Syriza: al nuovo voto la sinistra greca è favorita, ma senza alleati

Syriza: al nuovo voto la sinistra greca è favorita, ma senza alleati

Non state giornate semplici per Alexis Tsipras, come probabilmente per nessun politico greco in questo frangente. La convulsa giornata di domenica ha visto un doppio colpo di scena. Nel primo pomeriggio, il leader di Syriza dichiara che è stato raggiunto un accordo a tre fra Nea Democratia, Pasok e Sinistra Democratica. Syriza non partecipa. Tsipras dichiara: “non ci stanno chiedendo di essere d’accordo, ci stanno chiedendo di essere complici in piani criminali e noi non lo saremo.” Dopo poche ore arriva la secca smentita di Fotis Kouvellis, leader di Sinistra Democratica, che accusa Tsipras di essere già in campagna elettorale: “Ha sorpassato ogni limite di squallore”, dichiara alla stampa, e passa la patata bollente: Sinistra democratica farà parte di un governo di coalizione solo se anche Syriza farà la sua parte.”

Nella giornata di lunedì si sono rincorse voci su una possibile partecipazione dei greci indipendenti, ma il disperato tentativo del presidente Papoulias per scongiurare nuove elezioni a giugno fallisce. L’attenzione ruota attorno a Syriza e al suo giovane leader, che nel frattempo calca i toni: “Stiamo difendendo l’Europa dalle forze neoliberali che la distruggono”, ha dichiarato nel ribadire il suo no ad un governo che accetti, anche in termini critici, il memorandum firmato con i creditori internazionali. 

La scelta di Tsipras è politicamente vincente: tutti i sondaggi indicano che, se si dovesse andare a elezioni, Syriza passerebbe dal 16,7% a oltre il 23% attestandosi come primo partito del Paese e godendo in questo modo del premio di maggioranza di 50 seggi accordato dal proporzionale rinforzato greco. La posta in gioco è alta e per l’establishment sarà facile scaricare le colpe del mancato accordo sull’intransigente leader di Syriza. Ma Tsipras ha due assi nella manica. Primo, i recenti risultati elettorali francesi e tedeschi che fanno presagire un cambiamento di rotta nella politica dell’Unione. Secondo: l’outing di economisti, banchieri e opinion leader che ormai dicono apertamente come per il paese ellenico uscire dall’euro sia la scelta meno dolorosa. Su tutti Nouriel Roubini martella su twitter, spiegando che il ritorno della Grecia alla dracma è l’unica strada per tornare a crescere dopo un breve-medio periodo di instabilità. Anche Paul Krugman, dalle colonne del suo blog sul New York Times, spiega che la fine dell’eurozona potrebbe essere questione di pochi mesi.

Nei programmi Tsipras propone, in sintesi, la rinegoziazione del memorandum, la moratoria sul debito, una redistribuzione più equa della ricchezza, una seria lotta all’evasione fiscale nonché un piano per risanare l’economia. Recentemente ha fatto clamore la sua affermazione che potrebbe essere proprio la Germania il primo paese ad uscire dall’euro. «La sua politica», commenta amaro Diram Majaran, esperto di corporate finance, «consiste quasi esclusivamente nel mettere sul tavolo il paradosso della Grecia e della moneta unica. Non ci volete aiutare, il problema è anche vostro. È il logico risultato della politica condotta dai principali partiti per decenni che vedono l’Europa come una mucca da mungere, un gigantesco mezzogiorno che vive grazie a trasferimenti di denaro europeo che finiscono in un buco nero fatto di sprechi, corruzione e clientelarismo».

Non è di questo parere una giornalista greca, Angeliki B.: «Hanno cercato di costringerlo in ogni modo ad accettare una coalizione allargata perché sanno che è l’unico modo di impedire la sua avanzata. In questo modo lo renderebbero inaffidabile agli occhi degli elettori. Io trovo che si stia comportando in modo trasparente e coraggioso di fronte a queste trappole». Tsipras è un politico scaltro e intelligente: i suoi prossimi passi potrebbero trasformarlo in leader della sinistra e in un esempio per un’Europa meno germanizzata. E lo sa. Ma escludendo una maggioranza assoluta con chi potrebbe allearsi? Guarderà al centro o alla sua sinistra? Col Pasok sembra da escludere, con Sinistra Democratica è più probabile ma le feroci e febbrili trattative di questi giorni hanno ulteriormente incrinato i rapporti. Sembrerebbe ovvia un’alleanza con il Kke. Non lo è.

Il principale problema della sinistra greca è la frammentazione, nemmeno paragonabile a quella italiana che in quanto a sindrome da capponi di Renzo non scherza. Le ragioni sono antiche. Risalgono alla conferenza di Jalta, al Risiko di spartizione delle grandi potenze. Unico paese a non essere assegnato da una parte o dall’altra è la Grecia: 70 per cento alle forze alleate e 30 per cento all’Urss. Nel 1946 scoppia la guerra civile. Dura tre anni e termina nel 1949 con la vittoria dei monarchici, appoggiati da Inghilterra e Stati Uniti a scapito dei partigiani comunisti appoggiati dalla Jugoslavia di Tito. Il Kke subisce durissime persecuzioni e molti dei suoi militanti fuggono a nord emigrando verso gli stati appartenenti al Patto di Varsavia.

Ad inizio anni’70 la sinistra, come buona parte della sinistra europea, si divide in due anime. Quella filorussa e quella filoeuropea . Dopo il crollo del muro le due anime provano a fondersi in un’unica posizione ma è sempre la questione europea a scatenere i dissidi e avviene una nuova rottura. Il Kke deriva dall’anima sovietica, Syriza dall’anima europea.

Syriza non è un partito vero e proprio. Nasce nel 2001 come collettore di una decina di partiti della costellazione della sinistra radicale. È composto da varie organizzazioni che, nonostante le diverse provenienze ideologiche e culturali, condividevano un’azione politica comune in numerosi importanti questioni che impegnavano la Grecia alla fine degli anni novanta. Il principale partito era Synaspismos. Alle elezioni del 2004, quando raccoglie il 3,3 per cento dei voti, tutti gli eletti appartenevano a questo partito, fatto che crea forti dissidi e rischia di far naufragare il progetto. Alle successive elezioni, nel 2007, Syriza arriva al 5 per cento dei voti, mentre le elezioni del 2009 registrò un leggero calo (4,7 per cento)

Per rendere idea del livello parcellizzazione basta pensare al fatto che da tempo Syriza sta trattando con un partito di stampo marxista-leninista chiamato Antarsya che alle ultime elezioni ha preso circa l’1 per cento. Il paradosso è che Antarsya è a sue volte un collettore di un’altra decina di movimenti che si sono radunati in un’unica sigla. Movimenti come quelli incontrati alla manifestazione del 1 maggio che sostengono di aver già vinto la lotta contro il capitalismo occidentale e che ora il nemico da abbattere è la Russia e il capitalismo di Vladimir Putin. E lo spiegano come fosse il concetto più ovvio del mondo. A Tsipras bisogna dare atto della capacità di unire vari gruppi e correnti che atavicamente frazionano la sinistra.

Più complesso il rapporto con il Kke. Le posizioni dello storico partito comunista greco sembrano ferme agli anni’70: lotta al capitalismo, all’imperialismo, statalismo, potere ai lavoratori. L’incontro al Politecnico di Salonicco sembra catapultare agli anni del liceo, dove ogni parola o quasi finiva in “ismo”. Parlando con loro si deve sempre dare per scontato che Unione europea, Bce sono istituzioni frutto del capitalismo e di conseguenza per il Kke trattare con loro non è nemmeno un problema da porsi perché non ne riconoscono la ragione d’essere. Il Kke è una cristallizzazione dell’ influenza culturale che l’Urss per ragioni geopolitiche ebbe su quest’area. Ed è proprio l’Europa il punto di eterno non incontro tra Kke e Syriza.

Infine ci sono gli anarchici. Riluttanti a parlare, vivono quasi tutti a Exarkia, quartiere nel centro di Atene dove la polizia “quella in verde, quella cattiva per cui selezionano solo i più invasati”, nemmeno entra. Exarkia è un posto strano, affascinante, pericoloso per i giornalisti. Tre anni fa il comune ci costruì un parcheggio. Tempo pochi giorni, l’asfalto era stato divelto e al suo posto è stato piantato un parchetto. Si respira creatività, libertà e rabbia. Al centro sociale Nos Otros mi raccontano di 3-5 mila anarchici pronti a combattere. Molti di loro votano Syriza, anche in virtù del loro odio, spesso sfociato in violenti scontri di Hemingwayana memoria, con i rossi del Kke.

Tsipras conosce bene queste divisioni. Ma, complice la drammatica crisi greca (ed europea) ha appena attraversato un bivio: non ha accettato una forma di alleanza con i partiti moderati e, sfruttando l’onda europea che ha portato un presidente socialista a governare la Francia e Angela Merkel sconfitta nei suoi feudi, ha proposto con forza una rinegoziazione del memorandum. Vincendo le prossime elezioni proverà a diventare il leader di una grande coalizione di sinistra laddove la sempre più probabile uscita della Grecia dall’euro potrebbe smussare le posizioni irremovibili del Kke. A meno che la sua profezia “sarà la Germania a uscire dall’euro” non si avveri. Ma a quel punto nessuno è in grado di prevedere quanto potrebbe accadere.

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