“Al Pdl serve una rifondazione totale, o siamo spacciati”

“Al Pdl serve una rifondazione totale, o siamo spacciati”

Tra le incertezze e le analisi del voto amministrativo, spicca una certezza: lo squagliamento del PdL. Di fronte al voto, il partito di Berlusconi e Alfano non è riuscito a reggere e ha perso terreno. Unica vittoria di peso è quella di Gorizia. Per il resto, si può parlare di débacle. Anche se Formigoni spiega che non si può parlare di funerale, le campane suonano a morto. E allora? Linkiesta ne ha discusso con l’ex ministro Giuliano Urbani, politologo e fondatore di Forza Italia, che ha dato un giudizio severo al suo antico partito.

Il Pdl, si può dire, non è andato molto bene in queste amministrative. Cosa è successo?
Ci sono tre cause fondamentali: tutti i soggetti che hanno governato nell’apice della crisi – tutti – ora vengono penalizzati, a livello Europeo. Questo è un fatto e va considerato: è successo a Sarkozy, ed era ovvio che accadesse anche al Pdl. Poi – e questo è il secondo motivo – nel partito c’è, in corso, un forte ricambio: vanno ridefinite le caratteristiche, le persone, le direzioni. E terzo punto, ha pagato l’appoggio al governo di Monti. Si sa che, in casi come questi, i meriti finiscono al governo e le colpe ai partiti che lo appoggiano.

Ha perduto anche la presa sul territorio, se mai il Pdl l’ha avuta.
Certo, la chiave più ampia abbraccia la politica più generale, anche se conta molto. Del resto Forza Italia, quando è stata fondata, era nata per rappresentare tutta la nazione. Un partito fatto per temi nazionali, di ampio respiro. Ma ora c’è, in generale, e non solo in particolare, una crisi di rappresentatività. Ora servono persone che siano in grado di coltivare il consenso più e meglio in chiave locale, che facciano politiche più vicine alle persone. Questa è una grande sfida per il Pdl.

Partito pesante?
Quando era nato, si puntava a un movimento che non avesse una macchina rigida, puntando sullo slancio delle politiche nazionali. Ora che c’è più bisogno della presenza sul territorio, non c’è né l’uno né l’altro. Qualcosa va fatto: si deve, cioè, tornare a diventare movimento,e abbandonare l’impianto di partito ideologizzato. Insomma, tutto da rifare. Anzi, da rifondare.

Tutto?
Sì: è necessario rifondare innanzitutto gli uomini. Cambiare nomi, facce, persone. Poi, rivedere il programma, aprirlo, modificarlo. E poi riassettare l’organizzazione partitica, da capo. I moderati hanno perso la voce per le loro istanze. E così il nord, inteso dal punto di vista delle sue esigenze. Occorre ridare un luogo politico alle loro parole, altrimenti prevale solo la protesta, il “no” urlato. Per questo ci vuole un Pdl rifondato.

Ma Berlusconi? Anche lui, con gli scandali, avrà influito sull’esito non positivo del voto.
Gli scandali sono alla radice della perdita di fiducia della gente nella politica. Non è moralismo, è etica, direi. Su Berlusconi si è appuntata tutta una propaganda senza equilibrio dei suoi oppositori, e senza equità.

Qualcosa però l’ha fatta.
Sì, come dice lui, si è comportato da “birichino”. Ma non è questo che importa: fa tutto parte di quel capitolo che bisogna chiudere. Il Pdl deve uscire da qui, ma come?

Lo chiedo a lei.
Io non posso certo esprimermi da politico, dato che me ne sono andato dal 2005: unico caso in cui un ministro lascia per sua decisione e non perché venga cacciato. Al limite, posso esprimermi da politologo.

Sentiamo il politologo, allora: che ne dice?
Dico che abbiamo un problema immane. Che dobbiamo ricostruire un rapporto di fiducia con i cittadini. Un lavoro immenso. E poi tornare a operare a livello internazionale, con una revisione dell’euro, finora vissuto in modo troppo superficiale e leggero, e cercare di fare fronte alla Germania e al suo strapotere. Perché le politiche comunitarie e le politiche nazionali vengono decise a Bruxelles e a Roma, non a Berlino. Ma per questo ci vorranno persone che sappiano guadagnarsi la fiducia dei cittadini, e delle istituzioni europee.

Monti andrebbe bene?
Come ministro per l’economia sì. Ma come presidente del Consiglio, cioè alle prese con decisioni politiche, direi che è meglio di no.

E Alfano?
Non si può lasciare tutto in mano a lui. E poi il suo lavoro è dare compattezza al partito, e non è questo che serve. Occorre un cambio vero, di politiche: ora è tutto in gioco, e non c’è tempo da perdere.

Anche perché nel 2013 si vota.
Già. Bisogna provarci. Il tempo stringe. E tutto è da rifare.

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