Tagli alla difesa? In Inghilterra c’è un premier che li ha già fatti

Tagli alla difesa? In Inghilterra c’è un premier che li ha già fatti

«Mio marito non avrebbe mai pensato di diventare un eroe. Purtroppo gli è soltanto accaduto di non tornare a casa. Gli isolani sono sempre stati fieramente inglesi e tali vogliono rimanere. Mi piacerebbe credere che se dovessimo difenderli di nuovo, lo faremo». A parlare così è la settantenne Sarah Jones, vedova del tenente colonnello Herbert Jones, Esercito di Sua Maestà la Regina, 2° Battaglione Paracadutisti, decorato con la Victoria Cross alla Memoria dopo essere caduto il 28 maggio 1982 nella battaglia di Goose Green, dove è seppellito. E gli isolani di cui parla la signora Jones sono, naturalmente, il manipolo di sudditi della Regina che abitano nelle Falkland, il desolato arcipelago sferzato dai venti dell’Atlantico meridionale che, da sempre, viene rivendicato dall’Argentina, la quale sostiene di avervi creato una caserma e un porto nel 1829, cioè quattro anni prima dell’edificazione di una base da parte degli inglesi Proprio in questi giorni cade il 30°anniversario della riconquista delle Isole da parte britannica durante la guerra anglo-argentina del 1982.

Ed esattamente in questi giorni l’Argentina della signora Cristina Fernandez Kirchner, come ha puntualmente riportato Linkiesta, sta intensificando le pressioni sulle isole, in atto da tempo, per ricordare al mondo, e soprattutto all’Inghilterra, che le considera ancora roba sua. Tutto ciò nonostante la caparbietà inglese, che nel Paese sudamericano viene definita, senza tanti complimenti, «colonialismo». Dalla fine del confitto del 1982 a oggi, il prodotto interno lordo delle Isole è salito da 5 milioni di sterline a oltre 100 milioni, gli abitanti sono raddoppiati (da 1.500 a 3mila), si è sviluppato perfino il turismo e sono in atto le prospezioni per la ricerca del petrolio. Che sono molto promettenti, ed ecco il motivo del rinnovato interesse da parte di entrambi i contendenti.

Insomma, Londra sta facendo di tutto per riaffermare e dimostrare che le isole sono un suo possedimento, giustificando tale affermazione con il diritto all’autodeterminazione degli abitanti i quali, sostiene, vogliono restare sudditi della Corona. Per ribadire il concetto, nel tempo ha ovviamente dispiegato nell’area forze ben superiori allo sparuto drappello di soldati che nel 1982 dovettero ignomignosamente abbassare le armi di fronte al corpo di spedizione argentino. Oggi l’Inghilterra dispone nell’area di un efficiente aeroporto e di una forza navale permanente il cui fiore all’occhiello sarà costituito dal cacciatorpediniere Dauntless, 7mila 050 tonnellate nuove di zecca che, partito proprio ieri dalla sua base di Portsmouth, sta navigando con rotta sulle Falkland, dove si tratterrà per sei mesi rilevando la più datata e meno capace fregata Montrose. Il principe William è appena tornato da una missione da elicotterista sulle Isole alla quale è stato dato, ovviamente, opportuno rilievo mediatico.

Tutte esibizioni “muscolari” rivolte a Buenos Aires, dove tuttavia sanno bene che non bastano un solo caccia e poco altro, principe compreso, per difendere un arcipelago che si trova a quasi 13 mila km da Londra. Anche perché la signora Kirchner, a differenza del suo predecessore ammiraglio Leopoldo Galtieri, l’allora capo dello Stato argentino che nel 1982 diede il via all’Operazione Rosario per mettere le mani sulle Isole, può contare su vaste alleanze: sono dalla sua parte il Cile, il Brasile, l’Uruguay, il Venezuela (cioè, buona parte dei Paesi del Mercosur e di quelli con lo status di “osservatori”), il Marocco e, per quel che possono valere, l’Angola, il Mozambico e la Siria del sanguinario Bashar Assad. Naturalmente è tutto da valutare, in caso di conflitto, che cosa potrebbero mai fare le limitate Forze Armate di Buenos Aires contro quelle britanniche, e anche come si comporterebbero i suoi alleati, ma il fatto che esistano e che siano molti di più di 30 anni fa, e soprattutto che siano in gran parte confinanti o non lontani dall’Argentina (le cui coste distano circa 750 km dalla isole) costituisce un ulteriore incognita da non trascurare.

Quel che la vedova del colonnello Jones forse non sa è che questa volta gli argentini, che chiamano le isole Malvinas e la sua capitale Puerto Argentino, potrebbero davvero farcela a piazzare stabilmente la loro bandiera sul Palazzo del Governo isolano. E questo per via della politica della Difesa messa in atto dalla coalizione guidata da David Cameron, la cui scure si sta abbattendo con veemenza sugli stanziamenti destinati alle Forze Armate britanniche. In particolare, i tagli stanno privando progressivamente la Royal Navy degli strumenti che per secoli hanno permesso all’Inghilterra di essere una potenza coloniale e, 30 anni fa, di intervenire nell’Atlantico del Sud per sloggiare Buenos Aires dall’arcipelago della discordia. Insomma, i tagli sono tali e tanti che, oggi, molti a Londra dubitano che la nazione potrebbe mettere insieme una task force in grado di intervenire credibilmente a migliaia di miglia dalla madrepatria, come avvenne nel 1982. Ma procediamo con ordine per capire che cosa accade al di là della Manica.

Il ridimensionamento dello strumento militare britannico parte da lontano, ma dal marzo 2010 ha assunto un’accelerazione impressa dalla cosiddetta Sdsr la «Strategic Defense and Security Review» che ha delineato un futuro in cui le minacce principali verrebbero dal terrorismo e dagli attacchi cyber-attacchi. La Sdsr prevede un taglio dell’8% alle spese militari e formidabili sforbiciate a tutte le Forze Armate. Il British Army, l’Esercito, perderà 7mila dei suoi 102.500 uomini, il 40% dei carri armati Challenger 2 e il 35% dei pezzi d’artiglieria semoventi AS 90. La Royal Air Force, l’Aeronautica, dovrà tagliare 5mila uomini su 33mila, gli aerei da trasporto Lockeed Martin C 130 verranno ritirati con 10 anni di anticipo e l’unico esemplare del fallimentare velivolo da pattugliamento marittimo Nimrod Mra4 verrà scandalosamente smantellato dopo che il programma ha accumulato quasi 10 anni di ritardo, divorando l’astronomica somma di 3,2 miliardi di sterline senza produrre nulla. Il programma del caccia paneuropeo Typhoon, invece, era già stato ridimensionato prima. Ma per capire meglio che cosa potrebbe attendere l’Inghilterra nello scenario dell’Atlantico meridionale è opportuno focalizzarsi sulla situazione della Royal Navy, che durante il conflitto della Falkland-Malvinas sopportò l’onere di trasferire la potenza britannica a 12 mila km da casa e di mantenercela fino alla vittoria.

La Royal Navy perderà 5mila uomini su 30mila e dovrà rinunciare a una delle due recenti unità d’assalto anfibio, Albion e Bulwark, risalenti al 2003, che verranno alternativamente disattivate a rotazione per risparmiare. Una delle quattro nuove unità da sbarco anfibio della classe Bay, la Largs Bay entrata in servizio solo nel 2006, è già stata venduta all’Australia. Verranno radiati i rimanenti due caccia Type 42 (i cui gemelli s’erano battuti proprio alle Falkland con il sacrifico dello Sheffileld e del Coventry), mentre le restanti fregate Type 22 sono già state disattivate, lasciando in linea appena i sei nuovi caccia Type 45 (dei quali due sono però ancora in costruzione) e le 13 fregate Type 23. Queste ultime dovranno essere sostituite dalle nuove Type 26 a partire dal 2020, ma il ministero della Difesa britannico evita accuratamente di dire quante ne verranno costruite, mentre il governo, per spalmare i costi di sviluppo sul maggior numero possibile di unità, sta disperatamente cercando di promuoverne l’acquisizione da parte di Australia, Turchia, Brasile e India.

Ma il vero disastro è che l’Inghilterra ha disattivato anche l’intera flotta dei suoi aerei a decollo verticale Harrier AV8-B, compresi quelli in versione GR9, recentemente aggiornati al prezzo di 500 milioni di sterline. Soldi buttati, se si pensa che con il rinnovamento avrebbero avuto una vita residua calcolabile ancora in 8-10 anni. In pratica, l’intera componente aerea della Fleet Air Arm, l’Aviazione di Marina imbarcata, è stata azzerata: peggio di una battaglia persa. E i sudditi della Regina hanno appreso sbigottiti la notizia che l’intera flotta di Harrier è stata ceduta per 180 milioni di dollari agli Stati Uniti, che impiegheranno gli aerei come fonte di pezzi di ricambio per quelli simili che già posseggono fino all’arrivo del nuovo caccia F 35, ordinato anche dall’Inghilterra. Ma il ministero della Difesa britannico ha recentemente fatto sapere che il programma F35 è stato ridotto da 150 velivoli ad appena 40. Per inciso, 180 milioni di dollari equivalgono più a meno al prezzo di due degli F35 che Londra comprerà da Washington. Non contenti, gli inglesi hanno ritirato dal servizio, nel marzo 2011 e con cinque anni di anticipo rispetto al previsto, anche la leggendaria portaerei Ark Royal (chiamata affettuosamente «the Mighty Ark»), terza di una classe di tre. Con la gemella Invincible già dismessa nel 2005, l’ultima della triade rimasta in servizio è l’Illustrious, della quale è previsto però il ritiro anticipato nel 2014, dopo che nel 2011 sono stati spesi 40 milioni di sterline per lavori di manutenzione indispensabili a tenerla in linea. Dunque, dopo il 2014, l’unica nave della Royal Navy con un ponte di volo degno di questo nome sarà la Ocean, una portaelicotteri del 1998 costruita però con standard mercantili e non abilitata all’imbarco di aerei a decollo verticale, che in ogni caso non esistono più. Altre feroci polemiche, sempre nel settore aeronavale, suscita la tormentata vicenda delle due nuove superportaerei da 65mila tonnellate. La prima, la Queen Elizabeth, entrerà in servizio nel 2016, seguita nel 2020 dalla pressoché gemella Prince of Wales. Ma la prima non avrà le catapulte, necessarie al decollo degli aerei tradizionali, quindi sarà solo una portaelicotteri priva di aerei, visto che lo Harrier non c’è più e s’è pure rinunciato all’acquisto dell’erede, la versione a decollo verticale (la “B”) dell’F-35. La seconda, invece, avrà le catapulte e imbarcherà la versione “C” dell’F-35, quella a decollo convenzionale, ma come s’è detto, se tutto andrà bene arriverà nel 2020. Quindi, fino a quella data, la flotta britannica resterà priva di un vero caccia imbarcato, senza il quale la superiorità aerea in operazioni lontane stile Falkland resterà un sogno. Negli intendimenti britannici contenuti nell’Sdsr c’è, a dire il vero, una stretta collaborazione con le Marine alleate, principalmente quella americana e quella francese. Già ora i piloti della Fleet Air Arm si addestrano con i caccia F/A 18 sulle portaerei americane e sono in corso colloqui a tre per l’utilizzo di aerei Usa e francesi sulla futura Prince of Wales. Tuttavia, è difficile immaginare un coinvolgimento di mezzi di Washington o di Parigi in operazioni diverse da quelle che costituiscono gli interessi strategici di entrambe le potenze, e certamente le rocciose Falkland non rientrano in tali interessi. Morale: o la Royal Navy provvederà da sola a ricostituire una sua componente aerea imbarcata da utilizzare a piacimento, o dovrà accettare di averne una, per così dire, a sovranità limitata. Brutta faccenda, per la Perfida Albione che ha ancora nel suo Dna il controllo degli oceani.

Anche il risvolto economico delle decisioni prese in base alla Sdsr sta creando, in Inghilterra, mal di pancia e malumori francamente condivisibili. La portaerei Queen Elizabeth ora in costruzione (costo approssimativo: ben 6 miliardi di sterline, forse di più, ma senza componente di volo) è previsto che resterà in servizio appena per quattro anni e poi verrà venduta (ma chi potrà permettersela?) quando arriverà la gemella Prince of Wales, oppure messa «in riserva». In ogni caso, lo ricordiamo, sarà una portaerei azzoppata, perché senza aerei. Quella di spendere somme colossali per costruire navi e metterle “in naftalina” per cederle a Marine straniere a un prezzo che rappresenta una frazione della spesa iniziale non è poi un’idea nuova per la Royal Navy: nel 2000 i quattro sottomarini convenzionali della classe Upholder, praticamente nuovi e “naftalinizzati” poco dopo l’entrata in servizio in attesa di un acquirente, vennero venduti al Canada, che tra l’altro non ha ancora finito di pentirsi d’averli comprati, visti i difetti rilevati e un incendio che ha semidistrutto il primo, il Chicoutimi, andato a fuoco al primo viaggio con la morte di un ufficiale. La faccenda si è ora ripetuta con la Largs Bay ceduta all’Australia e, anni fa, con le tre fregate Type 23 passate al Cile sempre nell’ottica di ridurre i costi della flotta. Nel caso delle nuove portaerei, la loro costruzione è stata decisa anche (o forse soprattutto) tenendo presente la situazione dei cantieri navali inglesi specializzati in costruzioni militari, per i quali le due unità rappresentano una boccata d’ossigegno che qualcuno identifica invece come l’unica possibilità di sopravvivenza, o quasi, di fronte all’assottigliarsi delle commesse. Ma costruire nuove navi per sostenere i cantieri e poi dismetterle poco dopo è uno spreco di denaro che l’opinione pubblica britannica, pur affezionata alla sua Navy quasi come alla famiglia reale, digerisce sempre più malvolentieri.

Insomma, i concetti espressi nell’Sdsr cambieranno la sostanza delle Forze Armate britanniche puntando a snellirle e a renderle capaci di fronteggiare nuove minacce, integrando maggiormente le risorse con il dispositivo di difesa degli alleati Nato. Tutto giusto, ma forse a Downing Street si sono dimenticati che per riconquistare eventualmente un lontanissimo arcipelago come la Falkland le tecniche di contrasto al terrorismo guerrigliero servono a poco e ancora meno utili risultano i battaglioni di informatici in divisa. Ci vogliono, invece, oggi come nel 1982, strumenti più tradizionali, benché aggiornati sotto il profilo tecnologico: cioè, i sottomarini (che per ora ci sono, anche se quelli più vecchi hanno dimostrato d’essere pieni di acciacchi, anche ai reattori nucleari) e i caccia per imporre un blocco navale, le navi da sbarco per spiaggiare truppe e mezzi e, soprattutto, le portaerei dotate della longa manus costituita dai velivoli imbarcati, indispensabili per imporre la superiorità nei cieli, un ombrello senza il quale null’altro funziona. Senza dimenticare l’ “armada” di navi logistiche che deve rifornire di ogni cosa quella combattente, ripararla se guasta o colpita, nutrire i marinai, curarli se feriti e via dicendo. Insomma, una forza navale vera e proiettabile, creata in base al concetto che costituisce la lezione più preziosa impartita dalle guerre moderne: per vincere, occorrono potenza, affidabilità, dispiegabilità e integrazione stretta tra le forze di mare, di cielo e di terra. E soprattutto, la volontà di impiegarle, quella che nel 1982 decretò la vittoria della lady di ferro Margareth Thatcher sul dittatore Galtieri.

I tagli prospettati e quelli già attuati, invece, potrebbero rendere problematica una seconda campagna per riconquistare le Falkland qualora con l’Argentina si venisse alle mani. La Sdsr, del resto, questo genere di conflitti non lo menziona neppure. E l’Argentina, guarda caso, ha cominciato a rialzare la cresta proprio mentre i primi effetti della dottrina Sdsr, attentamente valutati a Buenos Aires a partire dalla disattivazione degli Harrier e dell’Ark Royal, cominciano a farsi sentire sulle capacita militari di un’Inghilterra che, non va dimenticato, è già dissanguata dal dispendiosissimo impegno in Afghanistan. Ad esacerbare le polemiche e a far accendere un buon numero di luci rosse tra chi teme il depotenziamento delle Forze Armate, e in particolare della Royal Navy, ci si è messa anche la crisi libica recentemente conclusa, nella quale la Marina francese e quella italiana hanno schierato, rispettivamente, la portaerei Charles De Gaulle con i suoi caccia Rafale M e la Garibaldi con un pugno di Harrier AV8-B a decollo verticale, che hanno fatto la loro onorevole figura in termini di numero di attacchi sferrati dal mare alle forze pro-Gheddafi. La Royal Navy, invece, con gli Harrier già disattivati e quindi priva di componente aerea imbarcata, ha dovuto accontentarsi di inviare i suoi caccia Tornado e Typhoon dapprima dalle basi britanniche (grazie ai rifornimenti in volo dalle aerocisterne, ma con macchine e piloti sottoposti allo stress dei lunghi voli) e poi da quella italiana di Gioia del Colle. In Inghilterra, il rendimento inferiore delle forze britanniche prive di portaerei e dei relativi velivoli a confronto con chi invece li aveva entrambi al largo delle coste libiche ha fatto squillare numerosi allarmi, riportando l’attenzione sull’utilità della componente aerea imbarcata e sulla possibile imprudenza costituita dall’aver deciso di farne a meno fino al 2020, quando entrerà in servizio la (prevista) Prince of Wales con i suoi F35-C. Ma ancora prima, il Nao, cioè l’organismo britannico che equivale più o meno alla nostra Corte dei Conti, aveva messo sotto la lente i costi spaventosi delle future nuove portaerei, sollevando il dubbio che anche questo programma, oltretutto dal rapporto costo/efficacia giudicato quantomeno dubbio, potrebbe essere fuori dalla portata delle finanze inglesi che, come tutte quelle europee, sopportano il peso della crisi economica. Insomma, i tagli già confermati dal piano Sdsr, pur dolorosissimi, potrebbero anche non bastare: non è certo che le nuove costruzioni verranno portate a termine oppure completate con caratteristiche tali da renderle sensate, ma a quel punto il denaro speso per progettarle e iniziarne la realizzazione sarebbero, in tutto o in parte, letteralmente buttati dalla finestra.

Le preoccupazioni, ovviamente, non arrivano solo da chi vorrebbe l’Union Jack piantato stabilmente sui tetti delle Falkand, ma di problemi della difesa capisce poco. Al contrario, a lanciare avvertimenti preoccupati sono fior di generali e ammiragli che di guerre guerreggiate se ne intendono. Tra tutti, l’ammiraglio Alan West, nel 2002 primo Lord del Mare (cioè, capo di Stato Maggiore della Marina), veterano della guerra delle Falkland e allora comandante della fregata Ardent colata a picco dagli argentini. West ha giudicato i tagli «incoerenti» e in merito alla partenza del caccia Dauntless per il Sud Atlantico ha dichiarato: «Credo che inviarlo laggiù sia di vitale importanza, perché se le Isole dovessero essere invase ancora una volta, non saremmo più in grado di riconquistarle come trent’anni fa». ll generale Michael David Jackson, ex-capo di Stato Maggiore dell’Esercito britannico nel 2003 e oggi in pensione, è entrato più nel tecnico, ma è stato altrettanto chiaro: «Se ci fosse un’altra invasione della Falkland e gli argentini fossero in grado di impadronirsi dell’aeroporto e di tenerlo, sarebbe quasi impossibile per noi riprenderci l’arcipelago. Grazie agli attuali tagli alla difesa, non potremmo più reagire come allora». L’inquilino di Downing Street, insomma, anche un po’ per colpa sua, ha di che preoccuparsi delle mosse della bella collega che occupa la Casa Rosada.

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