Avere un lavoro ed essere poveri, nell’Italia di oggi

Avere un lavoro ed essere poveri, nell’Italia di oggi

In fila allo sportello con o senza numero aspettando di essere ricevuti da avvocati non sempre vestiti con giacca e cravatta. La condizione richiesta è non avere dimora, ovvero vivere in strada, nei dormitori o nelle stazioni delle città. Per queste caratteristiche agli sportelli degli avvocati di strada ci si aspetterebbe di trovare immigrati, stranieri e rifugiati politici, ovvero persone con tratti somatici molto diversi dai nostri. Ed invece se fai la fila o se aspetti per una intervista, ti accorgi che ci sono più italiani di quanto penseresti.

I trend a volte vanno verificati sul posto. Si parla tanto di nuovi poveri e l’Istat ha calcolato che le famiglie “a rischio povertà” sono oltre 900 mila solo nel Lazio, mentre le categorie maggiormente in pericolo sono quelle dei separati e dei divorziati. Rintracciarli, però, non sempre è facilissimo. All’ambulatorio dell’Ospedale San Gallicano a Roma, dove gli avvocati di strada hanno un loro sportello, la letteratura dei working poor, ovvero delle persone che pur lavorando si trovano in una condizione di povertà, è tangibile.

Prima di parlare con il coordinatore dello sportello, l’avvocato Andrea Piqué, vengo intrattenuta da una volontaria dell’associazione che riferisce le proprie sensazioni. La sua sensazione è che negli ultimi anni gli italiani stiano aumentando e che sempre più genitori divorziati arrivino a perdere la casa nonostante abbiano un lavoro. A Roma, mi spiega, non è poi così difficile perché gli affitti sono alti e dopo aver rinunciato al cibo, lo step successivo diventa la casa. E così si inizia un percorso da invisibili. «Gli invisibili non sono solo gli stranieri – racconta Andrea Piqué – ma tutti coloro che non avendo una fissa dimora finiscono per perdere i principali diritti: dal diritto al voto all’assistenza sanitaria gratuita». Basta avere un lavoro in nero, saltuario, guadagnare poco o non avere la famiglia alle spalle che si finisce in strada. «La reazione è a catena. Un percorso drammatico, che porta verso l’emarginazione sociale». In questi casi la prestazione gratuita che gli avvocati di strada offrono riguarda spesso il diritto civile «ci occupiamo di separazioni, questioni legate al rapporto di lavoro, invalidità, pensioni o richiesta di alloggio popolare», precisa Piqué.

Nel loro ultimo rapporto di ricerca “Povertà e Cittadinanza: sulla strada, per l’inclusione”, che prende in esame un periodo compreso tra marzo ed ottobre 2011, il dato sulla condizione occupazionale conferma la presenza dei working poor. La ricerca ha messo in evidenza come stia crescendo il numero di questi “nuovi poveri” che si rivolgono agli sportelli degli avvocati di strada. Nel 2011 circa il 36% delle consulenze effettuate hanno riguardato italiani, che pur lavorando erano finiti per strada, mentre se si considerano i migranti in cerca di una occupazione da meno di sei mesi, il numero delle persone che si sono rivolte agli sportelli dell’associazione ha raggiunto il 50%. Antonio Mumolo, presidente dell’Associazione, nel commentare la ricerca, sottolinea come già da qualche anno sempre più italiani si stanno rivolgendo a loro. «Si rivolgono a noi – mi spiega – per gestire delle situazioni debitorie, o per rinegoziare le condizioni di separazione diventate troppo onerose, molto spesso per recuperare retribuzioni o contributi non versati dai datori di lavoro. Molti di loro vengono inviati dai servizi sociali del territorio con i quali abbiamo un rapporto di collaborazione proficuo». Le richieste allo sportello, in effetti, secondo il rapporto, riguardano per il 46% pratiche di diritto civile, ovvero separazioni, invalidità, pensioni, il 35% il diritto amministrativo e solo il 16,9% il diritto penale.

Anche se le sensazioni non hanno valore scientifico, Antonio Mumolo è convinto che questa impennata di povertà “italiana” sia da attribuire e ricondurre in parte alla crisi economica. «Come associazione – precisa – non possiamo dimostrarlo per ogni caso, ma è evidente che le prime vittime della crisi sono state le persone già fragili, con debiti, problemi di salute o separazioni alle spalle, che riescono a far fronte a malapena alle esigenze di vita quotidiana». Difficilmente, infatti, la causa della vita senza dimora è solo un problema economico. «Un tempo erano le persone con dipendenze (da alcool o da sostanze stupefacenti) a finire in strada, oggi la crisi colpisce non solo il lavoro, ma anche le relazioni, e pertanto a un disagio economico si somma spesso un disagio di tipo relazionale. Questo può derivare da una separazione o dall’assenza di legami, dalla solitudine del migrante, da condizioni di salute avverse. Il risultato non cambia, si finisce in strada anche con una leggera ma insufficiente disponibilità economica».

Le situazioni però non sempre sono molto chiare. Gli stessi avvocati di strada hanno problemi a «sciogliere i fili delle storie di vita» delle persone che si rivolgono a loro. Allo sportello non sempre si capisce con chi hai a che fare e a risalire al loro passato. «Nel nostro Paese la famiglia funge ancora da importante ammortizzatore sociale. E spesso la vita di strada rappresenta una vergogna tale che proprio nel momento del bisogno, la persona ha paura di chiedere aiuto ai suoi parenti». E rimettersi in carreggiata è veramente difficile. «Per prendere una casa in affitto servono 3 o 4 mensilità, e un contratto di lavoro continuativo. Anche per fare domanda di un alloggio di edilizia pubblica serve un reddito fisso, e qui si arenano le possibilità di tanti», racconta Mumolo.

Oggi gli avvocati di strada, oltre 700 operativi in tutta Italia, si stanno battendo affinché ai cittadini italiani senza residenza venga concesso il diritto all’assistenza sanitaria. L’associazione ha presentato una proposta di legge, della quale al Senato se ne sta occupando Ignazio Marino, nella quale si chiede di slegare il requisito della residenza dal diritto all’assistenza sanitaria. Se infatti è vero che in Italia esiste una tutela universalistica da un punto di vista sanitario, per cui tutte le persone hanno diritto ad un primo pronto soccorso, le altre prestazioni sono garantite in base “alla residenzialità degli utenti”. «Mentre gli stranieri comunitari che non lavorano e si trovano in condizioni svantaggiate accedono alle prestazioni sanitarie attraverso un codice chiamato Eni (Europeo Non In regola) e lo straniero extracomunitario privo di permesso di soggiorno accede attraverso il codice Stp (Straniero Temporaneamente Presente), – mi spiega Piqué al termine del nostro incontro – un italiano senza fissa dimora a cui è stata negata la residenza non può iscriversi al SSN e non ha neanche un medico di base cui rivolgersi. Persa la casa si perde ogni diritto sociale».

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