Entro il 2020 nessuno adotterà più un bambino straniero

Entro il 2020 nessuno adotterà più un bambino straniero

In Italia si sta prosciugando il bacino di famiglie disponibili all’adozione di un bambino straniero. Non per indifferenza o egoismo, ma per colpa di una burocrazia rigida e di una cultura dell’adozione che non aiuta gli aspiranti genitori adottivi. Ma al contrario, li penalizza. «Se la situazione non cambia, si arriverà alla fine delle adozioni internazionali entro il 2020», è l’allarmante previsione di Marco Griffini, presidente di Ai.Bi., Associazione italiana amici dei bambini. 

Il numero di famiglie che ottengono il via libera dal Tribunale per i minorenni per adottare un bambino straniero è in forte calo. Dal 2006 al 2011 i decreti di idoneità all’adozione internazionale concessi sono diminuiti del 49%: erano 6.273 nel 2006, ma appena cinque anni dopo il numero è sceso a 3.179. Secondo quanto rivela l’ultimo rapporto della Commissione per le adozioni internazionali (Cai), si è passati dai 4.277 decreti del 2010 ai 3.179 del 2011 (meno 25,6%). Un calo che si evidenzia soprattutto nelle aree di Roma (155 decreti emessi nel 2011 contro i 358 dell’anno precedente, con un calo del 59,7%) e di Napoli (meno 66%). Situazione analoga a Bologna (meno 43,2%), Milano (solo 398 i decreti pervenuti nel 2011 contro i 554 del 2010, e un calo del 28%) e Firenze (meno 27,6%).

Oltre alle lungaggini burocratiche (ci sono famiglie che hanno affrontato venti colloqui con lo psicologo, per essere valutate) quella che si sta diffondendo in molti tribunali è una logica che prevede una rigida selezione a monte dei potenziali genitori adottivi. Talvolta ribaltando i giudizi positivi espressi dagli esperti dei servizi sociali. Solo quelli veramente motivati – è l’opinione diffusa – arriveranno in fondo a questo estenuante iter.

«In questi ultimi anni il numero di bambini adottati dalle coppie italiane è stato abbastanza stabile: circa 4mila all’anno», commenta Griffini. «Questo perché ad adottare erano le coppie che avevano ottenuto l’idoneità negli anni precedenti. Ora il bacino delle potenziali famiglie adottive si sta assottigliando». Due le cause principali: un percorso burocratico lungo e scoraggiante (possono essere necessari fino a 48 mesi) e i costi. La spesa media che una famiglia affronta per un’adozione internazionale è di circa 20 mila euro, ma si può arrivare fino a 30 mila. Basti pensare che per adottare un bambino in Kenia, viene richiesto alla coppia di risiedere per nove mesi nel Paese. Una spesa che pochissimi possono affrontare.

In questo contesto, Ai.Bi ha elaborato e presentato una proposta di riforma della legge 184/1983 sulle adozioni internazionali. Si chiede di semplificare e snellire le procedure, limitando il numero degli incontri con gli psicologi e uniformando gli standard a livello nazionale. Uno dei punti principali, prevede proprio l’eliminazione delle competenze del Tribunale dei minorenni: lasciando che siano i servizi sociali a valutare l’idoneità della coppia. Un’opzione che, tra l’altro, permetterebbe di liberare parte delle risorse necessarie alla creazione di un Fondo per garantire alle famiglie meno abbienti la gratuità dell’adozione internazionale. E in un Paese dalle culle sempre più vuote Ai.Bi lancia una provocazione: dare anche ai single la possibilità di adottare quelli che la normativa internazionale definisce “minori con bisogni speciali”. Bambini con problemi di salute o con disabilità, gruppi di fratelli o con più di sette anni. Bambini che difficilmente trovano una famiglia disposta a prendersi cura di loro.
 

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