Da Telecom al prosciutto di Parma, l’Argentina che nazionalizza fa paura

Da Telecom al prosciutto di Parma, l’Argentina che nazionalizza fa paura

BUENOS AIRES – Non bastava il petrolio. Dopo la nazionalizzazione della compagnia petrolifera YPF ai danni della spagnola Repsol, l’Argentina alza la posta e dichiara l’embargo contro il pregiatissimo jamon serrano. La Spagna, il primo consumatore al mondo di prosciutti (4-5 kg all’anno a testa, in media), non può tollerare questo ulteriore schiaffo all’orgoglio nazionale, vede rosso e parte alla carica, accusando l’Argentina di cecità commerciale – ovvero, di avere le fette di prosciutto sugli occhi.

Non è il copione del peggior dei b-movie, ma l’ennesima zuffa diplomatica tra due paesi “cugini” (l’Argentina, in fondo, è un paese popolato da discendenti di immigrati spagnoli e italiani). Si tratta, ancora una volta, di “misure protezionistiche” adottate dalle autorità argentine per equilibrare bilancia commerciale e conti pubblici, ha dichiarato – visibilmente irritato – il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale, José Manuel García-Margallo: «[Tutto questo] non ha ripercussioni solo per la Spagna, ma anche per altri paesi», ha detto. E ha ragione.

Anche il crudo di Parma soffrirà infatti il blocco delle importazioni ai prosciutti stabilito dalle autorità argentine, che hanno firmato un accordo con i produttori di carne di maiale del paese dopo quattro mesi di contrattazioni. Le direttive del segretario per il commercio estero, il potente Guillermo Moreno, sono chiare: incremento della produzione nazionale a stop all’importazione, a discapito dei prosciutti europei e brasiliani che d’ora in avanti troveranno sempre le porte chiuse.

Non solo prodotti finiti come i salumi, però: le tre camere industriali principali del paese si sono impegnate a importare il 20% in meno della materia prima necessaria per confezionare gli insaccati rispetto al 2011, con buona pace del Brasile che soddisfa da solo il 40% del mercato argentino. Dilma Rousseff, pure lei, minaccia rappresaglie, nonostante le promesse argentine di compensare liberalizzando l’afflusso di altri prodotti brasiliani nel paese.

L’Argentina ha ormai virato la barra verso un protezionismo sempre più spinto – al contempo cordone sanitario per arginare il contagio della crisi internazionale e corsa autistica nel campo minato della globalizzazione. «Un’assurdità – secondo il settimanale leader del neoliberismo mondiale, l’Economist – che ha fatto sì che multinazionali dell’automobile esportino vino per ottenere l’autorizzazione ad importare macchine».

Come scriveva Ginevra Visconti su queste pagine giusto qualche settimana fa, «a causa della politica di sussidi dello Stato e della penalizzazione delle compagnie petrolifere e produttrici, l’Argentina in pochi anni è stata costretta a passare da paese esportatore a importatore di energia, pur avendo tra le maggiori riserve di gas e petrolio del mondo». E proprio dal settore dell’energia, oltre a quello delle telecomunicazioni, arrivano altre preoccupazioni per l’Italia.

Dopo Repsol e dopo i prosciutti, a rischiare ora sono Telecom e Enel, aziende italiane con forti interessi nel paese sudamericano. Succede che in Argentina sia lo Stato a fissare il prezzo di produzione di molti prodotti. I sussidi aiutano a mantenere artificialmente basso il costo di un bene o di un servizio, che si tratti di energia elettrica, yerba mate, trasporto pubblico o carne. Mentre l’inflazione vola (è stata calcolata dal Fmi intorno al 9,9% per quest’anno), le bollette rimangono artificialmente ancorate al suolo.

Le aziende produttrici di energia si trovano così a fronteggiare maggiori costi di produzione a fronte di introiti congelati in attesa di un segno di misericordia da parte della Casa Rosada. Malissimo per le aziende che investono nel paese, benissimo per il popolo – dipende dai punti di vista.

Enel è presente in Argentina tramite Endesa, il principale operatore privato dell’elettricità che opera attraverso la controllata Edesur. L’amministratore delegato e direttore generale di Enel, Fulvio Conti, ha già fatto notare che la filiale argentina è in difficoltà per il blocco delle tariffe, auspicando l’aumento delle stesse da parte del governo. L’esperienza Repsol-YPF insegna a esser guardinghi, e così Conti ha assicurato che l’Argentina continua ad essere un paese strategico «nonostante il momento di difficoltà» e nonostante il paese rappresenti una parte minima del guadagno strutturale del gruppo. Il 20% dei profitti di Enel arriva dall’America Latina, cosicché Conti deve giocare cauto la sua partita con Cristina Fernández Kirchner.

C’è poi Telecom Itala, che sta ristrutturando il suo debito, ha annunciato perdite per quasi 5 miliardi di euro per il 2011 ed è partecipata in maniera importante dalla spagnola Telefonica. In Argentina, Telefonica controlla Movistar, compagnia che è appena stata multata per 42 milioni di dollari (185mila pesos) dal governo Kirchner per un’interruzione del servizio avvenuta il 2 aprile scorso. Una compensazione per gli utenti, l’ha definita il ministro della pianificazione Julio De Vido (l’uomo dietro la nazionalizzazione di YPF ai danni di Repsol). Parte dei soldi andrà in fatti agli utenti stessi, parte allo stato.

Movistar, per parte sua, si è detta sorpresa (anche perché aveva già attivato meccanismi di compensazione per gli utenti durante la settimana di Pasqua) e ha denunciato che non si è trattato di un problema tecnico, bensì di un sabotaggio. L’antecedente nel gennaio 2010, quando la Comisión Nacional de Defensa de la Competencia (Cncd) commutò una multa di 241 milioni di pesos a Telefónica e Telecom Italia con l’accusa di avere occultato informazioni sensibili relative al processo di fusione fra le due compagnie.

Come avvenne con Repsol, il governo ha inoltre esortato Telefonica-Movistar a effettuare più investimenti – esortazione che suona, visti i tempi che corrono, piuttosto come una minaccia.

Il tema è delicatissimo, e i due colossi nostrani sono impegnati in un tango diplomatico prudente e circospetto con l’energica Cristina Fernández Kirchner (ritratta come una strega malvagia dal numero dell’Economist citato poco fa) e i suoi vassalli.

Si parla di un intervento dello stesso Napolitano in visita a Buenos Aires a fine ottobre, quando non mancheranno ampie discussioni in merito fra i due presidenti. L’azienda di Bernabè e quella di Fulvio Conti sperano che la visita di Napolitano non giunga troppo tardi e, soprattutto, di non fare nel frattempo la fine del prosciutto.