Rivoluzionare stanca, in Egitto una cura per i traumi da rivolta

Rivoluzionare stanca, in Egitto una cura per i traumi da rivolta

Il CAIRO – Tra le vittime della Rivoluzione egiziana non ci sono solo gli 840 morti e i 6.000 feriti colpiti durante le proteste contro l’ex-dittatore Hosni Mubarak, tra il 25 gennaio 2011 e il 17 febbraio dello stesso anno. Ci sono anche tutti quelli che, un anno dopo, non riescono più a vivere come prima. Le scene di violenza che hanno subito, visto o sentito in quei giorni, sono state insopportabili. Al punto che ancora oggi hanno paura, si sentono impotenti, trascorrono le notti svegli e quando dormono hanno incubi. Sono tesi, vigili, pronti a difendere se stessi – e chi gli sta vicino – da qualsiasi pericolo.

Secondo il DSM-IV – il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – questi sintomi si manifestano in tutti i pazienti che soffrono di disturbo post-traumatico da stress (PTSD), una patologia che aveva colpito il trenta per cento dei soldati americani sopravvissuti al Vietnam. «Le guerre e le Rivoluzioni sono diverse e si combattono in modo diverso. Ma in entrambe c’è il sangue e le conseguenze psicologiche di chi le ha vissute sono le stesse». Lo spiega nel suo studio del Cairo Amr Salah, uno psichiatra che lo scorso gennaio, insieme a due suoi colleghi, ha creato l’iniziativa “Non sei solo”: un’ operazione volta a sostenere e curare gratuitamente tutti quelli che sono rimasti traumatizzati dalla Rivoluzione.

L’evento precipitante più comune, riportato tra gli individui affetti da PTSD è la morte improvvisa e inaspettata di una persona cara, o di un conoscente. Ma più generalmente, la persona ha vissuto, è stata testimone o ha affrontato uno o diversi eventi che riguardano la morte, un danno grave o una minaccia per la propria integrità fisica o altrui. E infatti il dottor Saleh conferma che tra i suoi pazienti «non ci sono solo quelli che stavano a Piazza Tahrir, ma ci sono anche quelli che erano rintanati in casa e che hanno visto le violenze in televisione».

Di fronte a tali traumi, l’individuo affetto da PTSD risponde con la paura, con una sensazione di impotenza o di orrore. Horovitz, il primo psicanalista che delineò le caratteristiche di tale patologia, osservò che le vittime di questi traumi oscillano tra il diniego di un evento e la sua ripetizione compulsiva attraverso flashback o incubi. «Una mia paziente continua a sognare i militari che la rincorrono – racconta il dottor Salah – un’altra inizia a tremare ogni volta che sente il rumore di un motorino: non riesce a dimenticarsi quel giorno in cui i militari, in sella ai motorini, iniziarono a sparare contro la folla. Altri invece evitano di parlare di quello che hanno visto, di incontrare persone che gli possano ricordare quegli attimi di terrore o di andare a Piazza Tahrir. C’è anche chi fa finta di non esserci mai stato, quando invece era lì».

Di fronte a certe atrocità, l’individuo non riesce a difendersi: «non sappiamo cosa, ma c’è qualcosa che si rompe nell’animo umano e che cambierà l’individuo per sempre. E noi qui cerchiamo di curare questo dolori attraverso il gruppo: confrontare i propri sentimenti, il modo in cui si gestisce la vergogna, la paura e la rabbia, con persone affette dagli stessi sintomi restituisce un po’ di fiducia ai pazienti. E solo in questo modo le persone riescono ad elaborare il passato e a rivivere nel presente», continua Salah.

Ma perché un “gruppo” funzioni, ci sono delle regole che i pazienti devono rispettare. «Le regole tracciano i confini, e senza confini il gruppo non sarebbe in grado di contenere le emozioni. Per partecipare bisogna essere tolleranti, aver fiducia nei membri del gruppo e soprattutto non parlare di politica». Ma com’è possibile che ci riescano se il loro male deriva proprio da un evento politico? «Perché qui l’obiettivo è un altro: l’obiettivo di una discussione politica è trovare una soluzione. Qui, l’obiettivo è fare esprimere le emozioni degli individui».

Non ci sono cifre ufficiali per sapere quante persone oggi siano affette da tale disturbo, ma il via vai di pazienti nello studio del dottor Salah è indicativo. Ogni giorno, alle dieci di sera, il campanello suona e i centralini dell’iniziativa ricevono telefonate 24 ore su 24. «Paradossalmente, nonostante la crisi economica, il mio studio in questi ultimi mesi si è riempito. Subito dopo la Rivoluzione, c’era un clima di euforia generale. Ma da settembre, la criminalità è aumentata moltissimo. I banditi hanno iniziato a fermare le macchine, a derubare le persone, a rapire i bambini in cambio di un riscatto. Ancora una volta, le persone hanno iniziato ad avere paura».

La maggior parte dei pazienti sono ragazzi tra i venti e i trent’anni che sono stati particolarmente attivi durante le manifestazioni. Ma c’è anche chi dovrebbe essere abituato ad avere a che fare con morti e feriti: ci sono i medici e i soccorritori che questa volta non sono riusciti a sopportare il dolore. Gli unici che mancano all’appello sono i soldati, ma il dottor Salah è convinto che prima o poi chiameranno.