La scienza ha dei rischi, è giusto che vada sempre avanti?

La scienza ha dei rischi, è giusto che vada sempre avanti?

Il 3 maggio sulla rivista scientifica Nature è finalmente comparso il tanto atteso, quanto discusso, lavoro scientifico di Yoshihiro Kawaoka, ricercatore giapponese dell’università del Wisconsin-Madison, che con il suo gruppo di ricerca ha modificato il pericoloso virus dell’influenza aviaria, H5N1, rendendolo trasmissibile non solo fra gli uccelli ma anche fra i mammiferi. Il virus originale anni fa aveva provocato stragi di polli e uccelli selvatici, ma c’erano stati pochissimi casi (anche se spesso letali) di contagio fra gli esseri umani che, per fortuna, non erano predisposti a interagire con esso e ospitarlo. Il virus, infatti, prima di colonizzare un organismo deve legarsi a particolari recettori disposti sulle cellule dell’ospite, e lo fa attraverso una proteina chiamata emoagglutinina (HA). È questa la sua chiave d’accesso. I ricercatori guidati da Kawaoka hanno mutato il gene responsabile della sintesi di questa proteina, fino a crearne una capace di interagire e legarsi alle cellule delle vie respiratorie dei mammiferi (furetti, il modello animale migliore per lo studio dell’influenza). In seguito hanno fuso questo gene con altri sette provenienti dal virus dell’influenza H1N1, altamente trasmissibile fra gli esseri umani ma abbastanza innocua (nel 2009 aveva scatenato un’epidemia a larga diffusione di cui si era molto parlato, ma che non differiva poi tanto dalla classica influenza stagionale in termini di patogenicità). Il risultato è stato un virus ibrido, con le caratteristiche di entrambi i “genitori”. L’elevata patogenicità (ora anche sui mammiferi) del primo, e la rapidità di diffusione del secondo. Quello che permette al virus di trasmettersi rapidamente per via aerea tra i furetti, è però una quarta mutazione, avvenuta naturalmente, che stabilizza la proteina modificata HA. 

La pubblicazione del lavoro di Kawaoka e dell’olandese Ron Fouchier, arrivato più o meno agli stessi risultati all’Erasmus Medical Center di Rotterdam (il suo lavoro verrà presto pubblicato sulla rivista Science), erano state subito bloccate dal US National Science Advisory Board for Biosecurity (NSABB), un consiglio consultivo indipendente americano. Il NSABB, per paura che i dati sensibili di questi lavori potessero essere usati da bioterroristi o incoraggiare più gruppi di ricerca a lavorarci, aumentando anche il rischio d’incidenti e rilascio del virus accidentale, aveva preferito censurarli e rimandarne la pubblicazione. A marzo poi il NSABB ha ritrattato la sua versione, consentendo la pubblicazione di entrambi i lavori.
Di consolante c’è (ed è anche il motivo per cui alla fine si è ottenuto il consenso per la pubblicazione dei lavori) che il virus così modificato non ha ucciso nessun furetto contagiato, si diffonde molto più lentamente dell’influenza del 2009 e ha causato danni meno pesanti alle vie aeree e ai polmoni. Inoltre risponde bene sia alla terapia con gli attuali antivirali che con i prototipi del vaccino per H5N1. In realtà poi non si sa quali potrebbero essere gli effetti sugli esseri umani, se simili o meno a quelli visti sui furetti.
La vicenda del virus H5N1 ha portato scienziati e istituzioni a intuire la necessità di un controllo superiore, che monitorizzi le ricerche scientifiche. Se una ricerca mostra non solo dei benefici ma anche potenziali rischi, è necessario valutarne il bilanciamento molto prima di arrivare alla pubblicazione del lavoro ormai concluso. In futuro quindi dovranno essere gli stessi enti preposti al finanziamento a stimare la fattibilità della ricerca e a non finanziarla, se necessario. Gli studi in ambito scientifico richiedono sempre più di essere sostenuti da una discussione collettiva, che parta dagli scienziati e coinvolga tutti i cittadini.

Ci sono però altri esempi di scienza “a doppio-uso” intorno a cui si è creato un grande dibattito e di cui parla anche la rivista Nature del 26 aprile. L’avvento di laser economici e molto precisi capaci di separare i radioisotopi, per esempio. In natura l’uranio si trova come miscela d’isotopi, composta prevalentemente da uranio-238, e in piccolissima parte (lo 0.7%) da uranio-235. È necessario arricchire questa quantità di un 3-5% di uranio-235 per ottenere un combustibile nucleare per le centrali, e del 90% per ottenere una bomba nucleare. Separare l’uranio-235 dalla miscela d’isotopi, però non è così semplice, a meno che non si possegga uno di questi laser. Il suo funzionamento, un po’ complesso, si basa nel sintonizzarlo con gli orbitali elettronici dell’isotopo che ci interessa, ed eccitarli. Ogni isotopo ha una massa atomica differente associata a un diverso livello energetico degli orbitali, per cui non è difficile una volta selezionato l’orbitale relativo al nostro isotopo ed eccitati gli elettroni, renderlo riconoscibile rispetto a tutti gli altri e separarlo. Alcuni scienziati lo trovano irresistibile perché, per esempio, il calcio-48 può essere usato per la diagnosi di disturbi ossei e il nichel-64 è un promettente nuovo farmaco per la terapia contro il cancro. Senza dimenticare che il laser può essere usato per ottenere combustibile per le centrali nucleari a prezzi vantaggiosi. Altri invece sono totalmente contrari alla sua commercializzazione, perché ritengono che i rischi siano troppo alti. E credono sia necessario rifletterci ancora prima di metterlo sul mercato.

Non esattamente cattiva ma senza dubbio inquietante, l’idea che qualcuno in futuro (non lontano) potrebbe leggere i nostri pensieri. Grazie all’imaging a risonanza magnetica (Magnetic Resonance Imaging, MRI), infatti, è ora possibile fotografare il cervello e monitorarne il flusso sanguigno. L’attività cerebrale è tanto maggiore quanto più una zona è irrorata di sangue, perciò in base a queste fotografie è possibile individuare le parti del cervello che sono attivate quando si compiono determinate azioni. Jack Galliant, neuroscienziato dell’Università della California, Berkeley, ha sviluppato degli algoritmi capaci di registrare l’attività cerebrale di alcune persone impegnate a guardare dei film. Codificando questi dati attraverso un computer, è riuscito a ottenere delle rappresentazioni sfumate di ciò che queste persone avevano visto. Siamo davvero così vicini alla violazione dell’ultimo angolo di privacy che ci resta? Per il momento no. Questi dispositivi sono ancora ben lontani dall’essere applicati alla realtà e possiamo ancora goderci i nostri pensieri in santa pace. Ogni cervello è diverso da un altro, per cui risulta ancora difficile creare un unico algoritmo universale, che valga per tutti. Certo sarebbe un utile strumento per comunicare con le persone completamente paralizzate ma coscienti e permettere loro di azionare i dispositivi solo con il pensiero. Inoltre potrebbero essere usati come rivelatori di menzogne nei tribunali o di cattive intenzioni, ad esempio negli aeroporti, per evitare attacchi terroristici. L’applicazione di questi dispositivi ha subito suscitato l’interesse di alcuni imprenditori americani che hanno già commercializzato il rivelatore di bugie (tramite MRI) il cui uso però è stato contestato in sede giudiziaria, e non è stato ammesso come prova. Mentre un’altra società ha lanciato il concetto di neuromarketing, utile in campo pubblicitario per misurare il subconscio emozionale delle persone in risposta a stimoli visivi. Ma anche questo non convince appieno. Possiamo per il momento tirare un sospiro di sollievo, anche se c’è chi, come Jack Galliant, pensa che queste applicazioni arriveranno molto prima di quanto pensiamo.

La diagnosi prenatale presto potrebbe avvenire semplicemente tramite un prelievo di sangue. Liberi nel circolo sanguigno, infatti, si trovano dei pezzetti del nostro DNA, e nelle donne in gravidanza il 15% di questo deriva dal feto. La difficoltà è stata più che altro riuscire a separare il DNA del bambino da quello della mamma, ma i ricercatori guidati da Dennis Lo, patologo della Chinese University di Hong Kong, che per Sequenom, un’azienda di biotecnologie con sede in California, sta sviluppando un metodo per eseguire lo screening del codice genetico fetale, sono riusciti anche in questo, e presto verrà commercializzato. Il test è molto preciso, con una percentuale di sicurezza del 95%, ed è molto meno invasivo di altri metodi, come l’amniocentesi. Il che significa che presto potrebbe assumere valenza universale ed essere usato ogni qual volta lo si desidera, dalle donne in gravidanza. Ma oltre agli ovvi effetti positivi che una sicura e certa diagnosi prenatale comporta, questo significa che saremo in grado di scegliere i nostri figli? A quel punto potrebbe crearsi una certa pressione affinché le gravidanze di bambini con ritardi mentali o malattie come la sindrome di down, non vengano portate a termine, per non pesare troppo sulle assicurazioni o il sistema sanitario. Inoltre c’è chi sostiene che diminuendo il numero di bambini con questi problemi, possano anche ridursi le ricerche e i finanziamenti in questo campo. Ponendo poi il caso che si tratti di una malattia a tarda insorgenza, come per esempio l’Alzheimer, come dovrebbero comportarsi i genitori? Il fattore genetico non è l’unica determinante nell’insorgenza della malattia, che potrebbe anche non manifestarsi mai. E poi chissà, quando e se mai dovesse ammalarsi di Alzheimer, se nel frattempo non abbiano anche già trovato una cura. Vale davvero la pena sapere prima a quali potenziali (ma non certe) malattie potrebbe andare incontro il bambino, nel corso della sua vita? E decidere della sua nascita in base a questo? Il discorso ovviamente è ancora aperto e molto dibattuto.

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