Varsity Monitor, il Grande Fratello che spia gli sportivi

Varsity Monitor, il Grande Fratello che spia gli sportivi

Il business plan di Varsity Monitor, società che opera nel campo dei social network, monitorando i profili degli atleti dei college Usa, è piuttosto semplice: offrire un servizio ad hoc a tutti quegli atenei preoccupati che i propri immatricolati possano utilizzare impropriamente Facebook e Twitter. Il tutto dietro “equo” compenso da parte delle stesse università che arrivano a sborsare dai 7.000 ai 10.000 dollari all’anno. Tra i clienti compaiono già nomi importanti come North Carolina, Nebraska e Oklahoma. Il primo e unico obiettivo di questa operazione è di evitare che l’immagine dei college venga danneggiata dal comportamento degli atleti. Per le casse degli atenei è troppo importante mantenere elevati appeal e onorabilità per poter attirare il maggior numero di studenti possibili.

Per farlo, vengono offerti software in grado di tracciare il traffico sui social network alla ricerca di frasi o video osceni, commenti offensivi, parole chiave e gergali che possano indicare una condotta sbagliata. Trovare la parola “free” in un post potrebbe, ad esempio, significare che un giocatore ha ceduto alle avance di qualche agente intascando danaro, pratica diffusa ma proibita dalle severe regole dei college statunitensi.

Il rischio, però, è quello di spingersi troppo in là, invadendo la privacy. La Corte suprema già in passato ha preso in esame la questione. Il primo caso risale al 1969, quando la scuola superiore di Des Moines fu costretta a reintegrare tre studenti che vennero sospesi per aver protestato contro la guerra in Vietnam, violando di fatto la libertà d’espressione dei ragazzi. La giurisprudenza americana afferma che gli studenti non perdono i loro diritti una volta entrati nelle facoltà e le richieste dei college di accedere ai loro profili sul web sono una chiara violazione della Costituzione. Una prassi che potrebbe essere sinistramente correlata al leggere le email degli atleti o ascoltare una telefonata.

La vicenda che ha messo in allarme i college risale allo scorso 12 marzo, quando la squadra di football di North Carolina ricevette una sospensione per un anno dal campionato in seguito ad un’indagine partita dal tweet di un atleta, in cui scriveva di aver ricevuto soldi da un agente. In quell’occasione l’Ncaa (l’associazione che soprintende a 1281 istituti universitari) comminò la sanzione, consigliando di tenere sotto controllo le dichiarazioni dei propri studenti, qualora sussistesse il rischio di una violazione delle regole. Da quel momento in poi è cresciuto il numero di atenei che, oltre a rivolgersi alle società specializzate, hanno preteso che gli atleti fornissero ai college libero accesso ai loro profili sui social network oppure che accettassero tra gli amici allenatori o un altro membro dello staff destinato al controllo delle attività online degli studenti.

Quello che a primo acchito potrebbe sembrare un capriccio di qualche funzionario troppo zelante, ha invece ragion d’essere data l’alta posta in palio. Le tasse d’iscrizione rappresentano un’importante voce nei bilanci: nei migliori college, come quelli dell’Ivy League tra cui rientrano anche Harvard e Yale, possono raggiungere anche 55.000 dollari l’anno. La psicosi da post e tweet si spiega anche dall’enorme importanza rivestita negli Stati Uniti da Facebook e Twitter, visitati da 250 milioni di persone almeno una volta al mese. Testimonianza ne è il fatto che un illustre sconosciuto al di qua dell’Atlantico come John Calipari, guru tra i coach del basket universitario, vanti oltre un milione di follower su Twitter.

Il malcontento non arriva solo dagli studenti e dalle tante organizzazioni a difesa della privacy, ma anche da qualche università, molto a disagio con l’idea di dover controllare i propri atleti non solo sui campi da gioco, ma anche online. Un senso di colpa che in parte ha colpito anche Varsity Monitor che si affretta a chiarire come sia possibile sottoscrivere anche programmi meno invasivi. Si può scegliere se monitorare tutti i dati dei profili degli studenti oppure solo quelli pubblici. Magra consolazione nel Paese che ha fatto della libertà di espressione una delle sue parole d’ordine.

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