I tormenti dell’elettore pd (che in fondo sogna Grillo)

I tormenti dell’elettore pd (che in fondo sogna Grillo)

Nell’elettore medio del Pd, si sta radicando il sospetto che la vita gli sia ostile anche quando gli sorride. Che le vittorie – quelle poche – non siano da vivere come un momento di liberazione dal male, ma anzi come ulteriore elemento di complicazione politica, e che se proprio c’è da godere, allora meglio godere delle vittorie altrui (quelle sì davvero liberatorie). Sotto questo aspetto, l’ultima tornata di amministrative è decisamente il paradigma perfetto e basta farsi un giro in qualche simpatica combriccola democratica per coglierne il senso. Nessuno gioisce (se non Bersani, Bindi, i soliti noti…) per la conquista di tanti e tanti comuni nuovi, ma tutti, indistintamente, sono in tensione emotiva per il clamoroso exploit di Beppe Grillo. E tutti, privatamente, si dicono felici di un simile terremoto grillino. Ma come è possibile una divaricazione mentale di questa portata?

I motivi sono da ricercare nelle aspettative che ognuno dà al voto e, di conseguenza, nella capacità di generare il cambiamento. È terribile doverlo ammettere, ma gli elettori del Partito Democratico, pur restando fedeli a un’idea politica di fondo, sono perfettamente consapevoli dell’incapacità della classe dirigente di poter modificare il corso delle cose. In un concetto, non sentono l’orgoglio di appartenenza, pur appartenendovi. Se permettete, applicato alle passioni politiche, questo è un contrappasso di una crudeltà senza pari. C’è ormai come una visione impiegatizia, burocratica, una melanconica accettazione di uno statu quo, una tristezza di fondo che vela anche le cose possibilmente buone. Non ci si crede più. Non si crede più a un Pd in grado di «essere il nuovo». Nessuno ci crederebbe, questo è il dramma.

Ecco perché si genera quel fenomeno strano di identificazione parallela con Beppe Grillo, che in queste ore sta attanagliando l’elettorato democratico. Gli si attribuisce una capacità di cambiamento, che nel Pd è morta o quanto meno sopita da anni. Un elettorato che ha sofferto molto negli ultimi anni, sfibrato da un ventennio berlusconiano, e oggi almeno meritevole di un nuovo orizzonte. Già, e chi lo squaderna questo orizzonte? Quell’allegrone del segretario Bersani, o forse quel centinaio di inutili dirigenti democristiani che inzeppano il Pd come una zavorra? Insomma, per coltivare la speranza di un mondo nuovo a che santo (politico) bisogna votarsi?

È incredibile che l’elettorato piddino debba godere di riflesso per i successi degli altri. Peraltro appena arrivati, con quel senso di giovane rivoluzione, arruffona ma genuina, che sulla brevissima distanza attrae e affascina. Per cui lo sguardo dei democratici gettato sullo sbarco dei grillini nel campo aperto della contrapposizione politica, assume i tratti struggenti di una nostalgia per un tempo antico, il tempo in cui l’orgoglio di un’appartenenza costituiva la linfa vitale per «esserci», per «sentirsi». Il nome di Enrico Berlinguer accende ogni possibile cuore, in quell’uomo mite, scolpito dentro il legno di una quercia, viveva il sentimento di ogni possibile cambiamento. Come è stato possibile ch’egli fosse l’uomo più credibile della terra nel momento della proposizione pubblica di una questione definitiva come la «questione morale», pur nell’ambito acclarato, conosciuto, controverso di un doppio registro (morale) com’era quello del finanziamento dell’Unione Sovietica al Partito Comunista Italiano?

Allora, è davvero possibile che la forza dell’uomo, il suo dentro, la sua forza interiore, possano produrre il miracolo di un orgoglio condiviso? E perché questo oggi non succede, non può succedere, anche in presenza di persone perbene, e il popolo del Partito Democratico è costretto a godere dei successi altrui?