Segni: “Il centrosinistra? Ora può solo vincere”

Segni: “Il centrosinistra? Ora può solo vincere”

Lasciamo da parte per un momento Grillo e i grillini, tanto ne parleremo per molti mesi. Concentriamoci invece su un’altra domanda: cosa ci dicono le elezioni di domenica sul futuro della politica italiana? Fra dieci mesi si vota, mancano nove mesi alla presentazione delle liste; fra sei mesi saremo in piena campagna elettorale. Dalle urne è emersa qualche indicazione?

Sì, assolutamente sì. Se lasciamo i vari sproloqui (ho vinto io) e guardiamo freddamente le cose, un vincitore c’è, ed è stata una vittoria formidabile. Checché ne dicano Bersani e la Bindi non è il PD, che ha vinto da una parte e ha preso botte dall’altra: è la coalizione di centro sinistra, che con la sola eccezione di Parma ha vinto dappertutto. A Palermo con un dipietrista, a Genova con uno di Sel, in parecchi centri con il partito democratico. E sempre con una alleanza che andava da Bersani a Vendola comprendendo Di Pietro.

Merito degli altri, mi direte. Certo, la destra è liquefatta, il centro di Casini non decolla, la Lega è a pezzi, non ci voleva molto a vincere. Vero, verissimo. Ma da qui alle elezioni cambierà qualcosa? La destra metterà molti anni a riprendersi dal disastro Berlusconi, il centro non piace all’Italia che ormai vuole soluzioni nette, e poi è più vecchio di tutti. Grillo aumenterà, ma da qui a governare l’Italia ce ne vuole. Conclusione: è solo la coalizione di centro sinistra che può vincere e governare per i prossimi anni. C’è quasi obbligata, anche se forse non ne ha tanta voglia.

È un futuro nero? Non è affatto detto. Il primo governo Prodi, che aveva Di Pietro come ministro ed era appoggiato da Bertinotti, fu il migliore della seconda repubblica, e ci fece entrare nell’euro (lo considero tuttora una fortuna). Pisapia sta amministrando Milano bene, e non mi pare che gli otto anni di governo Vendola in Puglia siano un esempio di politica sovversiva. Non spaventiamoci, dunque.

In realtà il punto debole di questa maggioranza non sono Vendola e Di Pietro. È il Partito Democratico. Moderato certo, anche troppo, ma vecchio, diviso, incapace di decidere, con una dirigenza che ha raccolto tutto lo stato maggiore dell’ex partito comunista. Un apparato malato di partitocrazia, senza veri leader. Mi pare che i suoi dirigenti siano spaventatissimi delle responsabilità future. Ma non c’è alternativa.

La speranza è che riescano a trovare un capo di governo serio e capace, magari pescato fuori del partito. Ce ne sono, se si cercano. Altre soluzioni non ne vedo. A meno che i politici non siano presi nei prossimi da un cupio dissolvi, e decidano di tornare al proporzionale. Saremmo sulla strada della Grecia. Ma francamente non ci credo.
 

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