Banche: l’Europa dia le regole o la Spagna non sarà un caso

Banche: l’Europa dia le regole o la Spagna non sarà un caso

Parecchi dettagli tecnici relative alle modalità del prestito di 100 miliardi alla Spagna, da utilizzarsi per il “salvataggio” delle banche spagnole in difficoltà, non sono ancora noti; ragione per cui la valutazione che mi sento in grado di darne è parziale. Però va data ed è positiva.

Anzitutto, l’Unione sembra aver appreso la lezione irlandese (qualcuno dirà anche greca, ma si sbaglia: il problema greco non era bancario ma fiscale ed i greci, al contrario di spagnoli ed irlandesi, hanno giocato a prendere in giro il resto del mondo molto più di quanto fosse concepibile) ed ha deciso di evitare che lo stato spagnolo s’infilasse nella medesima trappola in cui s’infilò quello irlandese circa quattro anni fa. Una buona metà del sistema finanziario spagnolo (le casse di risparmio, o cajas, fondamentalmente) è fallito da un pezzo. Le cajas sono le nostre vecchie casse di risparmio e sono controllate direttamente dal potere politico locale che le ha utilizzate spregiudicatamente per farne di cotte e di crude. Da Vigo a Murcia, partiti e sindacati spagnoli controllano da sempre una sessantina di casse (dopo le stupide “fusioni fredde”, volute dal governo di Zapatero ed approvate dal Banco de España per cercare inutilmente di evitare il redde rationem, sono rimaste ora meno di 20) che andavano dal microscopico sino alla gigantesca La Caixa, catalana. Le cajas, molto più delle grandi banche private, sono state il motore finanziario della bolla speculativa legata al mattone ed alle folle ambizioni di politici locali a caccia di voti. Il buco si stima attualmente fra gli 80 ed i 120 miliardi di euro ma, visto che Bankia (quella “nazionalizzata” per prima circa un mese fa) è passata da un buco stimato di 10 ad uno rivelato di 40, meglio non mettere la mano sul fuoco.

Vale la pena ricordare che, dal 2007 in poi, questo buco è stato attivamente coperto dai consigli di amministrazione delle cajas (composti da politici, sindacalisti e qualche prete), dal Psoe, dal Pp, dal governatore del Banco de España ed anche da buona parte dei media spagnoli. Si continuavano a rifinanziare capitale ed interessi di progetti residenziali falliti (invece di dichiararli tali e mettere in bilancio le perdite) aumentando così l’esposizione in un ambiente in cui i tassi passivi delle banche spagnole crescevano a vista d’occhio. Da circa un anno la liquidità si è fatta drammaticamente scarsa ed il giochetto del rilancio non ha più funzionato. Oggi non solo le cajas sono quasi tutte fallite e praticamente non operative (ossia, non fanno credito a nessuno, buono o cattivo che sia) ma la loro malattia – che avrebbe potuto essere isolata in maniera non troppo costosa 4 anni fa – ha contagiato l’intero sistema bancario rendendo la vita miserabile anche a quella decina di banche i cui conti sono sostanzialmente in ordine, prime fra tutte le due maggiori banche private, Santander e Bbva. È per questo che la Spagna è entrata in una recessione forse più profonda di quella in corso pure in Italia (la quale ha le stesse radici, anche se la condizione delle banche italiane è meno grave di quella delle spagnole) e non certo per i piccoli tagli di spesa effettuati sino a sei mesi fa.

È stato questo comportamento altamente miope del governo Zapatero a trasformare un problema che era gestibile in uno impossibile a risolversi in casa. Le titubanze anche del nuovo governo, durate sino a quando un mese fa De Guindos ha deciso di scoperchiare il pentolone di Bankia, non hanno aiutato di certo; in ogni caso, meglio tardi che mai anche se la perdita di credibilità che gli spagnoli hanno accumulato in questi ultimi 4 anni è notevole. Anche per questo, io credo, l’Eurogruppo ha messo a disposizione una cifra così sostanziale ad un tasso così vantaggioso: per dare al governo spagnolo lo spazio necessario a ricostruirsi la verginità perduta. Infatti, il credito non poteva che essere esterno e pubblico proprio perché i dubbi sulla dimensione del buco hanno reso il capitale straniero privato riluttante a rifinanziare l’economia spagnola. Ora questo credito dovrebbe venire usato dal governo spagnolo per ricapitalizzare intelligentemente le proprie banche decotte.

Contrariamente a quanto svariati economisti avevano suggerito, però, l’Eurogruppo non interviene con una iniezione diretta di capitale ma con un prestito, quindi il contribuente spagnolo assume il rischio delle perdite latenti nel settore bancario nazionale. Per gli spagnoli questo prezzo (potenzialmente alto) è compensato dal fatto che la condizionalità sembra essere limitata al settore finanziario e non si estende all’ambito macroeconomico e dal fatto che la proprietà delle banche nazionalizzate rimarrà in patria. In altre parole: grazie al prestito Ue la classe politica spagnola potrà continuare a controllare una buona metà del proprio sistema finanziario e, attraverso le sue partecipazioni, una fetta sostanziale di tutte le maggiori aziende spagnole. Quest’ultimo – che era chiaramente un obiettivo sia del Pp che del Psoe, uniti su questo quanto regolarmente divisi su tutto il resto – costituisce il maggior limite del piano d’intervento visto che è proprio la natura completamente “nazionale” dei vari sistemi bancari che determina il fattore di rischio più grave circolante per la zona euro in questa fase della crisi. E qui, in chiusura, la morale della storia che vale anche per noi italiani.

È incredibile che, nonostante gli enormi costi sociali che tale scelta sta provocando, i politici europei continuino a non voler riconoscere un fatto basilare: con una politica monetaria continentale le banche devono essere regolate anch’esse a livello continentale, non nazionale. Non possiamo continuare ad avere “campioni nazionali” così concentrati e potenti nel loro paese d’origine da poterne distruggere le finanze se solo dovessero fallire a causa del loro rischio imprenditoriale. Le banche devono essere regolate a livello europeo, devono essere forzate (anche attraverso vere e proprie azioni anti-trust ) a diversificarsi sull’intero mercato continentale e, soprattutto, dev’essere creato un regolatore bancario centrale capace di “europeizzarle” quando fosse il caso, com’è ora con le cajas spagnole.

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