Chelsea Clinton, ritratto di signora con genitori illustri

Chelsea Clinton, ritratto di signora con genitori illustri

«Questa domanda è inappropriata, mia mamma è il Segretario di Stato», risponde subito Chelsea Clinton: le si chiedeva un’opinione sulle condizioni economiche di Italia ed Europa, e su possibili sviluppi futuri. Con mano ferma, ma sorriso sulle labbra, schiva tutte le questioni più o meno impegnative. Colpisce l’accostamento tra “mum” e “Secretary of State”, ma per lei, tutto sommato, dev’essere naturale. Intanto il marito sale sull’ascensore dell’albergo, e se ne va. Chelsea sostiene Obama? «Anche a questo non posso rispondere», dice. Ma poi ci ripensa, e aggiunge. «In ogni caso, io sono una Democrat, quindi è ovvio che sto dalla parte del candidato Barack Obama». Ovvio, altrimenti, chissà, i cronisti avrebbero potuto pensare a un gelo tra i Clinton e gli Obama, e non era il caso.

Ogni cosa è calibrata: Chelsea aveva parlato di Siria, prima, nel dibattito successivo alla proiezione del film dell’amica Linda Mills, al cinema Odeon di Firenze, mentre affrontava la questione dei genocidi. «Assolutamente no. Ho parlato di Sudan», corregge sicura. La Siria oggi è un terreno troppo minato perché la terza Clinton, figlia dell’ex presidente degli Stati Uniti Bill e dell’attuale Segretario di Stato Hillary ne parli a caso. Il Sudan, invece, appare più agevole. Far parte di una famiglia «non numerosa, ma unita», come riuscì a dire Hillary, comporta responsabilità alte. E questo, in parte, spiega l’accanita volontà di non prestarsi alle domande dei giornalisti.

Chelsea ha accettato di rispondere, estenuata, solo dopo un lungo inseguimento. Era a Firenze per la prima italiana di Auf Wiedersehen, ’til we meet again, film girato e interpretato da Linda Mills. Una storia di memoria e responsabilità, che ripercorre il viaggio della madre di Linda da Vienna negli Usa, nel 1939, per fuggire dai nazisti: con indagini e ricerche, scopre verità sul passato che cambiano molte delle sue percezioni su figure familiari. Insomma, un film intenso che offre anche spazi di leggerezza. Ma Chelsea, dopo il dibattito. non vuole rilasciare dichiarazioni. Attraversa la sala, protetta da bodyguard, scatta fotografie per amici e stringe mani, saluta e poi parte, in auto, verso l’hotel. Ha scelto il St. Regis, affacciato sull’Arno e dimora favorita, ai tempi, anche da Silvio Berlusconi. Solo lì, prima di salire sull’ascensore si arrende e si concede alla stampa. Lascia salire il marito Mark Mezvinsky (e, in questo modo, antiche voci di crisi della coppia vengono fatte tacere) e risponde. «Va bene – dice – ma non parlerò di politica».

A differenza del padre Bill, Chelsea sembra poco propensa al confronto con i giornali. Forse perché, anche nei modi e nell’aspetto, somiglia più alla madre. Del resto, lo diceva già Bill Clinton: «Chelsea ha preso il carattere da Hillary», spiegava. Da lui, invece, l’energia. Ma tanto avrà fatto anche la situazione, piuttosto rara, di nascere e crescere in famiglia Clinton. «Il mio ambiente, la mia educazione, hanno sviluppato in me un sano scetticismo nei confronti dei media», aveva scritto nella prefazione a Talking back to Facebook, libro di James Steyer, suo professore a Stanford. «E insieme, mi hanno dato un profondo rispetto per la loro capacità di dare e togliere potere alle persone».

A ciò si aggiunga una serie di umiliazioni subite fin dalla giovinezza. Come l’incidente di Rush Limbaugh, nel 1992, che in tv mostrò i nuovi componenti della Casa Bianca. «Ecco la bambina, Chlesea», disse. E apparve invece il cane. Fu uno scandalo che tuttora Chelsea la rinfaccia. Forse era voluto, oppure è stato un errore del montatore – all’epoca i nomi del cane, Millie, e di Chelsea, potevano ancora essere confusi – ma di sicuro fece impressione. Che poi Chelsea non fosse una gran bellezza, era diventato materia di scherzi più o meno violenti. Anche il senatore John McCain era riuscito a fare battute poco cortesi nei confronti della giovane Clinton. «Sapete perché Chelsea è così brutta? Perché suo padre è Janet Reno, e sua madre Hillary». E giù risate.

Vivere da figlia del presidente comportava anche difficoltà logistiche: a Stanford era guardata da agenti segreti travestiti da studenti, con camicie hawaiane e bermuda che nascondevano la fondina; a Oxford il traffico veniva paralizzato per tutto il giorno quando, nella sua stanzetta da studente nel college, riceveva la visita del padre. Ma anche qualche soddisfazione, come il contratto per la tv NBC, annunciato nel novembre 2011, che l’ha mandata sugli schermi in prima serata come giornalista tv. Una scelta che ha destato stupore e grida al nepotismo, anche perché la giovane Clinton non solo non ha esperienze giornalistiche precedenti, ma soprattutto «non ha carisma, non ha voce: è una delle persone più noiose di quest’epoca», come dice Hank Stuever del Washington Post. Non brava, ma sveglia, dicono. Anche se le lamentele interne sono state altissime. Ma perché?

Semplice: avere Chelsea in tv risveglia antichi pensieri e curiosità. Quando si parla dei Clinton, il punto centrale è sempre quello: lo scandalo Lewinsky. Come l’avrà vissuto lei? Chelsea non ne ha mai parlato, e ha sempre tenuto alta la cortina della privacy, come dimostra anche a Firenze. A chi le aveva fatto questa domanda, aveva già risposto di farsi i fatti propri. Era il 2008, e Chelsea assisteva la madre in campagna elettorale. Pochi mesi prima, in Iowa sempre durante la campagna, un bambino di nove anni le aveva chiesto se il padre sarebbe stato un buon “first husband”. La sua risposta fu glaciale: «Mi dispiace, ma non parlo di queste cose con la stampa, e questo vale anche per te, anche se sei dolcissimo». Insomma, non ci ha mai saputo fare in queste cose.

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Eppure, anche se il carattere non è quello di Bill ma è quello di Hillary, Chelsea con gli anni ha migliorato tante cose. Non è più il brutto anatroccolo dei Clinton, ma (quasi) un cigno: quando si sposò, nel 2010 con il vecchio amico di gioventù Mark (amico anche della famiglia) con rito misto, ammise che ancora «non sapeva immaginare cosa avrebbe fatto da grande». Sembra cambiata. Ha sostenuto la madre, e com’è probabile, lo farà ancora, se Hillary dovesse candidarsi di nuovo dopo Obama. E poi, chissà.

Intanto, alla stampa si concede poco: «Siamo nel XXI secolo, che si è formato sulla base del XX, e per questo è nostra responsabilità cercare di preservare la memoria di quello che è successo», continua, quando il marito è ormai salito sull’ascensore. «Ma non solo per noi, ma per la dignità di tutte le persone, di tutti i popoli». Pronuncia un discorso molto americano, di chi sente su di sé il fardello di tutto il mondo. Perché «questo spetta a tutti: alle persone che votano, che controllino che ciò che chiedono venga realizzato. Ma anche a chi organizza le comunità, perché ci siano sempre sistemi per la difesa dei diritti umani» E su questo, niente da dire. Su tutto il resto, però, c’è il problema che la mamma è Segretario di Stato, e non se ne può parlare. Per ora. 

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