L’arte di sgranare i fagioli; un trattato sulla vita

L’arte di sgranare i fagioli; un trattato sulla vita

«Respiriamo perché ce lo impone l’organismo. E se anche fosse, a cosa può servire se lo facciamo solo durante il fine settimana? Anche se fosse per un mese intero, non cambierebbe niente. Pensa che vengano qui per staccare, per riposarsi?», allontanò di scatto il bicchiere dalla bocca e si versò un po’ di birra sulla camicia. «Non vede che qui c’è ancora meno spazio che nelle case popolari? Nelle case popolari, anche se abiti in un palazzo di dieci piani, almeno non sei costretto a conoscere nessuno. Buongiorno, buonasera, questo è quanto. E non devi neppure salutare tutti, chi sta al piano di sotto, chi sta al piano di sopra, chi sta agli altri piani. A volte capita di non incontrare un vicino per una settimana intera. Si esce di casa a ore diverse, si torna a ore diverse, e il tuo vicino puoi pure non incontrarlo mai, finché un giorno non lo portano via morto stecchito. Qui, invece, vuoi o non vuoi, sei costretto a farlo. Non fai in tempo ad arrivare che ti stanno tutti intorno come formiche. E pungono, pizzicano, mordono. Dopo una settimana di ferie non so se sono ancora io o se non sono più io. Mi dica, quanta gente può entrare dentro una persona sola perché si senta ancora se stessa? Una persona è come un bicchiere, non puoi versarci dentro più di quello che può contenere.

Ho un negozio in città, ma non è per questo che conosco quasi tutta la città. È perché vengo qui. Solo dal nome o dal cognome so che lavoro fanno, che posizione occupano, l’indirizzo, il telefono. Ma questo riuscirei anche a sopportarlo. Ho un cassetto intero pieno di biglietti da visita. E allora? Non servono a niente. Sa quante volte ho già ricopiato la mia rubrica per togliere almeno i nomi di quelli che sono morti? E anche così quei nomi continuano ad aumentare. Ma questo riuscirei anche a sopportarlo. Non si tratta di questo. È solo che qui mi sento come in un formicaio, e chi è che vuol essere una formica? In questo posto non le risparmiano niente. Si svuotano delle cose più intime come se andassero di corpo. Non esistono posti peggiori di quelli dove bisogna stare tutti insieme. Si viene a sapere tutto: chi se la fa con chi, chi ce l’ha con chi, chi sta sopra e chi sta sotto, chi ha questo o quel segreto, se ne possono sentire di tutti i colori. Vuole una malattia? Ce ne sono di tutti i tipi. A chi fa male questo, a chi fa male quell’altro, a chi hanno tolto una cosa, a chi ne hanno tolta un’altra. Chi ha la stipsi, chi ha la diarrea. Persino chi ha un orgasmo. Una ce l’ha ogni volta che fa l’amore, un’altra non ne ha mai avuto uno. Se ne stanno sedute, sdraiate e sospirano. Non ha idea di come girino le notizie qui sul lago. E come se non bastasse, le case sono attaccate una all’altra. Se c’è una giornata afosa come quella di oggi, ci sono porte e finestre aperte ovunque. Non si sente tutto solo da una casa all’altra, si sente tutto ovunque. Si sente dall’acqua alla riva, dalla riva all’acqua, da un posto all’altro. È impossibile non sentire. È impossibile non vedere. Anche se uno non vuole sentire o non vuole vedere, gli entra comunque tutto nelle orecchie e negli occhi. E uno mica viene qui per starsene chiuso in casa. Il minimo rumore viene amplificato, il minimo dettaglio viene ingigantito. Anche se non vuoi, sei costretto comunque a vedere tutte le pance, gli ombelichi, i sederi, le vene varicose sulle gambe, le cicatrici delle operazioni. Non c’è un posto dove fuggire con lo sguardo o con l’udito. Anche i tuoi pensieri diventano un immondezzaio di pensieri altrui. E lei vorrebbe…».

Non lo riconoscevo. Era una persona completamente diversa da quella che mi ero immaginato dalle sue lettere. Era forse successo qualcosa che lo aveva fatto cambiare in questo modo? E poi non riuscivo proprio a capire perché stesse cercando di farmi passare la voglia di stare in questo posto. Mi aveva invitato, aveva cercato di invogliarmi a venire per tutti questi anni, e quando alla fine mi ero deciso… Eppure avrebbe dovuto capire che stavo solo scherzando con quella storia della casa. O forse già prima, per strada, quando stavamo venendo qui, aveva iniziato a sospettare che anch’io ero una persona diversa da quella che si era immaginato dalle mie lettere. E quei discorsi sulla casa lo avevano soltanto confermato. «E lei vorrebbe…» ripeté, ormai tra sé e sé. «Mi creda, quando torno a casa devo riprendere possesso di me stesso, devo tornare indietro fino all’infanzia, alle mie prime parole, ai miei primi pensieri, al mio primo pianto, per sentirmi di nuovo me stesso. Qui si vive come su uno schermo. Ma cos’è una persona senza i suoi segreti? Me lo dica lei», quasi ribolliva dalla rabbia. «Venderò la casa e me ne andrò via da qui, quant’è vero Iddio!».
Si versò il resto della birra nel bicchiere e si mise a fissare il lago che mugghiava davanti a noi, sprofondando di nuovo nel silenzio. Avrei dovuto dire qualcosa, forse se lo aspettava anche, ma non mi veniva in mente niente, a parte il fatto che dovevo partire prima di sera. Però non mi sembrava il momento adatto per dirglielo. Allora, come se niente fosse, gli chiesi: «E dove sono quelle tombe di cui mi ha scritto, quelle dove si trovano tutti quei funghi?». «Perché, vorrebbe andare a funghi? Non adesso, non adesso,» e si alzò di scatto dalla sedia, «vado a prendere dell’altra birra. E magari preparo pure qualcosa da mangiare. Non le è venuta fame? Allora più tardi. Ho preso dei polli allo spiedo, bisogna solo riscaldarli». Un attimo dopo, mentre tornava con le lattine di birra, si fermò di colpo a metà strada: «Dia un’occhiata laggiù. Probabilmente è una nuova. Non l’ho mai vista. Devo informarmi su chi è. Quella laggiù. Dia un’occhiata». Poggiò le lattine di birra sul tavolo, le aprì e versò da bere a entrambi. «Guardi, questa è l’unica cosa che mi tiene ancora qui. Altrimenti è da tempo che avrei già venduto la casa». Bevve un po’ di birra e iniziò di nuovo a guardarsi intorno, con occhi completamente diversi, scintillanti, quasi rapaci, di tanto in tanto degnandomi di sfuggita di quella che era una via di mezzo fra un sorriso e una smorfia di scherno. «Quella pure non è niente male. Laggiù, quella che sta salendo sulla barca. La conosco. Oh, quanto le piace farlo. E non ha idea di quello che riesce a fare! Le mostrerò anche una vicina che sta due case più in là. Ma forse non è ancora arrivata». Guardi, lo ascoltavo, ma non riuscivo a credere che fosse la stessa persona che mi aveva scritto tutte quelle lettere, quelle cartoline, che mi aveva fatto tutte quelle telefonate. E mi chiesi che cosa ci fosse di vero in lui, prendendo in considerazione sia quello che mi stava dicendo adesso sia quello che mi aveva scritto in tutti questi anni. Forse né l’uno né l’altro. A ogni modo non gli feci capire niente.

«Oppure quell’altra, guardi. Sta camminando lungo la riva. Ci sta addirittura lanciando delle occhiate. Una come quella sembra uscita direttamente dalla natura. E non è la stessa cosa che dalla strada o da un bar. Eh, la natura, la natura. Riesce a raddrizzare anche le cose più storte. Ma perché se ne va in giro? Oh, adesso si è sdraiata. Si è messa a prendere il sole. Riesce a stare sotto il sole per ore e ore. All’inizio dell’estate è già abbronzata come una negra. Ma se devo essere sincero, non mi piacciono quelle così abbronzate, anche se sono le più facili. D’altronde, non possono mica sprecare tutte quelle ore di sofferenza passate ad abbronzarsi. E si sa che non lo fanno certo per quegli idioti dei loro mariti. A loro ordinano di perdere la pancetta andando in barca o in canoa. Quanto si può stare insieme a un marito così? Un anno o due, poi basta fedeltà. Per fortuna il mondo si è liberato di tutti quei vecchi pregiudizi. Oggi come oggi è impossibile riuscire a tenere in piedi un matrimonio troppo a lungo. Inseguono tutti qualcosa, ed essere sposati è come avere una palla al piede. Uno non ha più voglia di parlare, ma deve farlo. Non ha più niente da dire, ma deve farlo. Non lo nego, ci sono matrimoni che durano fino alla morte. Ma ormai sono solo dei monumenti storici. Tra poco inizieranno a organizzare delle gite per andarli a vedere, come si fa con i castelli, le cattedrali, i musei. A dire la verità, oggi il matrimonio è una società a responsabilità limitata. Se fallisce, se ne crea un’altra. E ci si affanna per riuscire in qualche modo ad andare avanti, ad arrivare alla fine. La nostra vita non vale niente, mi creda. Tutti i nostri sogni, i desideri, le speranze,» d’un tratto gli si illuminarono gli occhi, «oh, guardi. È arrivata. Quella vicina di cui le parlavo. Quando la vedrà in costume da bagno non riuscirà a staccarle gli occhi di dosso. A volte si mette a prendere il sole in topless. Eccome, è arrivato anche qui. Perché non sarebbe dovuto arrivare? Da questo punto di vista non esistono barriere di lingua o altre sciocchezze simili. Una volta o l’altra la devo invitare in barca. Prima o poi capiterà l’occasione giusta. Certo, ci salutiamo. Ma ho come una specie di blocco che non riesco a superare. Ci sono quasi, ma poi il coraggio mi abbandona. Magari all’inizio è meglio invitarla a raccogliere le more. Forse sono già mature. Domenica prossima vado nel bosco a vedere. Ma magari non ci vuole venire perché pungono. Peccato che non ci siano più le fragole. È solo questo che mi frena. Alla fin fine, che cosa ci guadagniamo dalla vita, me lo dica lei? In cambio di tutte le fatiche, dell’insonnia, degli affanni? Ci aggiunga pure le malattie e altre disgrazie, che cosa ci guadagniamo? Nient’altro che starsene seduti tutto il giorno nel mio negozio. Con i souvenir. Ah, ah! Al diavolo, vendo pure il negozio!». Bevve un sorso di birra. I suoi occhi, che un attimo prima brillavano, si fecero di colpo spenti, smorti.

Dopo un istante di silenzio, disse con voce altrettanto spenta, smorta: «Se sapesse quello che è successo qui. A meno che uno non sia in grado di vivere ovunque». «Signor Robert, lo so», alla fine mi ero deciso a dirglielo. Mi sembrava scorretto tenerglielo nascosto. Soprattutto perché quando eravamo in macchina s’era insospettito del fatto che conoscessi la strada.
«E come fa a saperlo?», vidi il terrore nei suoi occhi. «Non dalle mie lettere. Non gliene ho mai parlato. Mai». «Sono nato qui». «Qui dove?». «Qui».
«Come qui? Qui dove?!», mi stupì la violenza con cui cercava di negare la mia confessione. «Qui non è sopravvissuto nessuno. Nessuno. A meno che lei non fosse ancora nato». «E invece, come vede, io sono sopravvissuto, se così si può dire. In un certo senso non solo io, ma anche lei e tutti quelli che si trovano sul lago sono dei sopravvissuti. Tutti quelli che sono ancora vivi». «Ma a quel tempo qui non è sopravvissuto nessuno,» era quasi arrabbiato, «vede quelle colline? Durante la guerra abitavamo laggiù. E un giorno si sparse la voce che i villaggi stavano bruciando. Mia madre mi afferrò per un braccio, ero solo un bambino, e corremmo verso la collina più alta. La chiamavano La Vigna. Si era già radunata una folla di persone. Non vedevo molto a parte una nube di fumo sopra i boschi. Gli adulti invece vedevano tutto. Case, stalle, porcili in fiamme, animali impazziti, gente che sparava. A un certo punto mia madre mi prese in braccio, ma non riuscii comunque a vedere niente a parte il fumo. S’inginocchiò e ordinò anche a me di farlo, perché si erano inginocchiati tutti. Mi ordinò di piangere, perché piangevano tutti. Io però avevo voglia di ridere. Mia madre aveva le ciglia annerite dal fumo e piangendo le scendevano rivoli scuri sul viso. Io non riuscii a trattenermi. La gente si girò a guardarmi e qualcuno disse: “Questo ride mentre là ammazzano la gente”. Mia madre si vergognò. Mi tirò su e mi trascinò via. “Non guardare”, disse. E scendemmo dalla collina. Le tombe sono laggiù», e indicò il bosco con la mano. Un attimo dopo disse: «Devo… Forse anche a quello che vuole comprarla a rate. Cinque, dieci rate, quante rate vuole, non importa».
Sa una cosa? Quando è uscito dalla casa del signor Robert mi sono persino chiesto se non fosse lei quello delle rate. Solo che avrebbe già dovuto finire di pagarle tutte, altrimenti non avrebbe mai potuto mettere piede in casa sua. Se no come faceva a sapere dov’era la chiave? «Gli do la casa solo quando ho l’ultima rata in mano», così aveva detto quel giorno in veranda.

È vivo, è vivo. Perché non dovrebbe esserlo? Altrimenti chi è che mi spedirebbe i soldi? Una volta ho aumentato la quota da pagare e nella busta successiva c’era già l’importo giusto. Anche se al signor Robert non avevo intenzione di aumentarla. In quella casa non ci abita nessuno, non viene mai neppure qualcuno dei suoi amici, perché avrei dovuto farlo? Solo lo scorso autunno ha iniziato ad avere delle infiltrazioni dal tetto. Pioveva che Dio la mandava. La pioggia era iniziata alla fine dell’estate e pioveva ancora, quando gli alberi avevano ormai perso le foglie. Neanche uno spicchio di sole in tutta la giornata. Pioveva di giorno, pioveva di notte. Non ricordo un autunno così. Sul lago il livello dell’acqua si era alzato fino a raggiungere le prime case. Per fortuna sono state costruite su pilastri di cemento. Amo la pioggia, ma non fino a questo punto. Nella camera da letto del signor Robert, al piano di sopra, aveva iniziato a pioverci dentro. Pensai di riparare il tetto non appena avesse smesso di piovere. Ma non smetteva neppure per un istante. E l’ho dovuto riparare sotto la pioggia. L’ho rattoppato col cartone catramato. E poco tempo fa ho anche sostituito due assi in veranda che erano marcite. Ho messo l’olio in tutte le serrature delle porte e in tutti i cardini delle finestre, ho controllato le prese, gli interruttori, le tubature. Si rompono lo stesso anche in una casa disabitata come quella. Se avessi il suo indirizzo gli scriverei. Penso spesso a lui, glielo dica. Lo so, lo so, mi ha detto che non lo conosce. Ma se un giorno dovesse capitare, non si sa mai…

La cosa che mi preoccupa di più è sapere com’è andata la sua operazione. Sì, lo dovevano operare. No, non me lo disse allora, ma la volta successiva che venni qui, quando c’era la nebbia, gliel’ho raccontato. Non ci eravamo più visti, ci eravamo solo sentiti per telefono. Sapevo che abitava sempre nello stesso posto. Se all’epoca avesse ancora il negozio, non glielo so dire. Quando ormai se n’era andato, provai a chiedere informazioni ai vicini. Mi dissero che aveva venduto prima il negozio e poi la casa. Ma nessuno sapeva dove si fosse trasferito. Tutti dicevano di conoscerlo poco. E più per via del negozio che non per il fatto di essere vicini di casa. Lo incontravano di rado, solo di tanto in tanto, quando usciva o rientrava, buongiorno, buonasera, questo è quanto. Non era una persona troppo loquace. Nemmeno quello che aveva comprato il suo negozio sapeva niente. Quando gli domandai se sapeva qualcosa, si offese: «E perché mai dovrei saperlo? Gli ho pagato quello che mi ha chiesto. Non mi sono neppure messo a contrattare. Il punto è buono. Che cosa vuole da me? Non vendo souvenir. Vendo frutta e verdura. Se n’è andato, è chiaro che se ne è andato».
Anche al lago nessuno sapeva niente. Qualcuno non si era nemmeno accorto che la casa fosse vuota già da un paio d’anni. Sgranavano gli occhi, come stupiti del fatto che non venisse più: «Il signor Robert, dice? Ma che anno era? Sì, me lo ricordo. Dice che non abita più neppure in città?».
Prima che si trasferisse lo avevo chiamato per dirgli che volevo tornare a trovarlo, ma non aveva mostrato neanche un briciolo di entusiasmo.
«Adesso? In autunno?», la sua voce mi sembrò distante, quasi irritata.
«Le creo qualche problema?».
«No, è solo che mi ha solo colto di sorpresa. Sarebbe stato meglio in estate».
«In estate non potevo. Mi piacerebbe vedere com’è in autunno da quelle parti».
«Tra poco arriverà l’inverno. Ormai sono cadute quasi tutte le foglie dagli alberi. Nevicherà da un momento all’altro. Che cos’è che l’attira tanto? Se ne potrebbe pentire».
Pensai che forse c’era qualcosa che non andava con la sua salute. Gli domandai:
«E la salute come va?». «Adeguata alla mia età,» tagliò corto, «sto per farmi operare». «Qualcosa di serio?». «Vedremo. Per ora aspetto che si liberi un letto in ospedale. Me l’hanno promesso. Forse già domani o dopodomani. Mi devono avvertire. Ho già la valigia pronta. Non potrei venire con lei. La casa non l’ho ancora venduta. Si può fermare là».
Mi disse dov’era la chiave. In veranda, su un’asse, appesa a un chiodo. E di rimetterla a posto non appena me ne fossi andato. Mi spiegò come attaccare la corrente se volevo la luce e l’acqua calda. E anche il riscaldamento, perché faceva già freddo. Mi spiegò dove stavano le lenzuola, gli asciugamani e tutto il resto.

«Ha idea di quando lascerà l’ospedale?», chiesi. «E come faccio a saperlo?», rispose sgarbato, come se volesse dare un taglio alla telefonata.
«Magari potrei venire a trovarla, se fosse ancora…».
«Perché? Gli ospedali non sono luoghi adatti alle visite. E poi le visite non mi piacciono».
«Posso fare qualcosa per lei?». «Qualcosa per me? Questa è bella», rispose ironicamente, tanto che ci rimasi male.
«Spero comunque che riusciremo ancora a incontrarci». «Ci siamo già incontrati». E queste furono le sue ultime parole.

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Wiesław Myśliwski, scrittore polacco, è nato a Dwikozy, vicino a Tarnobrzeg, il 25 marzo 1932