Dichiarazione dei redditi, serve più trasparenza con i contribuenti

Dichiarazione dei redditi, serve più trasparenza con i contribuenti

Le decine di migliaia di lettere inviate in questi giorni ai contribuenti italiani dall’Agenzia delle entrate, recanti «alcuni elementi di valutazione relativi ai redditi dichiarati nel 2011 (anno d’imposta 2010)», stanno generando molteplici reazioni in coloro che ne sono destinatari e in chi li assiste nel sempre più complesso rapporto con l’Erario.

C’è chi è letteralmente inferocito, chi è significativamente preoccupato, chi è moderatamente perplesso. Non si hanno notizie di convintamente entusiasti, ma non è escluso che qualche eccezione possa confermare la regola. La reazione degli inferociti pare francamente eccessiva ed è probabilmente la reazione, altrettanto sbagliata, alla opinabile avvedutezza con cui l’amministrazione finanziaria, negli ultimi tempi, ha talvolta ritenuto di dover parlare di “sana paura” da mettere negli evasori, apparendo così poco serena, prima ancora che molto determinata, nel perseguire la propria lodevole missione.

Proprio a questo si ricollega anche l’altra delle reazioni, sicuramente assai più condivisibile della prima: la preoccupazione.
Perché, con simili premesse, anche il più onesto dei cittadini che ricevesse pure la più innocua delle lettere, ha tutto il diritto di avere la “sana paura” che, per umano errore, potrebbero scambiarlo per evasore ed emettergli un accertamento esecutivo, prima ancora che un giudice si pronunci sul suo ricorso.

Chi di “sana paura” ferisce, di “sana paura” perisce e non è un caso che le analoghe lettere mandate lo scorso anno, sempre in questo periodo, abbiano suscitato meno clamore. Resta infine l’ultima emozione della gamma delle reazioni che queste lettere hanno suscitato: la perplessità. È giusto che, per quanto cortesi e senza obbligo di risposta da parte del cittadino, lo Stato invii sotto scadenza fiscale lettere che invitano a valutare attentamente se ravvedersi per l’anno prima e come comportarsi per l’anno sotto dichiarazione, sottolineando che «nel caso in cui non fosse in grado di dimostrare la compatibilità delle spese sostenute con il reddito dichiarato, l’Agenzia delle entrate potrà procedere all’accertamento sintetico del reddito complessivo»?

Sì, non è il massimo, ma, nel mondo imperfetto in cui viviamo, ci può assolutamente stare. A una condizione, però: che queste lettere siano trasparenti nello spiegare al contribuente dove i conti sembrerebbero non tornare, o comunque a quanto ammontano le spese potenzialmente “critiche”. Le lettere inviate in questi giorni, invece, si limitano a evidenziare con “X” la tipologia delle spese considerate, ma, nel presupposto che siano comunque note al contribuente, non ne comunicano l’ammontare, nemmeno complessivo, “per tutelare la sua riservatezza”.

Tanto scrupolo per la privacy del contribuente è ammirevole e il lavoro dell’Agenzia delle entrate è talmente ingrato che, probabilmente, se non lo avesse avuto, sarebbe stata criticata anche per questo. Ciò non di meno, è difficile non vedere il notevole divario nel livello di attenzione per la privacy tra quando si tratta di mettere l’amministrazione finanziaria in grado di conoscere vita, morte e miracoli di un contribuente e quando invece si tratta di mettere lui nella condizione di capire le “carte” che ha in mano l’amministrazione finanziaria.

E questo è tanto più vero se, come è lecito credere, le lettere siano state spedite non “a caso”, ma, al netto di puri e semplici errori, cercando di soffermarsi sui casi di incongruenze più rilevanti, per quanto magari spiegabilissime. Il rischio, insomma, è trasmettere la sensazione che, nel rapporto tra fisco e contribuente, anziché andare nella direzione di contribuenti che finalmente dichiarano tutto al fisco, andiamo nella direzione in cui pure il fisco smette di dichiarare tutto ai contribuenti, per poi vedere chi regge meglio la tensione e quale dei due bluff vince la posta sul tavolo.
Così, per favore, no.
 

*direttore di Eutekne.info