Passera e Mediobanca, sfida sul business delle costruzioni

Passera e Mediobanca, sfida sul business delle costruzioni

Salini Costruttori è un gruppo romano specializzato nelle opere di ingegneria civile: dighe e centrali elettriche, metropolitane e ponti, realizzati in Italia (23%) e soprattutto in giro per il mondo (77%). L’anno scorso ha fatturato un miliardo e 400 milioni, triplicandolo rispetto a cinque anni fa. Ieri ha presentato alla comunità finanziaria un piano di aggregazione con la concorrente Impregilo, che è poco più grande, con un giro di d’affari di 2,1 miliardi, di cui solo 1,6 nelle costruzioni. Il resto della società presieduta da Massimo Ponzellini e controllata indirettamente dalla famiglia Gavio (29%), che di recente ha rilevato le quote dei Ligresti e dei Benetton, è fatto dai ricavi che arrivano dalle concessioni, in particolare nelle autostradale brasiliane (Ecorodovias), e dall’impiantistica.

La proposta di Salini suona così: uniamo le forze, concentriamoci sul mestiere delle grandi costruzioni e vendiamo tutto il resto, in particolare le concessioni, utilizzando il ricavato per ridurre i debiti (515 milioni per Salini, dopo aver speso 123 milioni per comprare in Borsa il 25% di Impregilo; 727 milioni per Impregilo) e magari distribuire un superdividendo ai soci. Secondo le previsioni di Salini, il gruppo così creato potrebbe raggiungere 6,5-7,5 miliardi di ricavi e un margine operativo lordo di 800-1.050 milioni, grazie anche al fatto che le maggiori dimensioni dovrebbero rendere più facile vincere le commesse rilevanti e profittevoli. 

L’idea ha senso industriale ed è imprenditorialmente coraggiosa, ma per valutarla servirebbero più informazioni: se non ancora sulle condizioni economiche della proposta, tenuta sul vago perché di mezzo ci sono società quotate, quanto meno su Salini stessa. Perciò, in vista dell’assemblea richiesta per revocare il cda, ritenuto «non rappresentativo dell’attuale azionariato», sarebbe opportuno che Salini ampliasse la trasparenza pubblicando sul proprio sito il bilancio integrale del 2011, aggiungendovi la relazione sulla remunerazione degli amministratori, il documento sulle operazioni con parti correlate e ogni altra informazione richiesta a una società quotata. Non è obbligata, ma facendolo rafforzerebbe mostrerebbe di credere fino in fondo alle prassi più avanzate del mercato finanziario, confermando il percorso evolutivo da società a controllo e gestione familiare a società manageriale, intrapreso anni fa.

Stante la compagine azionaria di Impregilo – 29% Gavio, 25% Salini, 5% al fondo Amber e  2% a McKinley Capital Management, il resto è ufficialment) flottante –, però, se anche Salini riuscisse ad avere la meglio in assemblea e a insediare un cda amico, questo cambierebbe i rapporti di forza ma non garantirebbe la realizzazione del progetto di integrazione. Con il suo 29%, infatti, Gavio, che preferisce l’attuale modello di business misto con costruzioni e concessioni mature, potrebbe bloccare la fusione in sede di assemblea straordinaria, dove è necessaria l’approvazione dei soci di minoranza. E per di più, il patron dell’Autostrada Torino-Milano/Sias ha anche liquidità in abbondanza (almeno un miliardo), con cui potrebbe spingersi a lanciare un’Opa, mentre Salini, avendo raggiunto una leva finanziara di 3,3 volte (debiti/mol), non ha molti margini d’azione. Per procedere, dunque, occorre costruire un consenso quasi unanime.

E qui entra in gioco il “sistema”. Mediobanca è stata chiamata da Gavio a studiare la situazione per evitare sorprese in assemblea, mentre Impregilo sta preparando in tutta fretta un piano industriale di cui non ha sentito l’esigenza per anni. La filosofia di Piazzetta Cuccia è tradizionalmente quanto di più lontano ci possa essere dall’operazione Salini: finanzia la proprietà più che le imprese e sconta un atavico scetticismo sulla capacità dell‘imprenditoria italiana di competere nel mondo. Le “operazioni di sistema” che Mediobanca asseconda sono altre, più sul genere, per così dire, Fondiaria-Unipol, finalizzate alla gestione delle crisi. Alla luce della consolidata alleanza con Gavio, che ha anche uno snodo importante in Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit (il maggior azionista di Mediobanca), l’istituto di Renato Pagliaro e Alberto Nagel si troverà a contrastare il progetto di Salini. 

Ma c’è anche un altro pezzo del sistema a cui la filosofia proposta dai costruttori romani piace. Investitori istituzionali a parte, questo pezzo del sistema ha il suo esponente più importante in Corrado Passera, ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, ora ministro dello Sviluppo e delle Infrastrutture. Da sempre Passera è un sostenitore delle “operazioni di sistema” attraverso la creazione di operatori nazionali in grado di competere con forza in uno scenario globale. Da banchiere Passera non si è però differenziato troppo dallo stile Mediobanca, pur con qualche eccezione sui processi di aggregazione di imprese di piccole e medie dimensione. Per il resto, sui grandi temi, da Alitalia a Telco alla questione Edison, le iniziative di Passera hanno puntato a mettere una pezza a situazioni malmesse. Oppure, come nel caso Parmalat e la cordata con Granarolo, non sono mai decollate o erano poche gradite dal mercato. Impregilo-Salini, invece, si muove invece secondo logiche industriali e insieme di “sistema-Paese”, e suscita interesse sul mercato. Secondo fonti bancarie, inizialmente il progetto è stato incoraggiato ai piani alti di Intesa Sanpaolo, che oggi sembra però essersi defilata. Riuscirà Passera a realizzare da ministro quello che non è riuscito a fare da banchiere o prevarrà ancora una volta la filosofia di Mediobanca? Ha detto Pietro Salini che il progetto del suo gruppo è “razionale”, ma proprio per questo, in Italia, rischia di non diventare reale.

Twitter: @lorenzodilena

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