Terremoto, nel regno delle coop rosse del mattone è ora di ricostruire

Terremoto, nel regno delle coop rosse del mattone è ora di ricostruire

MODENA – Può un rimpasto nella giunta di una città non produrre alcun effetto politico, se non la mera sostituzione di due assessori senza particolari demeriti? La risposta è senz’altro affermativa, a guardare a quanto è accaduto nelle scorse settimane a Modena.

Tranquilla e sempre meno opulenta città media dell’operosa Emilia, Modena è ininterrottamente guidata dal dopoguerra da coalizioni di sinistra. Mai come negli ultimi anni, però, la dialettica interna alle troppe anime, tutt’ora mal amalgamate, in seno al Pd locale – azionista quasi totalitario in giunta e consiglio – ha reso sempre meno granitico il consenso attorno alle scelte di governo. Fino a sfarinare i rapporti tra il Pd di Modena e la giunta di Giorgio Pighi, eletto Sindaco tre anni fa, per il secondo mandato e passato al primo turno per una manciata di voti.

Sin dalle prime settimane di vita della giunta Pighi, al centro delle tensioni vi è stato in particolare il modello di sviluppo urbanistico della città. Un tema, questo, che Pighi ha posto, come aveva fatto nel 2004 in occasione del primo mandato, nelle mani di un navigato politico: Daniele Sitta. Personalità forte della squadra di Pighi fino ad esserne considerato il Sindaco di fatto, Sitta è punto di riferimento per l’edilizia modenese. Rappresentando un fondamentale anello di congiunzione tra il Pd e la cooperazione rossa, per la quale ha guidato senza troppo successo una cooperativa di produzione di bilance, nonché un elemento di collegamento con i costruttori di area confindustriale.

Sitta è indicato da tempo, da parte di vari gruppi ambientalisti e da pezzi dello stesso Pd modenese coagulatisi attorno all’agguerrita associazione Modenattiva, come il fautore di una troppo spiccata politica di cementificazione della città. In realtà, in questi tre anni di scarsa fantasia programmatica della giunta Pighi, Sitta non ha fatto altro che concretizzare, con qualche forzatura di troppo, ma anche con una certa efficacia operativa, indirizzi urbanistici fatti propri dalle precedenti giunte. Si tratta di scelte di sviluppo urbano, in tanti casi partorite addirittura alla fine degli anni ’90, di cui peraltro si trovano riferimenti aggiornati non solo nel programma elettorale elaborato dal Pd modenese nel 2009, ma anche in un documento dell’anno prima, firmato dal Sindaco e da Sitta, con il quale tra l’altro si ipotizzava una crescita della città, tale da farle raggiungere una popolazione di 230 mila abitanti (dagli attuali 180 mila) entro 50 anni.

Ebbene, dopo anni di continue e quasi quotidiane polemiche attorno alla gestione urbanistica della città – rese per giunta più aspre a causa del caratteraccio di Sitta, poco avvezzo a tollerare chi ha pensieri difformi dal proprio – la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la denuncia, da parte di Modenattiva, di una serie di difformità tra le tra le caratteristiche di una pista prove recentemente inaugurata alle porte di Modena e le prescrizioni di VIA della Provincia e con il Piano Particolareggiato. Tra le difformità, una è davvero eclatante: il circuito risulta 400 metri più lungo del consentito.

Nel pieno della tempesta che ne è scaturita e che ha portato alle iniziali dimissioni di Sitta – invocate non solo da Modenattiva ma anche auspicate da esponenti di rilievo del Pd modenese al fine di riportare la calma in città – ed alla sua autosospensione dal partito, ha così preso avvio l’apertura di una mini-crisi finalizzata ad un rimpasto: quale occasione migliore, avranno pensato in tanti anche dentro il Pd modenese, per ricalibrare l’azione opaca di una giunta rivelatasi in questi tre anni di basso profilo. Ma soprattutto per ridefinire, in vista delle elezioni amministrative del 2014, la collaborazione con altre forze politiche, in particolare con Sinistra Ecologia Libertà. Così risolvendo, tra l’altro, l’anomalia modenese che vede Sel esclusa dalla responsabilità diretta di governare la città capoluogo, differentemente da quanto accade in tutti i comuni del territorio provinciale guidati dal centrosinistra.

Le trattative, condotte in prima persona addirittura da Vasco Errani, l’influente governatore della Regione Emilia Romagna recentemente sottoposto ad indagine per un presunto favoritismo ad una cooperativa guidata in passato dal fratello, hanno però dato esito negativo. Perchè Sel ha rinunciato ad entrare in giunta, non avendo ravvisato la presenza delle condizioni di una sostanziale discontinuità nelle politiche urbanistiche della città con il conseguente ridimensionamento del ruolo di Daniele Sitta. La mini-crisi si è invece paradossalmente chiusa con un rafforzamento di quest’ultimo, ma in particolar modo del blocco di potere rappresentato dalla cooperazione rossa e da un pezzo di costruttori confindustriali che in Sitta, come detto, hanno avuto in questi anni un affidabile punto di rifeirmento.

Perchè a Sitta è stato certo chiesto di trasferirsi, peraltro all’altrettanto strategico assessorato alle politiche economiche, ma al suo posto, all’assessorato all’urbanistica, è arrivato un uomo noto nell’ambiente delle costruzioni. Si tratta di Gabriele Giacobazzi, un apprezzato professionista, con il quale Sitta in questi anni ha collaborato gomito a gomito su svariati progetti di riqualificazione e riprogettazione urbana. Procuratore della società cooperativa aderente a Legacoop – Politecnica Ingegneria e Architettura – e della quale è stato Presidente dal 1979 al maggio 2011, Giacobazzi è dal 2011 anche Presidente dell’OICE, l’Associazione di categoria, aderente a Confindustria, che rappresenta le organizzazioni italiane di ingegneria, architettura e consulenza tecnico-economica.

I maligni, in seno allo stesso Pd locale, hanno fatto due più due,  e hanno tratto la conclusione che la designazione di Giacobazzi certificherebbe ancora più chiaramente la subalternità del Pd modenese e della sua giunta ai cosiddetti poteri forti locali: una parte di mondo dell’edilizia targata Confindustria, ma in particolare le grandi cooperative di costruzione aderenti a Legacoop. Quest’ultima, con una caduta di stile che non è passata inosservata, non ha resistito dal cantare pubblicamente vittoria. Dopo aver visto scongiurata la decapitazione di Sitta e attribuita la delega all’urbanistica a Giacobazzi, Lega Coop ha espresso grande apprezzamento verso la “felice” conclusione della crisi di giunta: roba mai vista prima.

«D’altra parte – rivela un assessore comunale del Pd che preferisce rimanere anonimo – quando un partito è pressoché privo di idee, la cosa più semplice, ma nello stesso tempo drammaticamente pericolosa, che rimane da fare, è rendere l’abbraccio con pezzi di mondo economico ancora più stretto, nell’illusione di averne poi un ritorno in termini di consenso elettorale». Sarà pur vero, ma non si può certo dire che i rapporti con le cooperative di costruzione rosse ed alcuni attori che gravitano attorno a Confindustria, non fossero molto solidi e da tempo.

Senza considerare le cosiddette aree Peep (edilizia economica e popolare), dove, come peraltro avviene in lungo ed in largo per l’Italia, le coop edilizie locali hanno gioco facile rispetto ai concorrenti extra territoriali, basta scorrere la lista dei più rilevanti progetti di riqualificazione urbana o di nuova urbanizzazione per capire quanto forte è la “partnership” tra le coop edilizie, rosse in particolare, e l’amministrazione comunale modenese. Il che fa anche comprendere come sia altamente improbabile che su tali interventi riesca a “passare lo straniero”.

Si pensi, ad esempio, ad una articolato progetto di riqualificazione della fascia ferroviaria, varato più di 10 anni fa per recuperare un’ampia area tra il centro storico e la tangenziale, che si estende per 2,5 km su una superficie di 100 ettari: qui le cordate, costituite da una maggioranza di imprese cooperative e da una minoranza di costruttori legati a Confindustria, la fanno da padrone e stanno realizzando insediamenti di varia natura per complessivi 200 mila metri quadrati.

Uno schema simile è andato poi configurandosi per la realizzazione del Museo dedicato al Drake: un’opera prestigiosa di architettura contemporanea progettata da Jan Kaplický, la cui direzione dei lavori è stata affidata a Politecnica del neo assessore Giacobazzi ed i cui costi di messa in opera sono lievitati negli anni fino a raggiungere la ragguardevole cifra di 18 milioni di euro. In questo caso, in campo sono scesi, tra gli altri, il Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna (CCC), la CDC di Modena, la CMB di Carpi, la Coopsette di Reggio Emilia, i confindustriali Scianti Costruzioni Spa, Costruzioni Generali Due, nonché la Ing. Ferrari Spa del Presidente della locale Confindustria, che è sempre più presente nei lavori che le coop rosse riescono ad aggiudicarsi.

Ritroviamo il Consorzio Cooperative di Costruzioni di Bologna, in ATI con Impregilo ed altri attori minori, nonché Politecnica, nella progettazione e costruzione del nuovo e assai discusso Ospedale di Baggiovara, inaugurato nel 2005 e costato circa 120 milioni di euro. Sempre sull’Ospedale, l’aggregazione tra i cooperatori Cmb, CCC, Manutencoop, Cir, Cefla ed altri con la confindustriale Ing. Ferrari Spa, ha condotto alla vittoria della gara per svolgere in esclusiva, per addirittura 20 anni, i lavori di manutenzione e ristrutturazione e tutti i servizi accessori, dalla pulizia alla ristorazione ospedaliera, fino alla vigilanza, alla gestione della reception e del call center.

Un mix di aziende per lo più legate a Legacoop (CCC, Cmb, Cme, Cooperativa di Costruzioni) ed in misura minore a Confindustria (Cesa costruzioni spa, Costruzioni Generali Due spa, Rigenti spa), è risultato vincitore nella gara indetta nel 2007 da Fintecna per il recupero dell’area di 23 mila metri quadrati che ospitava la Manifattura Tabacchi di Modena.

Ultimo, in ordine di tempo, degli interventi urbani che hanno confermato la saldatura tra l’amministrazione comunale e le imprese edili, meglio se cooperative, del territorio, è la costruzione di uno dei più grandi parcheggi interrati mai realizzati in Italia: un progetto ambizioso, per la cui messa in opera, in prima fila, ci sono, grosso modo le medesime imprese già viste per gli altri interventi brevemente descritti. Per la costruzione del maxi parcheggio da circa 1700 posti auto, si è ricorsi alla formula del project financing. In questo caso hanno fatto molto discutere le condizioni di favore fissate nella convenzione che prevedono, a fronte dell’investimento di circa 35 milioni di euro, che il raggruppamento di imprese confluito in una società ad hoc (Modena Parcheggi Spa) acquisisce il diritto di gestire la sosta del parcheggio, così come di migliaia di posti su strada, di intascare tutti i relativi ricavi per addirittura 39 anni e 3 mesi, pagando all’Amministrazione un canone di concessione annuale di soli 205 mila euro.

Gli esempi si potrebbero sprecare per spiegare, con ancora maggiore dettaglio, le caratteristiche politico-ambientali ed i rapporti di forza del contesto nel quale l’edilizia modenese, per giunta alle prese con gravi problemi di infiltrazioni della malavita organizzata, si rapporta con la politica locale. A Modena ci si chiede se il prossimo piano regolatore, la cui elaborazione entrerà nel vivo nei prossimi mesi, rappresenterà l’ulteriore cartina di tornasole della subalternità del Pd alle istanze dei costruttori edili, peraltro alle prese con una crisi senza precedenti.

Comunque vada, il Pd dovrà fare in conti con un elettorato che anche a Modena, pur in assenza di una opposizione che possa definirsi tale, è in movimento e che sulle scelte relative al futuro urbanistico della città sarà vigile. Anche per comprendere se il Pd, su un tema così cruciale, vuole giocare un ruolo o intende invece “delegare” ad altri tavoli, come è accaduto nel caso della gestione della mini-crisi, decisioni che attengono al futuro della città.