Obama rende democratici anche i missili, Mosca si infuria

Obama rende democratici anche i missili, Mosca si infuria

Quando nel marzo 1983 Ronald Reagan annunciò l’avvio della progettazione di uno scudo stellare difensivo in grado di «intercettare e distruggere i missili balistici intercontinentali prima che raggiungano il nostro territorio o quello dei nostri alleati», proclamava di fatto la fine della dottrina della deterrenza e dell’equilibrio del terrore tra Stati Uniti e Unione Sovietica. La Strategic Defense Initiative, o “Guerre Stellari” (come venne poi chiamata), riformulava l’equazione del potere che aveva sorretto per lungo tempo la “grande distensione”. Il progetto fu poi abbandonato con la conclusione della Guerra Fredda. Oltre vent’anni dopo, l’amministrazione Bush jr. lo riesumava, stipulando accordi bilaterali con la Repubblica Ceca e la Polonia per il dispiegamento di radar e missili intercettori. Con l’elezione di Barack Obama, lo scudo missilistico passava da un piano bilaterale a uno multilaterale, coinvolgendo direttamente gli alleati europei e la struttura della Nato. Sia durante gli anni Ottanta che nel Ventunesimo secolo, il Cremlino ha fortemente osteggiato il progetto (euro-)americano. Oggi, come ieri, le rimostranze rimangono immutate: lo scudo vanificherebbe gli armamenti strategici e di teatro russi, alterando drasticamente gli equilibri di potere con l’Occidente.

Una svolta sembrava essersi verificata al termine del summit Nato di Lisbona del novembre 2010. A conclusione di vivi dibattiti diplomatici, gli alleati europei siglavano all’unanimità l’accordo per il dispiegamento del sistema di difesa missilistica, che sarebbe andato “verso” una copertura totale dell’area dell’Alleanza entro il 2020. Ancor più importante, la dichiarazione finale del vertice preannunciava una «cooperazione con la Russia in uno spirito di reciprocità, massima trasparenza e comune fiducia». Buone intenzioni, ma – all’atto pratico – poca realizzabilità. A inizio maggio 2012, vigilia del summit alleato di Chicago, il generale russo Nikolai Makarov (capo di Stato Maggiore) chiariva esplicitamente che, data «la natura destabilizzante del sistema missilistico», Mosca non escludeva perfino un attacco preemptive alle installazioni dello scudo Nato. Alle parole il Cremlino dava seguito coi fatti: veniva infatti ordinato lo schieramento di missili tattici a Kaliningrad, nel lembo di territorio tra Polonia e Lituania. Sul versante atlantico, dal vertice portoghese in poi il segretario generale, Anders Fogh Rasmussen, rilasciava regolarmente dichiarazioni distensive verso i timori russi. Ma intanto l’Alleanza non rinunciava a perseguire unilateralmente il progetto.

A ora, le divergenze maggiori persistono sulla struttura di comando e controllo dello scudo. Mosca sarebbe disponibile a una stretta (e trasparente) cooperazione a patto che l’Alleanza Atlantica fosse disposta a cederle integralmente il controllo del sistema dispiegato a protezione dell’Europa Orientale, e fornisse esplicite garanzie legali che esso non venga diretto al contenimento della stessa Russia. Su queste basi la Nato ha rifiutato di negoziare: nel primo caso, legittimerebbe le ambizioni del Cremlino di un ritorno a un’aperta influenza su quella parte di Europa che, sottrattasi al giogo sovietico e unitasi all’Alleanza Atlantica negli ultimi quindici anni, vede ancora come un incubo l’ipotesi di una Russia egemone; per la seconda questione, dichiarare giuridicamente che lo scudo sarebbe uno strumento rivolto solo verso l’Iran (e, in prospettiva, la Corea del Nord) precluderebbe importanti opzioni diplomatiche nei confronti di Mosca e complicherebbe la posizione “neo-ottomana” della Turchia in Medio Oriente. In questo senso, Rasmussen si è limitato a offrire garanzie politiche, evidentemente non ritenute sufficienti dai russi.

L’essenza della controversia riguarda dunque le sfere di influenza. Sotto la guida di Vladimir Putin, il Cremlino non ha mai pienamente accettato l’appartenenza all’area euro-atlantica dei Paesi baltici e dei Peco (Paesi dell’Europa centrale o orientale). Ma se finora la posta in gioco riguardava soltanto le politiche di potenza della Russia e degli Stati Uniti (e di riflesso della Nato, che però a Mosca viene identificata con gli interessi americani), al momento si è aggiunto anche un terzo importante attore: la Polonia. Grazie a una ventennale crescita economica cui è corrisposto un consistente potenziamento militare, oggi Varsavia ritiene di avere le carte in regola per accreditarsi come leader dell’Europa (e non solo di quella centro-orientale). Agire da mediatrice tra Russia e Stati Uniti sulla questione missilistica, guadagnando prestigio internazionale, è un’opportunità troppo ghiotta per non essere colta. Non a caso, la diplomazia polacca ha già avviato un processo distensivo con Mosca, mentre con Washington ha raffreddato i rapporti, pur continuando a garantire massima disponibilità per ospitare i missili intercettori. Parallelamente, ha anche rafforzato la sua leadership economica e militare in seno al Gruppo di Visegrad, organizzazione cui partecipano Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, e potenzialmente aperta all’adesione dei Paesi baltici.

Questo è lo scenario che ha visto recentemente sorgere nuove crepe tra gli alleati Nato. Le ambizioni polacche stanno, infatti, generando i primi attriti con gli stati vicini, e ciò potrebbe condizionare il programmato dispiegamento del sistema missilistico. Sono soprattutto le relazioni tra la Polonia e la Lituania, i due paesi maggiormente esposti ai missili russi di Kaliningrad, che stanno attraversando una fase di particolare tensione. Nella fattispecie, secondo Varsavia, Vilnius avrebbe scarsa attenzione per i cittadini lituani di origina polacca e, per ritorsione, sarebbe disposta a revocare la copertura al territorio lituano garantita dai missili intercettori installati in Polonia. In risposta, la presidentessa lituana, Dalia Grybauskaite, ha deliberatamente ignorato il vertice polacco di aprile del Gruppo di Visegrad, cui erano stati invitati i medesimi Paesi baltici. D’altro canto, la mutua diffidenza tra Vilnius e Varsavia affonda le sue radici nella storia; in particolare, i timori lituani tradiscono le ansie di un ipotetico ritorno ai rapporti di forza del XVI e XVII secolo, quando la Corona del Regno di Polonia attraversava il suo periodo di maggiore splendore proprio esercitando un’egemonia diretta sul Granduca di Lituania. Gli Stati Uniti non si sono ancora pronunciati sulla controversia lituano-polacca; se essa dovesse davvero mettere in pericolo l’efficacia del sistema missilistico, difficilmente non eserciterebbero pressioni. E a quel punto la Russia potrebbe approfittarne riavvicinandosi a una delle due parti, verosimil-mente quella lituana, che già dipende energeticamente da Mosca.

Oggi come ieri, missili e diplomazia si fondono a percezioni e ambizioni, e come ieri, il sistema di difesa missilistico è una disputa il cui esito potrebbe modificare gli equilibri strategici dell’intera Eurasia. Negli ultimi ventiquattro mesi, la diplomazia euro-atlantica ha concentrato molti dei suoi sforzi sul confidence building verso Mosca. I risultati sono stati però insufficienti: la Russia non ha alcuna intenzione di abdicare a un ruolo egemonico che considera inscritto nella Storia. Proprio quella Storia alla cui porta torna a bussare prepotentemente la Polonia.

*Ricercatore Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi)

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