Dietro al sogno brasiliano c’è un sistema di caste indiane

Dietro al sogno brasiliano c'è un sistema di caste indiane

SAO PAULO – In Europa quando si parla di classe A,B,C,D… si parla di lavatrici o al massimo di un modello di una famosa casa automobilistica tedesca. In Brasile si parla di persone.

Lettera con due pance della ormai famosa sigla Bric (diventata Brics), il Brasile è sicuramente un paese che dal punto di vista economico, per rimanere in ambito automobilistico, sta pigiando sull’acceleratore e sta andando a tutto gas (sebbene si sia registrata una prevedibile frenata rispetto al ritmo precedente). L’evoluzione economica per essere sana ha bisogno di essere accompagnata da un’evoluzione, intesa anche come consapevolezza, culturale, sociale e antropologica.

In Cina un ragazzo ha venduto un rene per potersi comprare un iPhone, in Brasile entrare in un supermercato significa catapultarsi negli Stati Uniti degli anni del boom consumistico. I prodotti, tanti, infiniti, sono presentati seguendo chiare strategie di marketing che nel vecchio continente non attecchirebbero più. Barattoli, scatole, confezioni esposti a piramide o su pile altissime che lanciano il messaggio puramente consumistico del tanto-troppo-importato e consumatori che nel dubbio comprano tutto o quasi con un evidente danno al portafogli e alla salute (si mangia a base di cibi pre-cotti sorseggiando bevande zuccherate). Si tratta di chiari segni di una società che non riesce a stare al passo con il ritmo economico del proprio Paese e che da questo viene travolta e stordita tanto da perdere la consapevolezza del proprio essere davanti al prodotto.

La stessa società che sente l’esigenza di dividersi in classi o caste che siano. Non è raro sentire discorsi come “lui ha una bell’appartamento, è uno che appartiene alla classe A” o “In Brasile sta finalmente crescendo una classe media, che corrisponde alla classe C”. Ad un europeo questi discorsi fanno male, stonano. Ad un Brasiliano no. Ma non lo si può né deve condannare per questo. Puoi accusare qualcuno che, in possesso degli strumenti per comportarsi in un determinato modo non lo ha fatto, ma non puoi accusare chi questi strumenti non li ha. Lo strumento che manca in questo momento in Brasile è proprio l’evoluzione sociale. Manca una consapevolezza dei propri valori, un vedere l’altro che ha meno sullo stesso piano, un agire tutti insieme come cittadini dello stesso paese, un’eterogeneità costruttiva. Quando le politiche educative, sociali e redistributive del Brasile si evolveranno, in un futuro non troppo lontano anche i brasiliani guarderanno ad una società divisa in classi come a qualcosa di anacronistico e dispregiativo.

In Europa quando si parla di unioni di fatto ci sono ancora Paesi che non vogliono riconoscerle giuridicamente, in Brasile le coppie di fatto sono riconosciute e godono di determinati diritti e doveri. Accecati da tradizioni arcaiche e dalla difficoltà nell’accettare il cambiamento, Paesi che sul piano economico risultano potenze mondiali non riescono (o non vogliono) prendere consapevolezza di una società che si evolve e che cambia anche nella sua struttura.

Siamo di fronte ad un paradosso? Non credo. Siamo piuttosto di fronte a due storie (intese, citando Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli come “esposizione di fatti pertinenti ad un determinato ambito cronologico e geografico, con prevalente interesse per gli aspetti politici, sociali ed economici”) differenti. Il vecchio continente appoggiandosi sulla sua storia può vantare una maggiore consapevolezza, una più profonda riflessione e un’evoluzione socio-filosofica che lo portano a non accettare una società divisa in classi, ad investire nell’ educazione, ad insistere sulle diversità culturali, alimentari e linguistiche senza enfatizzare quelle sociali. Ma da questa sua stessa storia l’Europa è anche limitata. Secoli di studi, riflessioni, credi religiosi rendono meno accettabili cambiamenti che, visti da un occhio esterno, sono evidenti. Questa pesante storia l’ha anche resa vulnerabile, essendo i suoi Stati autori e/o vittime di molte guerre. Differenza di non poco conto questa. Recentemente Antonio Patriota, ministro degli affari esteri brasiliano, ha ricordato come il Brasile goda del grande vantaggio di non avere dei veri nemici internazionali (attuali o storici), né guerre di frontiera. Questa posizione privilegiata si riflette chiaramente nelle politiche estere del Paese, che insistono molto sul cosiddetto soft power e che chiedono un rinnovamento della struttura delle organizzazioni internazionali, prima tra tutte l’Onu.

Il Brasile, terra colonizzata e in seguito meta di immigrazione europea, non ha ancora, per meri motivi temporali, una tradizione e identità storica pari a quella che può vantare l’Eurasia. Se da una parte questo gli permette di cogliere con più facilità le sfide di un mondo sempre più veloce, creativo e innovativo, dall’altra è causa di quella che definisco schizofrenia d’identità. Un Paese che orienta gran parte delle sue energie verso una politica di non-dipendenza dalle importazioni, ma in cui i prodotti statunitensi illuminano gli occhi dei consumatori (c’è chi dice che il primo a sbarcare in Brasile fosse stato Amerigo Vespucci: diamo un alibi storico – di storia giovane- a questo paradosso). Un Paese in cui sorgono centri commerciali accanto alle favelas. Un Paese in cui una pedicure costa 8 euro mentre un libro quando costa davvero poco costa 20 euro. Un Paese in cui in ogni ufficio o negozio c’è un’eccedenza di personale, ma una forte carenza di formazione e in cui il salario minimo garantito non è in linea con il costo di una vita dignitosa. Un Paese in cui, e in questo caso il paradosso è positivo, la gente è caratterizzata da un generale spirito tranquillo, solare e ottimista che l’ha contraddistinta anche nei momenti più bui della storia nazionale.

L’unico aspetto che non si riesce a giustificare con l’alibi storico, ma che trova fondamento soprattutto nella povertà, è la questione della sicurezza. In Brasile (come peraltro in quasi tutti gli altri Stati dell’America Latina) la criminalità è all’ordine del giorno. Che si tratti di smercio di droghe o di armi, di prostituzione, furti e aggressioni. Certo, le cose stanno cambiando positivamente, ma un Paese in cui non puoi vivere tranquillamente in una casa con un giardino, ma devi rinchiuderti in palazzoni sorvegliati, ha un nemico interno che è forse peggiore di un nemico internazionale.

Dilma Roussef (sebbene gran parte del suo consenso interno si giochi sulla questione dell’Amazonia) sta lavorando affinché il Paese si liberi dalla dipendenza dal prodotto estero, investa in sviluppo e tecnologia, abbatta la disoccupazione e combatta la criminalità. Nel 2014 il Brasile ospiterà il Campionato Mondiale di Calcio e due anni dopo, nel 2016, la trentunesima edizione dei Giochi Olimpici estivi. Si tratta di un’eredità molto pesante ricevuta dal suo maestro Lula e che ha il giusto potenziale per rappresentare un’importante svolta. In un certo senso la richiesta alla Fifa da parte del Brasile di riduzioni per il biglietto di ingresso alle partite a chi consegni un’arma in suo possesso o la richiesta di non ammettere alcolici (da leggere birra) negli stadi per rispettare la regolamentazione brasiliana sposano l’idea di voler approfittare di questi eventi per apportare dei miglioramenti. Dall’altra parte però c’è un organizzazione sportiva (e non un’organizzazione internazionale) che guarda principalmente ai suoi interessi economici e che non è disposta a fare beneficienza. Niente biglietti ridotti e birra allo stadio (le operazioni di scardinamento delle favelas sono invece ben accette).

Speriamo solo che, nonostante gli sponsor presenti all’evento (che tra l’altro sono le aziende che rappresentano il consumismo di cui il Brasile è vittima) gli spettatori che verranno da tutte le parti del mondo preferiscano ad un hamburger di Mc Donalds e a una Coca Cola un buon pão de queijo e una fresca bevanda al guaranà.