Algeria alle urne, ma qui la primavera finì con 250mila morti

Algeria alle urne, ma qui la primavera finì con 250mila morti

IL 5 ottobre 1988 è la data da cui partire per comprendere il passato, il presente ma soprattutto il futuro dell’Algeria, chiamata alle urne oggi 10 maggio per le elezioni legislative che ne definiranno il nuovo corso.

Quell’ottobre di 24 anni fa, il Paese nord africano conobbe una Primavera araba “ante litteram” quando migliaia di giovani ma non solo, stanchi di un trentennio di partito unico caratterizzato inizialmente da una sbornia socialista e da una mala gestione e corruzione in seguito, scesero in strada assaltando uffici e ministeri, dando alle fiamme i simboli dello stato. La risposta non si fece attendere: l’esercito uscì dalle caserme e aprì il fuoco contro i dimostranti, uccidendone almeno 169 e ferendone migliaia (qualcuno avanza il numero di 500 morti). Il regime algerino (contrariamente a quanto accaduto lo scorso anno in molti Paesi arabi) aveva subito intuito che in uno scontro sarebbe stato spazzato via. Così nel febbraio del 1989 offrì molte concessioni, con l’abrogazione della costituzione, l’instaurazione del multipartitismo, la nascita della prima stampa araba indipendente, ma soprattutto l’apertura all’economia di mercato.

Il sogno di una profonda riforma democratica del sistema svanì però in meno di 4 anni. Dopo aver stravinto le elezioni Locali del giugno 1990 (prime elezioni libere nel Paese) il Fronte islamico della salvezza, guidato da Abbas Madani e Ali Belhaj, si ripete nel dicembre del 1991 vincendo nel primo turno delle legislative l’82% dei seggi.
Ed eccoci alla seconda data che sarà fatale per l’apertura democratica ma non solo. Sarà il bivio che stravolgerà per 17 anni la storia recente dell’Algeria. L’11 gennaio del 1992 l’esercito costringe l’allora Presidente Chadli Benjadid a dimettersi interrompendo il processo elettorale. Le assemblee comunali dove ha vinto il Fis vengono sciolte, gli eletti e i militanti arrestati e spediti nei campi allestiti nel deserto del Sahara. Qui inizia l’incubo algerino, un bagno di sangue collettivo (la tragedia nazionale) costato la vita ad oltre 250mila persone con migliaia di dispersi, da cui la società fatica ancora a riprendersi.

Per la tornata elettorale di giovedì 10 maggio il regime si è speso molto nella persona del Presidente Abdelaziz Bouteflika che ci ha messo la faccia, viaggiando per il Paese in lungo e in largo per promuovere le elezioni che lui stesso ha definito «tra le più importanti, se non addirittura le più importanti in assoluto, della storia dell’Algeria».Ma a dire di molti analisti e giornalisti locali, le tre settimane di campagna elettorale appena conclusa, sono state quasi completamente ignorate dalla gente, facendo temere un altissimo tasso di astensionismo. Tra i 44 partiti in lizza e centinaia di candidati indipendenti, gli unici a sorridere sono quelli dell’Alleanza dell’Algeria verde, una coalizione che riunisce i tre partiti islamisti di Il Movimento della società per la pace (Msp), Ennahda et El-Islah, che si vedono già alla testa di un governo di colazione con almeno 120 poltrone dell’Assemblea popolare nazionale su 389. Sarà molto interessante vedere la tenuta dello storico, nonché laico, Fronte di liberazione nazionale (Fln), partito di maggioranza , che continua a disintegrarsi, tormentato dai dissidi interni tra i giovani membri del partito e la sua vecchia guardia.

Per Bouteflika, il 75enne uomo forte (che seppe porre fine nel 2000 alla guerra civile), al suo terzo e ultimo mandato la sfida è immensa. Il primo mandato (1999/2004) si era basato sul ritorno alla pace con la legge della ‘Concordia nazionale’ approvata tramite referendum, sulla riattivazione dell’economia (congelata in pratica dal 1993) e sul ritorno dell’Algeria sulla scena internazionale. Il secondo (2004/2009) è stato incentrato su un piano economico quinquennale di 150 miliardi di dollari, sulla cancellazione del debito contratto con il Club de Paris, ma soprattutto sull’approvazione della ‘Carta per la pace e la riconciliazione nazionale’ (molto contestata dalla Federazione algerina per i diritti Umani) per la quale non c’è riconciliazione senza processo. Il risultato di queste elezioni sarà cruciale per la sua uscita di scena.

Qualsiasi risultato uscirà dalle urne infatti, per il regime la cosa più importante sarà il tasso di partecipazione degli elettori, molto disaffezionati dalla politica, ma soprattutto timorosi del cambiamento politico, associato ancora spesso al bagno di sangue della “tragedia nazionale”. Ironia del destino questo è lo status quo che, nonostante le immolazioni e le manifestazioni di inizio anno, tiene l’Algeria lontana dai venti della rivolta popolare, che hanno spazzato via i regimi in Tunisia, Libia e Egitto, e che hanno generato una vera insurrezione in Siria. Ed è proprio il peso delle decine di migliaia di morti della guerra civile algerina che fa sì che tutta la società (governo, politici, associazioni, popolazione ma anche gli ex-terroristi e l’esercito) si astenga “almeno per ora” dal fare precipitare di nuovo il Paese in un incubo dal quale è uscito a pezzi.