Appello dei furbetti, pene ultralight in attesa della prescrizione

Appello dei furbetti, pene ultralight in attesa della prescrizione

Una sentenza col guanto di velluto, al processo d’appello a Milano per la scalata di Antoveneta del 2005, ha riscritto le pesanti condanne inflitte in primo grado all’ex governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, l’ex ad di Banca popolare di Lodi, Gianpiero Fiorani e all’ex numero uno di Unipol Giovanni Consorte che si erano accordati segretamente per la scalata. Tra le misure più eclatanti adottate in secondo grado, anche la restituzione a Unipol di 39 milioni e 600 mila euro confiscate in primo grado: le condanne sono state rideterminate perché la corte d’appello presieduta da Luigi Cercua ha ritenuto che la confisca per Unipol non avrebbe dovuto esserci perché la somma non è considerata profitto del reato.

Inoltre, determinante è stata la scelta della corte di giudicare gli imputati non per il reato di aggiotaggio previsto dalle modifiche al Testo unico della finanza (entrate in vigore nel maggio 2005) ma secondo il codice civile perché i reati erano stati commessi prima della primavera 2005. Per questo motivo Fazio è stato condannato a 2 anni e mezzo (4 anni e una multa da 1 milione e mezzo di euro in primo grado ), Fiorani a un anno (un anno e 8 mesi), e Consorte, insieme al coimputato e suo vice Ivano Sacchetti a 1 anno e 8 mesi (3 anni), e Luigi Zunino a 1 anno e 6 mesi (2 anni e 8 mesi). Assolto invece “per non aver commesso il fatto” il senatore Luigi Grillo. Fiorani, Consorte, Sacchetti e Zunino dovranno invece risarcire la Consob, che si è costituita parte civile, per 230 mila euro.

Dal bacio in fronte a quello di Giuda. Si potrebbe sintetizzare così la traiettoria della più colorita tra le inchieste sulla finanza d’Italia, quella sulla scalata Antonveneta, che oggi ha visto la chiusura del processo d’appello. Era l’estate del 2005, quando esplodeva lo scadalo per il risiko bancario che tra i protagonisti principali ha visto Antonio Fazio e Giampiero Fiorani. È stato proprio quest’ultimo, in una telefonata intercettata divenuta celeberrima, a dire al Governatore «Ti darei un bacio in fronte», dopo che questi, anziché vigilare come arbitro, lo aveva incoraggiato e aiutato, chiudendo un occhio sui metodi illegali usati, nella scalata alla banca. Eppure, è stato lo stesso Fiorani che poi, nel corso delle indagini e del processo, si è trasformato nella principale fonte di accusa a Fazio. Un processo che tutt’ora corre contro il tempo per arrivare a sentenza definitiva entro il 2013, quando i reati andranno tutti in prescrizione.

Le indagini sulla scalata Antonveneta sono state aperte a Milano (pm Eugenio Fusco e Giulia Perrotti) a carico di ignoti nel maggio 2005: già il 25 luglio nel registro degli indagati vengono iscritti Fiorani, Fazio ma anche l’ex numero uno di Unipol, Giovanni Consorte e alcuni finanzieri, tra cui Emilio Gnutti, Danilo Coppola, Stefano Ricucci. Tutti indagati e processati anche per la “scalata” gemella (stessi reati) di Unipol a Bnl, la cui sentenza d’appello è attesa per domani.

Per l’affaire Antonveneta è contestato in primo luogo l’aggiotaggio per la manipolazione del valore dei titoli della banca su cui il 30 marzo 2005 il colosso olandese Abn Amro (che già ne deteneva il 20 per cento) aveva lanciato un’Offerta pubblica di acquisto. In realtà, in segreto e già dal novembre 2004, Fazio e i “concertisti” (Ricucci, Gnutti e Consorte, insieme a Fiorani) avevano iniziato ad acquistare azioni, per un valore complessivo di 500 milioni di euro: in questo modo ad aprile 2005 sono arrivati a possedere il 40 per cento del capitale di Antonveneta, senza però lanciare prima l’Opa (previsto per legge per salire oltre il 30 per cento). È stata la stessa Consob a denunciarlo, già l’11 maggio 2005. Eppure, fino a luglio (quando poi la speculazione è stata interrotta dalla procura), e pur essendo informato anche dai suoi stessi ispettori, il governatore Fazio non ha mai stoppato, ma anzi ha avvantaggiato, l’operazione illegale di Fiorani. Ecco perché l’ad di Bpl avrebbe voluto dargli un bacio in fronte.

Quelli sono stati i mesi caldi in cui l’Italia sembrava trasformata nel tappeto di un grande monopoli, e tutti si sentivano di poter fare «i furbetti del quartierino», per usare l’incisiva definizione data da Ricucci, in un’altra celebre intercettazione proprio dell’indagine Antonveneta. Solo nell’agosto 2005, con il sequestro delle azioni dei concertisti disposto dal gip Clementina Forleo, le avventure dei “furbetti” si sono bruscamente arrestate: già a settembre, Fiorani è stato poi costretto a dimettersi, dopo i nuovi avvisi di garanzia per insider trading, ostacolo all’attività di vigilanza della Consob, falso in bilancio (aveva “truccato” i conti di Bnl proprio per tentare la scalata Antonveneta). Fiorani ha ammesso di aver accantonato negli anni, ai danni dei suoi correntisti, un tesoro di 70 milioni di euro. A dicembre, è stato Fazio invece a dimettersi, dopo un lunghissimo braccio di ferro seguito alla notizia delle indagini a suo carico. A fine dell’anno si dimette anche Consorte. Negli stessi giorni, emerge il coinvolgimento nella scalata Antonveneta anche di alcuni politici: tra questi il senatore del Pdl, Luigi Grillo.

Nel 2008, all’udienza preliminare davanti al Gup, 58 persone hanno ottenuto il patteggiamento, e tra questi Ricucci (un anno di condanna), ma anche, parzialmente, Fiorani (condanna a tre anni e tre mesi) e Consorte (dieci mesi), con la restituzione allo Stato di 120 milioni di euro. Solo in aula però, dall’apertura del processo nel 2008, si è consumata la parabola umana tra Fazio e Fiorani. In una delle più calde udienze, nel 2010, è stato proprio Fiorani ad inchiodare l’ex governatore, che da sempre si è proclamato innocente e «sicuro di aver operato per il bene». «Fazio mi disse che noi dovevamo superare il 50 per cento per far fallire l’opa di Abn Ambro. Queste cose si ricordano come fossero incubi di notte» ha accusato. Fazio per replicare ha impiegato oltre sei ore nell’udienza successiva, e ha controaccusato Fiorani: «Ha ordito lui una trama fraudolenta per trarre in inganno me e gli uffici di vigilanza e conseguire i suoi obiettivi».  

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