima dell’Unità nazionale esisteva una percezione dell’Italia ma unicamente “come mera espressione geografica”. Il sentimento relativo agli abitanti di questo territorio era grosso modo quello derivante dalla letteratura, dal grand tour degli stranieri – inglesi, tedeschi, francesi, ed era sostanzialmente l’idea del pittoresco, che univa il locale e la letteratura. Stranamente in Italia c’era un Terzo Mondo, pittoresco e povero, di pitocchi, ma regnavano imponente letteratura, grande arte e antica tradizione.

C’è una poesia del 1836 di Heine intitolata “Le notti fiorentine” dove apparentemente l’autore descrive la popolazione italiana, o almeno alcuni dei suoi rappresentanti, ma li caratterizza tutti da un punto di vista letterario. Riprende tutte le figure essenziali: la bella donna che balla sorridente, l’uomo colto, il mendicante che vende le salsicce, eccetera, e trae la sua ispirazione un po’ da Boccaccio, un po’ da Dante Alighieri e così via. Dunque: prima dell’Indipendenza nazionale gli italiani non esistono se non come pittoresco esotismo. (…) Quindi, nei confronti dell’Italia vi era un atteggiamento bilaterale contraddistinto dalla contraddizione tra ostilità e amore per le vestigia del passato.

Cominciano a delinearsi personalità che si muovono nella direzione della costruzione dell’Italia. Innanzitutto Garibaldi. Ma non a caso Garibaldi disponeva di un ufficio stampa piuttosto notevole, che si chiamava Alexandre Dumas, personalità molto influente in Francia, il quale seguì la spedizione dei Mille e la raccontò poi in patria narrandola a puntate sui giornali. Anche in Inghilterra, centrandosi maggiormente sulla figura di Mazzini che non di Garibaldi, dominava una certa percezione altamente positiva della nascente Italia: Larson, un illustre giornalista inglese, scriveva cose molto brillanti sull’Italia, e notevole positività si riscontra da parte di Friedrich Engels, che all’epoca dirigeva un giornale inglese popolare. Dominava la visione un po’ romantica di un popolo che cerca la sua indipendenza e lotta contro i dominatori e quindi l’idea un po’ liberale, vagamente di sinistra e colorata di sentimentalismo, che generava simpatia nel senso etimologico del termine. Negli ultimi anni del XIX secolo tutto cambia e cominciano invece ad arrivare le più grandi critiche al sistema italiano che hanno contribuito a costruire lo stereotipo negativo dell’Italia. Le critiche riguardavano innanzi tutto la politica di Crispi e si aggravarono soprattutto dal 1889 quando ci fu la sigla della Triplice Intesa, cui l’Italia aderì in funzione anti-francese. Da qui parte un certo senso di ridicolo per l’Italia, schematizzato con l’immagine di pane, pizza, pasta, tarantella e latin lover, ma soprattutto un sentimento di ridicolo dovuto all’espansionismo di Crispi, che sogna un’avventura coloniale in Africa e Albania, affronta la cosiddetta “guerra delle dogane” con la Francia, esprime una volontà di espansione senza averne la forza. Comincia ad emergere l’immagine di un Paese dove prima regna la mafia, dove c’è malgoverno e dove non esiste nessuna capacità di amministrare e di raggiungere degli obiettivi. E’ da lì che si genera una critica all’identità nazionale dei furbacchioni, un po’ mafiosi, e sostanzialmente disonesti e truccatori, che giunge fino a oggi.
Va da sé che con il fascismo, che fu l’altro momento fondamentale per la costruzione o per il tentativo di costruzione di un’identità nazionale, cambia il polo dei giudizi: negativi cominciano ad essere quelli francesi e anglo-americani e positivi quelli tedeschi. Mentre per il fascismo prende corpo la creazione di una identità nazionale costruita sulle radici – sulla romanità – in parallelo in Germania sorge il mito della razza ariana, ed entrambe le politiche vengono messe fortemente in ridicolo dall’opinione pubblica occidentale anglo-americana e francese.

Arriviamo poi alla percezione degli anni Cinquanta, in cui si accresce la negatività dell’immagine nazionale. In questi anni regna sempre l’ironia per un’ ”Italietta” incapace nel governo interno e impossibilitata a partecipare ai processi internazionali. Alla Pace di Parigi che fu siglata da De Gasperi i giornali riportavano il fatto che la delegazione italiana non parlava nessuna lingua di nessun paese, e pertanto l’Italia non aveva conquistato in quell’occasione nessuna condizione favorevole, perché nessuno era in grado di compiere mediazioni, e quindi – in mancanza di interpreti – il Paese ne era uscito fortemente penalizzato. L’Italia degli anni Cinquanta ha un impatto maggiore nei Paesi del Terzo Mondo, più che nei grandi paesi occidentali, per la maniera molto particolare di intraprendere la strada dei consumi, per la capacità di miniaturizzare i grandi consumi occidentali e renderli possibili per i paesi non ricchi. Paradossalmente, le nostre grandi bandiere sono state la Vespa, che è un elemento fondamentale la quale ci ha fatto arrivare in India e in molti Paesi dell’Africa. L’Ape è diventata Ape Car e in Kenya il sistema degli autobus pubblici ha preso lo stesso nome. In India, allo stesso modo, veniva tolto il motore dall’Ape Car e si usava il veicolo come risciò. Quindi la Vespa, e in generale la Piaggio, sono stati elementi fondamentali di costruzione del desiderio di revanche dei Paesi “ex-poveri” di entrare nel novero dei paesi modernizzati. Altro elemento è rappresentato dalla FIAT con la Seicento e la Cinquecento, che hanno avuto la stessa funzione di miniaturizzare i grandi consumi. A conti fatti si tratta dello stesso processo compiuto da Henry Ford con la FORD T, ma a nessuno sarebbe venuto in mente che si sarebbe potuto compiere un simile processo anche in Italia e con una simile inventività.

Negli anni Sessanta, la percezione dell’Italia comincia a cambiare, perché nasce un nuovo concetto, quello di italian style. Fino ad allora, l’italian style era l’insieme dei mestieri di parrucchiere, ciabattino e sarto, che fissavano il modo di abbigliarsi per uscire. Anzi se si andava al centro di Londra si trovavano anche parrucchieri con scritto “italian style” a significare che lì si tagliavano i capelli all’italiana. Negli anni ’60 invece comincia l’italian style come produzione artigiana delle merci industriali, cioè con una qualità geniale tutta italiana di innestare la creatività che viene dal passato nella produzione industriale. L’Italia si impone quindi come esportatore di moda e design, architettura, e anche un po’ di letteratura. Negli anni ’70 invece siamo nuovamente in un momento di basso. L’emblema della percezione italiana all’estero negli anni ’70 è una copertina del quotidiano tedesco Der Spiegel in cui viene raffigurato un piatto di spaghetti e una pistola dentro. L’immagine evoca gli anni del terrorismo e Der Spiegel non si occupa di pensare che la prima banda terroristica sia stata quella di Baader-Meinhof, ma vengono catapultate in prima pagine le Brigate Rosse. L’epoca del terrorismo è stata senza dubbio un elemento molto negativo tranne in un paese, la Francia, dove abbastanza curiosamente molti dei movimenti autonomisti che hanno fiancheggiato qualche elemento ispiratore del terrorismo venivano ospitati in ambito intellettuale come vittime della repressione in Italia. Gli anni Ottanta, invece, sono stati gli anni del rilancio dell’immagine italiana. Era l’epoca definita “Milano da bere”, l’epoca di Craxi e del Governo socialista che oggettivamente ha rappresentato la massima espansione dell’idea di fama italiana. Sono gli anni in cui Craxi e Andreotti si rifiutarono di consegnare i terroristi palestinesi dell’Achille Lauro agli americani, e i colpevoli furono invece processati in Italia. Fu un gesto che (appartenendo il nostro Paese alla NATO) apparve come di grande coraggio e come affermazione di autonomia. Accanto a questo gesto si susseguirono mille altre manifestazioni.

(…)

Dopo gli anni Ottanta, c’è stato nuovamente un crollo di simpatia e, a partire dallo scandalo “Mani Pulite” sino ad arrivare all’elezione di Cicciolina in Parlamento, si è ritornati al tema dell’incapacità italiana di governare, amministrare ed essere onesti. “Mani Pulite” è piaciuto tanto anche come slogan, e ha semplicemente comprovato ciò che si è dimostrato essere da Heine in avanti una costante percezione dell’Italia. Per quanto riguarda la politica, e senza voler fare alcun tipo di propaganda, bisogna dire che il caso Berlusconi viene percepito internazionalmente come una forte anomalia, anche da parte della destra liberale. È la prima volta al mondo che qualcuno direttamente impegnato nel potere economico possiede automaticamente il potere politico. Siamo ancora rimasti lì dai primi anni ’90: in questo quadro di immagine abbastanza negativa. Mi sono soffermato molto su questo aspetto dell’identità percepita dagli altri, la mêmeité degli italiani appunto, perché essa in realtà corrisponde solo parzialmente al sentimento che noi abbiamo di noi stessi. Per lo più non corrisponde, perché si tratta di un Paese giovane che ha circa 160 anni e in cui è difficile trovare le radici di identità che sono fatte di razza e storia, lingua e religione. È abbastanza complicato perché, a parte la religione cattolica, la quale non può essere nazionalista per sua natura, e per tanto non può produrre un concetto di nazionalismo, mancano gli altri elementi determinanti alla costruzione di un’identità nazionale solida: razza, storia e lingua comuni. Gli italiani sono multietnici, per non dire bastardi. E dal punto di vista della lingua, come ci ha insegnato Tullio De Mauro nella sua Storia linguistica dell’Italia Unita, non si parla l’italiano unificato per molto tempo in Italia. Prima il servizio militare e poi la televisione contribuiscono a una maggiore unità.

Ma il generale analfabetismo di ritorno prevale sulla conoscenza della lingua nazionale. Dunqu,e almeno due dei tratti fondamentali per un’identità nazionale mancano e il terzo da solo non conta, perché la Chiesa e la fede sono universali e non nazionaliste. Solamente l’ebraismo intende la nazionalità della cultura religiosa, ma le altre grandi religioni monoteistiche non contemplano affatto questo principio. Se poi si aggiunge che nel dopoguerra anche la forte presenza della sinistra laica e marxista ha perseguito un’idea di internazionalismo e non di identità nazionale il conto è fatto: in Italia il sentimento nazionale non esiste. Però qua e là in ambiente intellettuale una ricerca dell’elemento di nazionalità c’è stato e in alcune operazioni intellettuali ottocentesche lo abbiamo visto. Anche qui forse andrebbe caratterizzato un pochino meglio e andrebbe vista la sua colossale discontinuità. Al giorno d’oggi ci confrontiamo con un’idea di italianità accettata, quasi subita piuttosto che proposta. La subiamo prima di tutto ed eventualmente la definiamo al negativo. I libri di Barzini o di Malaparte in questo senso sono illuminanti. L’italianità vista attraverso i tratti negativi: subita piuttosto che espressa. All’epoca dell’indipendenza è indubbiamente un’idea politica molto romantica, molto forte dal punto di vista ideale e ideologico, ma non popolare. E’ vero che c’è stata l’impresa dei Mille ma per l’appunto, erano solo mille. E quell’impresa è stata sbalorditiva, perché altrimenti sarebbe stata un’avventura romantica esattamente come quella di Santorre di Santarosa. Pertaltro, non dimentichiamo che nel caso dei Mille ha sicuramente giocato un ruolo importante la presenza delle navi inglesi e la fragilità intrinseca del Governo borbonico.
L’unificazione ha affrontato anche dei tentativi per l’unificazione culturale. Tutto il periodo post-unitario è stato importante perché si è tentato di trovare un’immagine che corrispondesse a un senso dell’unità nazionale ed è stato perciò “inventato” il Medioevo. Volendo rintracciare un tentativo di ritrovamento dell’identità nazionale bisognerebbe visitare il Castello del Valentino a Torino che non è altro che un’operazione di invenzione totale. Fu chiamato un architetto, De Andrade, che aveva sempre lavorato in India, e gli fu detto di compiere una indagine per ritrovare tutti gli elementi caratterizzanti del gotico italiano. Lavorò dieci anni e su quella base fu fatto il Valentino e fu esaltata la goticità dell’unità nazionale, fino alle ribellioni degli anni ’80 in cui nascono i movimenti puristici e si realizza il Neorinascimento in città come Siena, Firenze, Milano, Roma. Poi fu cercata un’identità amministrativa, e lì è avvenuta la singolare scelta che ci pesa addosso ancora oggi come un macigno.
In Italia esistevano due tradizioni amministrative molto efficienti: quella austriaca nel lombardo – veneto e quella piemontese di tipo francese. Nel Sud Italia l’amministrazione veniva svolta su appalto per minimizzare i costi (sia le Poste Italiane che l’elettricità lo erano), non esistevano dipendenti per esercitare la burocrazia e l’amministrazione, e oggettivamente la burocrazia borbonica era fondata sulle ruberie, le furbizie, sui favori. Quando i piemontesi dovettero operare una scelta per tentare di unificare l’amministrazione, invece di scegliere il modello piemontese o austriaco elessero quello borbonico perché era più economico e tutto il Sud Italia vi era già abituato. Quindi l’idea del malgoverno, del cattivo funzionamento e anche delle tasse ingiuste deriva da questa ricerca dell’elemento unificante, salvo che fu operata la scelta sbagliata.

Segue poi la ricerca delle radici storiche intrapresa seriamente solo dal fascismo. Il fascismo mette in pratica all’italiana le stesse idee che c’erano in Germania sul modello delle lontane origini ariane. In questo gli italiani riuscirono meglio dei “colleghi” tedeschi in quanto per loro era più semplice rifarsi ad un passato maestoso realmente esistito, quello dell’antico Impero Romano. Quando però furono scelte tutte le rievocazioni delle mitologie di carattere romano-imperiale accaddero anche degli incidenti pericolosi. Ad esempio, sul primo numero del giornale “La difesa della razza” compare il prototipo del “romano”: lievemente ricciuto, un pochino abbronzato. Vent’anni fa si scoprì che quella non era affatto la fotografia di un attore romano – bensì romeno. L’aspetto della “comune romanità”, per quanto sventurato, fallimentare e ridicolo, è stato probabilmente l’unico vero elemento di ricerca di fondamenti di italianità. Nel dopoguerra invece ha prevalso una scarsissima unità, e come sentimento e come dato di fatto.
Bisogna insistere molto sul fatto che le due grandi culture, la cattolica e la socialdemocratico-marxista, nel nostro Paese, non hanno favorito l’unità nazionale. Ma neppure il liberalismo era per la diffusione di un’idea nazionalista. I tre grandi movimenti di pensiero, il liberalismo – sempre molto debole in Italia, il pensiero cattolico e il pensiero marxista non hanno portato avanti nessuna idea nazionalista, anzi, si è sempre marciato verso una caratterizzazione piuttosto dei localismi, dei campanili o del decentramento. Inoltre è sempre dall’epoca in cui le due culture italiane si sono fronteggiate in maniera anche particolarmente aggressiva che nasce o dall’una o dall’altra delle due culture politiche contrapposte un’idea di Paese basato su mafia, malgoverno e tasse inique: i tre grandi temi della auto-lamentela italiana che contraddicono l’idea di una nazionalità.

Qualche volta ci piace esserlo: noi italiani siamo intelligenti, creativi, vinciamo con la furbizia, costruiamo belle barche a vela, ma poi rifiutiamo anche questa “identità”, ce ne vergognano un po’. E di nuovo bisogna sottolineare che l’unica nazionalità altra al di fuori di quella ideologica e politica è quella che concerne la creatività italiana, che si mantiene ancora oggi come unica maniera per intendere un vero e proprio eterogeneo strano nazionalismo. La creatività consiste in tre cose fondamentali: la prima è quella di adeguare i prodotti della cultura cosiddetta alta alla nuova mentalità internazionale che è quella delle comunicazione di massa e dei consumi. O il contrario: come inserire la cultura alta nella produzione di massa. Ed ecco che le arti o ciò che una volta apparteneva all’artigianato, ma persino l’industria in qualche modo, riescono effettivamente a caratterizzare questa nostra differenza rispetto al resto del mondo. Intorno a questa differenza, percepita anche all’estero, è naturale che nascano alcuni grandi periodi di costruzione dell’identità italiana. Il primo è quello a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, che può essere definito come l’idea di sperimentazione o di progetto. C’è stata una generazione di grandi intellettuali italiani e anche di grandi artisti, architetti e musicisti, che ha effettivamente sperimentato quasi tutto. In seguito, negli anni Settanta, nel momento del riflusso rispetto ai grandi sogni e alle grandi utopie che in tutto il mondo occidentale erano tramontati dopo il ’68, è arrivata la disillusione. Se però nel mondo occidentale questo periodo veniva chiamato post-moderno, per via del famoso libro di Jean-François Lyotard, commissionato dal governo canadese nel 1979, in Italia il post-moderno è stato altro, è diventato un elemento di carattere quasi creativo. Ci sono stati infatti movimenti che si sono fondati sull’idea del dubbio nei confronti della modernità. Eccone alcuni: la “Transavanguardia” in pittura, inventata da Bonito Oliva, l’”Arte Povera” lanciata da Germano Celant; in filosofia, Vattimo e Cacciari hanno variamente pensatop le filosofie della crisi. E poi c’è l’architettura, va da sé, con il movimento post-modern che arriva fino a Natalini di Firenze, partendo da Renzo Piano.
L’Italia quindi si configura come una personalità dalla fortissima dominanza nei periodo transitori. La tendenza degli ultimi anni è quella di far nascere come conigli dal cilindro i grandi virtuosismi nella lingua per i romanzi: Italo Calvino, UmbertoEco; virtuosismi cinematografici, infatti anche Salvatores o Tornatore, con i loro film di massa, al tempo stesso hanno girato pellicole di qualità straordinaria; il virtuosismo è presente ormai anche nella pubblicità e nell’ambito della moda: da Dolce & Gabbana agli ultimi trend. E infine il virtuosismo è anche capacità individuale: laddove tutto il mondo è griffato e tutto il mondo sceglie di seguire la moda, l’eleganza italiana non è solo quella delle marche. L’eleganza italiana è degli italiani che riescono a costruire dei melange, un mix di capi tutto italiano, che non ha pari nel mondo.
In conclusione ci sono stati, sì, elementi interessanti nella costruzione dell’italianità, ma sono stati molto saltuari, e, tranne l‘episodio del fascismo, non hanno un fondamento forte o delle ragioni profondamente intrinseche. Ma a conti fatti, forse, questa assenza di patriottismo e di nazionalismo non è del tutto negativa. Poiché un sentimento che porta a bruciare i barboni sulle panchine, a fondare leghe anti-ghanesi o istituire scuole per stranieri come se fossero cittadini di serie B, non è, diciamocelo, un gran nazionalismo. Io non proverei per tutto questo una goccia di orgoglio nazionale.

Tratto dal sito di Omar Calabrese
 

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