“Ora negli ospedali greci non riusciamo a curare neanche i bambini”

“Ora negli ospedali greci non riusciamo a curare neanche i bambini”

ATENE – Nella Grecia della crisi e delle misure di austerità, può anche capitare che i debiti uccidano. L’impressione e la commozione che ha suscitato il suicidio di un ex farmacista settantasettenne il 4 aprile scorso mette bene in chiaro il clima che si respira ad Atene. L’uomo, Dimitris Christoulas, ha scelto di commettere il gesto in maniera plateale, in piazza Syntagma, di fronte alla sede del Parlamento greco, alle 9 di mattina e nei pressi della stazione della metropolitana. Addosso aveva un biglietto, nel quale affermava fra l’altro: «Non vedo altra soluzione, se non quella di porre una fine dignitosa alla mia vita, onde evitare di ritrovarmi a rovistare fra i cassonetti per sopravvivere (…) Il governo collaborazionista di Tsolakoglou ha distrutto le mie possibilità di sopravvivenza, che si basavano su un’onesta pensione che io solo, per 35 anni, ho pagato, senza nessun aiuto da parte dello Stato». Christoulas era un ex farmacista che, come molti altri esponenti del fu ceto medio greco, aveva visto peggiorare notevolmente la propria condizione economica negli ultimi anni. Georgios Tsolakoglou, la figura polemicamente chiamata in causa dall’uomo nel redigere il suo ultimo messaggio, era il capo del primo governo collaborazionista insediatosi in Grecia durante l’occupazione delle forze dell’Asse, nel 1941.

Le cause dell’ondata di commozione e di risentimento che il fatto ha suscitato già a partire dalla mattina di mercoledì possono essere meglio comprese proprio se messe in relazione alla condizione di impoverimento e di crescente marginalità sociale vissuta dal suicida e, insieme a lui, da centinaia di migliaia di greci. Ad Atene, parlando con la gente per strada, quello che colpisce di più è proprio il fatto lamentato da Christoulas nelle brevi note che gli sono state trovate in tasca. Dopo una vita di lavoro e di risparmi, sono in tanti ad essere rimasti con un pugno di mosche in mano e – a conti fatti – è il ceto medio quello che sembra essere più colpito dalla crisi del debito e dalla recessione. Forse è anche per questo che la situazione sociale e politica greca, al netto dell’attuale e momentaneo affievolirsi delle proteste e delle manifestazioni, in parte dovuto anche alla fase pre-elettorale, appare così ingestibile e radicalizzata. Di fatto, la polarizzazione sociale crescente, con i (pochi) ricchi che diventano sempre più ricchi e corrono a depositare le loro fortune in conti off-shore e una porzione sempre più consistente della popolazione che precipita verso la soglia di povertà non è garanzia né di stabilità né di pace sociale.

La classe dirigente greca lo sa bene. Ed è per questo che il quadro politico è in costante trasformazione e fibrillazione. Nuovi partiti nascono dalle costole dissidenti delle due principali formazioni politiche che hanno governato il paese negli ultimi decenni, il Pasok e Nuova Democrazia. Reciproche accuse e toni sempre più populistici non riescono a nascondere la realtà. Sanno bene, i politici greci, che le misure di austerità concordate con la Troika non faranno che aggravare la recessione in cui si dibatte la debole economia del paese. Ed è per questo che l’ultimo memorandum di intesa approvato dal Parlamento a febbraio gioca un po’ il ruolo della patata bollente: i due partiti di governo se lo rimpallano e mostrano di voler cambiare le cose dopo le elezioni, pur avendolo firmato e pur essendo consapevoli che i margini di trattativa con l’Unione Europea, la Bce e il Fondo Monetario sono nulli.

Per provare a capire cosa sarà la Grecia dei prossimi anni, dal punto di vista della capacità di spesa tanto della collettività quanto dei singoli cittadini, una buona cartina di tornasole è costituita dal settore della sanità pubblica. Negli ultimi giorni, Atene è stata attraversata da diverse proteste dei lavoratori del comparto sanitario. Una manifestazione molto partecipata e specificamente dedicata ai temi della sanità si è tenuta lo scorso 29 marzo. Nei giorni che l’hanno preceduta, come anche in quelli che l’hanno seguita, diversi ospedali in tutta la Grecia hanno visto i propri dipendenti, medici e personale non medico, scendere in sciopero per via dei tagli alla sanità causati da quello che qui viene chiamato “mnemonium” (il memorandum di intesa con la Troika).

Dall’inizio dell’anno e dopo l’insediamento del governo tecnico presieduto da Lucas Papademos, una delle prime e più eclatanti forme di protesta è stata quella che ha avuto come protagonisti i medici, gli infermieri e i tecnici dell’ospedale di Kilkis, in Macedonia. Qui, lo scorso 13 febbraio, il personale ha deciso, dopo una votazione tenutasi al termine di un’assemblea con un’alta partecipazione, di iniziare uno sciopero e di occupare l’ospedale per protestare contro i tagli che ne hanno reso estremamente difficoltoso il regolare funzionamento della struttura. «Dalla firma del primo memorandum», mi spiega Leta Zotaki, medico radiologo che di quella protesta è stata una delle principali organizzatrici e ispiratrici «abbiamo cominciato ad avere una quantità di problemi, soprattutto in termini di mancanza di personale, materiali, farmaci e strumenti di uso quotidiano. Tanto per fare un esempio, ci siamo trovati a dover fronteggiare una cronica mancanza di aghi». In Grecia, il sistema sanitario è fortemente centralizzato, e gli ospedali non hanno nessuna autonomia finanziaria e di spesa. Da circa due anni, il ministero ha cominciato a ridurre i trasferimenti alle singole unità, ad unificare dal punto di vista amministrativo diversi centri di cura (mossa che, secondo molti, prelude a una riduzione del numero di presidi esistenti sul territorio), a tagliare i posti letto e a ridurre gli stipendi.

«Di fatto, con il secondo memorandum, la situazione è nettamente peggiorata», prosegue Zotaki. «Nel nostro ospedale, ad esempio, abbiamo avuto difficoltà a continuare a fare le tac per via della mancanza di personale. Negli ultimi due anni, il blocco del turnover nel settore sanitario, che prevede una nuova assunzione ogni dieci pensionamenti, ci ha creato notevoli problemi». A Kilkis, tecnici e infermieri non ricevono i soldi degli straordinari dalla scorsa estate, mentre ai medici l’integrazione dello stipendio per le prestazioni fuori orario non viene corrisposta da novembre. «Non solo. Il governo ha come priorità, nella fase attuale, quella di ridurre l’esposizione e i rischi per le banche. Pertanto, a tutti quei dipendenti pubblici che hanno contratto debiti, ad esempio per acquistare una casa, i soldi che devono andare alla banca vengono prelevati direttamente dal conto scalandoli dallo stipendio. In pratica, lo stato li “gira” direttamente agli istituti finanziari». È così che molti lavoratori dell’ospedale di Kilkis, col nuovo anno, oltre a non percepire più gli straordinari, si sono ritrovati con una busta paga di 4 (quattro) euro. Difficile pensare, con retribuzioni simili (per chi ancora ha un lavoro e uno stipendio), che i greci tornino a consumare facendo rimettere in moto l’economia.

Ma come è destinato a cambiare il sistema sanitario greco in relazione alle misure di austerità? «Lasciando da parte il tema delle retribuzioni di chi nella sanità lavora», afferma Zotaki «uno dei mutamenti fondamentali riguarderà il costo dei servizi per gli utenti. In un futuro non lontano, una donna potrebbe arrivare a dover spendere fino a 900 euro solo per partorire in un ospedale pubblico». Dunque prestazioni più costose, ma anche diminuzione della quantità e della capillarità dell’offerta sanitaria. Kostas è un giovane oncologo del centro di ricerca contro il tumore di Aghios Savvas, situato ad Atene nel quartiere di Ambelokipi. «Con ogni probabilità, il numero totale di ospedali in Grecia sarà portato da 130 a 80, quindi con un taglio di 50 unità. I posti letto, invece, dovrebbero essere portati da 46mila a 36mila». Anche l’ospedale in cui lavora Kostas, che è un centro di eccellenza per la lotta al cancro, rischia la chiusura o quanto meno la fusione con altri istituti.

Un destino simile sembra rischiare anche l’ospedale pediatrico di Pendelis. Ioanna Paspati, chirurgo ortopedico, riceve nel suo ufficio all’interno di questo bel complesso situato in una zona molto periferica della capitale greca. La collocazione dell’ospedale, in mezzo alla quiete delle colline dell’Attica settentrionale, è incantevole, e non mi stupisce quanto afferma la dottoressa Paspati all’inizio del nostro incontro: «Il nostro istituto, che serve un’area molto vasta, è preferito ad altri dalla popolazione anche perché è a misura d’uomo e, soprattutto, di bambino». La scorsa settimana, tuttavia, medici e infermieri del nosocomio hanno scioperato per due giorni consecutivi, tentando in questo modo anche di sensibilizzare la comunità circostante e i genitori dei piccoli pazienti rispetto al rischio di una prossima chiusura del centro di Pendelis. «Ad oggi», afferma la dottoressa Paspati «tutto quello che sappiamo è che, a partire dal 2013, l’amministrazione del nostro ospedale sarà unificata con quella di altri due centri di cura pediatrici situati nel centro di Atene. Allo stesso tempo, alcuni nostri colleghi, sia medici sia personale non medico, cominciano ad essere spostati altrove».

Il significato di queste mosse da parte del ministro della salute Andreas Loverdos (Pasok) non è ancora chiaro ma c’è il reale rischio che l’intento sia quello di arrivare a chiudere l’ospedale. «Fra l’altro, il nostro è un centro molto rinomato per quanto riguarda la chirurgia ortopedica. Qui, ad esempio, effettuiamo delicate operazioni alla colonna vertebrale su bambini con problemi motori provenienti da tutto il paese». Anche qui, tuttavia, non vengono più pagati gli straordinari, mentre la riduzione dei trasferimenti dal livello centrale si traduce, nonostante la buona fama sottolineata dalla dottoressa Paspati, in un peggioramento del servizio. «Prevale una logica di risparmio fine a sé stesso che, oltretutto, in ultima analisi, si dimostra anche antieconomica. Io, ad esempio, nel corso di un singolo intervento sono costretta a cambiare bisturi tre o quattro volte, perché quelli che ci danno sono di cattiva qualità. Sarebbe meglio avere dei buoni bisturi: durerebbero di più e bisognerebbe ricomprarli meno di frequente». Stante questa situazione, come dicevamo, il personale dell’ospedale ha deciso di entrare in sciopero per due giorni consecutivi. «In realtà questo è sempre stato un ospedale molto calmo», ci tiene a sottolineare la dottoressa Paspati «non abbiamo mai avuto un personale particolarmente sindacalizzato, e in passato, in tempi che oggi potremmo definire normali, erano pochi quelli che scioperavano». Stavolta la partecipazione è stata massiccia. Segno che di “normale”, in Grecia, sta rimanendo ben poco. 

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