Vendere la Galleria di Milano ai modaioli è un progetto di destra

Vendere la Galleria di Milano ai modaioli è un progetto di destra

Non c’è mai pace nel mondo delle stupefazioni. Uno crede di avere visto tutto e poi gli tocca rivalutare Totò che voleva rifilare la Fontana di Trevi a un riccastro italo-americano. Siamo più o meno nei pressi quando parliamo di vendere la mitica Galleria Vittorio Emanuele a un simpatico gruppo di imprenditori della moda? Probabilmente sì. Sta di fatto che se ne parla da qualche giorno, da quando il sindaco e l’assessore Tabacci hanno ricevuto una letterina di Altagamma, in cui l’associazione presieduta da Santo Versace si dice disponibile a esaminare la possibilità di acquistare proprio una parte della Galleria (negozi, uffici, ecc). Dalle prime stime, si parla di un valore complessivo di un miliardo di euro, al Comune, ovviamente, resterebbe la maggioranza del 51%, per cui Altagamma verserebbe una cifra intorno al mezzo miliardo.

Un affarone per le casse di palazzo Marino? Se siamo davvero convinti che gli affari si definiscano soltanto attraverso un contratto in cui c’è uno che compra e uno che vende, allora è del tutto inutile discutere del problema. La cosa si fa e arrivederci. La questione è se questo impianto, così come è concepito, è un affare per Milano. Per i milanesi. E anche per i non milanesi (italiani e non) che vogliono passare un po’ di tempo sotto la Madonnina. In una parola – e scusate modaioli per l’affronto – se è anche un fatto di cultura.

Nella vendita di Galleria Vittorio Emanuele (fino a che non vedo il contratto firmato non ci crederò) deve entrarci la cultura, dev’esserci una certa idea di Milano, dobbiamo ragionare insieme su cosa far diventare quel luogo, oppure ci consegniamo mani e piedi alle «griffe», che dispongano di noi poveri cittadini come meglio credono? Parliamoci chiaro, sindaco Pisapia: quella libreria che le appare sulla destra, bella luminosa, piena di libri, appena entra in Galleria arrivando da Piazza Scala, bene quella libreria lì andrà presto fuori dalle scatole, se il progetto Altagamma va in porto. È meglio dircelo subito. E così tutto ciò che non è omologato a un certo lusso, naturalmente solo made in Italy.

Perché questo è il punto: il progetto Altagamma non ha nulla dell’economia liberale, non si apre affatto alla concorrenza delle idee, delle merci, dei saperi, insomma non si apre al mondo, ma è interamente costruito sul protezionismo. Il progetto è gestire tra lor signori chi può entrare in questo grande progetto e lasciare gli altri (gli stranieri) alla porta. Vogliamo parlare dello scandalo Apple, che non vedrà la luce in Galleria perché Prada sull’offerta ha rilanciato del 150%? I signori della Mela, offrendo solo l’1%, probabilmente sapevano già. Non è solo questione di chi offre di più e Prada ha offerto immensamente di più. Sapevano di non essere graditi, così come altri marchi stranieri che si sono timidamente affacciati in Galleria (Abercrombie?)

Il progetto è ricacciare fuori lo straniero. E sguazzare – protetti – in quell’italianità lussuosa, che dovrebbe attirare orde di russi/e danarosi/e e tanta altra gente così (consentita solo l’inevitabile contaminatio con Vuitton e marchi del genere).

Resta da capire un altro aspetto di una vicenda che ha i suoi lati oscuri. Un giorno che il Comune dovesse diventare socio di Altagamma o comunque socio di un certo numero di marchi prestigiosi, chi detterebbe le regole? Più nel dettaglio: chi stabilirebbe canoni di affitto, licenze, gare d’appalto, forse una commissione mista? Perché è chiaro che a fronte di un tale esborso di denaro, le pretese si farebbero pressanti. Quell’un per cento, che definisce la proprietà inalienabile della Galleria Vittorio Emanuele da parte del Comune, dovrebbe trasformarsi in una golden share, in un presidio di sicurezza e di tranquillità.

Naturalmente, mandare all’aria un progetto che potrebbe risanare le casse di un comune malandato come quello di Milano è un’ipotesi che va valutata con estrema attenzione. E nelle polemiche fruste dell’opposizione non compare mai la parola cultura. Di più, l’opposizione non sa neppure perché si oppone. Perché in fondo, parliamoci chiaro, appaltare la Galleria ai modaioli è proprio un progetto di destra.
 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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