Europa: ultima chiamata per l’unione politica

Europa: ultima chiamata per l’unione politica

Realizzare l’unione politica dell’Europa è, nei fatti, la vera sfida nell’attuale momento storico. Una sfida non semplice, soprattutto ora che il vecchio continente è in balia di una crisi economico-finanziaria che non si attenua e che ha comportato costi davvero elevati, tali da produrre un bilancio non particolarmente positivo dei primi dieci anni di vita dell’euro. Intendiamoci, valutare quali siano state le conseguenze economiche dell’euro non è semplice. Tuttavia, si può tentare.

Da quando l’euro è stato varato, l’Unione monetaria europea ha registrato un tasso di inflazione simile a quello registrato da Paesi al di fuori dell’Eurozona (come Danimarca, Svezia e Regno Unito) e un tasso di crescita del prodotto non superiore. Per di più, si sono nel frattempo accumulati al suo interno squilibri e fragilità di non poco conto, che più recentemente si sono accompagnati a una maggior divergenza dei cicli economici tra le diverse nazioni dell’Eurozona. Per contro, l’euro ha favorito, fino al divampare della crisi, una crescente integrazione commerciale e soprattutto finanziaria, consentendo a molti Paesi di ridurre sostanzialmente il costo del capitale. Alla luce del bilancio appena tracciato è lecito chiedersi se convenga proseguire ulteriormente lungo un sentiero di integrazione che ha preso l’avvio ormai ben più di 60 anni orsono e che, con alti e bassi, ha garantito la pace e uno straordinario processo di integrazione economica e culturale in un continente da sempre belligerante.

Regole e disciplina di bilancio

Con il Consiglio europeo del dicembre 2011 l’esistenza della moneta unica è stata legata a un fiscal compact interamente basato su regole di bilancio e su punizioni per chi non le rispetta. Il perfezionamento degli accordi di dicembre, avvenuta in ripetuti altri summit, non ha modificato l’impostazione di fondo. Essa deriva da una convinzione, apparentemente fatta propria dalla cancelleria tedesca, che la crisi dell’eurozona sia dovuta alla dissolutezza dei Paesi “periferici” dell’Unione (che poi sarebbero i Paesi del Sud Europa). A sua volta questa tendenza a indebitarsi troppo sarebbe dovuta al desiderio dei cittadini “periferici” di vivere al di sopra delle proprie possibilità, prendendo a prestito a tassi bassi, grazie all’esistenza della moneta unica. Il patto di bilancio sarebbe il modo per escludere il “continuo sostegno” da parte dei Paesi “virtuosi” e/o della Banca centrale europea e, al contempo, per forzare la recessione e quindi la deflazione nei Paesi “cicala”, cioè attuare la cosiddetta “svalutazione interna”. (1)

Intendiamoci: il problema del fiscal compact non è il fatto in sé di porre vincoli sui comportamenti fiscali dei singoli stati; il problema è che quei vincoli impongono che tutti riaggiustino subito e simultaneamente, aggravando una recessione già lunga e profonda – con possibile deflagrazione di conflitti sociali, di violenza, di sentimenti anti-europei (e anti-tedeschi). I sintomi già non mancano in Ungheria, Slovenia, Grecia e persino nelle civilissime Danimarca e Olanda.

La fine dell’euro ci conviene?

La fine dell’euro coinciderebbe con l’abbandono definitivo del progetto di integrazione europea o, comunque, con un ritorno indietro di molti decenni. I costi, sia politici che economici, sarebbero elevatissimi. Il che, paradossalmente, è la dimostrazione che il processo di integrazione economico-monetaria ha sinora conseguito un importante successo: la maggior integrazione commerciale e finanziaria tra i Paesi membri dell’Unione monetaria stessa. Eliminando la moneta unica e tornando alle monete nazionali si scatenerebbe un processo a catena fatto di contrazione dei flussi commerciali e probabile crollo dei mercati di borsa e del debito, sostenuti e rinforzati dall’interdipendenza commerciale e dall’interconnessione finanziaria.

Per di più, si tornerebbe a vivere una fase non breve di instabilità sui mercati valutari. Gli effetti negativi per il reddito e la ricchezza, uniti alla notevole incertezza, spingerebbero la regione europea verso una recessione generalizzata e prolungata. Non ci rimetterebbe solo l’oligarchia finanziaria. Ciò che gran parte dell’opinione pubblica probabilmente non conosce è che i numerosi esercizi sin qui prodotti per verificare la fattibilità di tale opzione hanno messo in evidenza i costi elevatissimi per tutti i Paesi coinvolti, anche per quelli (come la Germania e i suoi satelliti) che potrebbero optare per una permanenza all’interno dell’Eurozona.

Salvataggi, bilancio federale e istituzioni democratiche

L’alternativa alla fine dell’euro è rappresentata da un vero e proprio salto di qualità: la costituzione di un’unione fiscale di tipo federale supportata da un processo di progressiva unificazione politica. È necessario accelerare e approfondire il processo di unificazione e ampliare con decisione il bilancio federale europeo (oggi poco più dell’1 per cento del Pil europeo), dotandolo di entrate fiscali capaci di finanziare interventi anticiclici e trasferimenti agli Stati che siano stati colpiti da shock asimmetrici. Anche gli economisti più prudenti ammettono ormai che l’efficacia della politica fiscale è massima, e va nella tradizionale direzione keynesiana, proprio quando i Paesi sono colpiti da crisi finanziarie. È chiaro che quando gli shock sono permanenti (come per esempio una permanente perdita di competitività da parte di un paese nei confronti degli altri), gli aggiustamenti non possono che essere strutturali: riduzione dei prezzi e dei salari, mobilità del lavoro. Ma l’esistenza di un robusto bilancio federale darebbe il tempo a quegli aggiustamenti strutturali di realizzarsi, senza precipitare interi Paesi o intere regioni europee nella recessione, destabilizzando anche tutti gli altri.

Solo spogliando le istituzioni nazionali di una parte dei poteri che verrebbero trasferiti a organismi federali sovra-nazionali sarebbe possibile aumentare la capacità decisionale di istituzioni che diventerebbero finalmente e concretamente europee. In questo contesto, l’imposizione di un fiscal compact, cioè di stringenti vincoli di bilancio “nazionali” non apparirebbe più come l’attuazione dell’imperiosa volontà di disciplina germanica, ma sarebbe una regola ragionevole e accettabile, come è possibile e accettata negli Stati Uniti. Sarebbe possibile anche prevedere il “commissariamento” federale temporaneo dei Paesi che non rispettassero il vincolo. Non sarebbe il commissariamento tedesco (o “nordico”) sui Piigs, ma il commissariamento del governo federale democraticamente eletto su uno o più degli stati federali che hanno accettato una certa cessione di sovranità.

È importante sottolineare che il senso di questa operazione non è meramente riconducibile a un processo di riallocazione dei poteri tra gli Stati-Nazione e gli organismi comunitari, mirante ad aumentare l’efficienza del processo decisionale. Il senso di questa operazione sta anche nel dimostrare all’“Europa dei cittadini” (e non solo alle sue élite, più o meno tecnocratiche) che l’Unione economico-monetaria è un soggetto politico che va ben oltre gli interessi e le questioni meramente economiche e che è capace di superare il deficit di democrazia di cui è stata a lungo (e peraltro giustamente) accusata. Attraverso un processo di cessione di sovranità nazionale unito all’attribuzione di una maggior legittimità democratica alle rinnovate istituzioni europee si verrebbero a creare i presupposti per la realizzazione dell’unione fiscale e politica.

Il processo è inevitabilmente lungo, ma un impegno credibile su una road map che preveda anche qualche passo a breve termine (come per esempio l’elezione del ministro delle Finanze dell’area euro da parte del parlamento e del Consiglio europeo) potrebbe di per sé tranquillizzare operatori e cittadini sul futuro della moneta comune. Dare un senso comune all’identità europea deve diventare il vero obiettivo del Consiglio europeo. I problemi tecnici, per quanto importanti, non costituiscono gli snodi cruciali della crisi dell’area euro. Non è dibattendo solo del ruolo da conferire ai Fondi europei di stabilità finanziaria (Efsf – Esm) che si potrà risolvere la crisi attuale. Né solo chiedendo di utilizzare risorse di questi fondi per mantenere lo spread tra titoli decennali sud-europei e tedeschi entro un certo limite.

Finché quei fondi dovranno essere garantiti dai singoli Stati – e quindi in grande parte dalla Germania – sarà difficile fugare la percezione dell’opinione pubblica tedesca di essere chiamata a spendere i soldi faticosamente risparmiati per sanare i debiti degli allegri popoli del Mediterraneo. Il ruolo di contenere gli spread dovrebbe essere svolto dalla Bce, come parte del suo compito di assicurare condizioni monetarie uniformi nell’area euro. Tuttavia la Bce si è finora sottratta a questo ruolo e continuerà presumibilmente a farlo, per la ferma opposizione della Bundesbank.

(1) Peraltro, come ha mostrato Paul De Grauwe, “In search of simmetry in the Eurozone”, 2 Maggio 2012 CEPS Commentary, Grecia, Irlanda e, in misura minore, Spagna e Portogallo hanno già realizzato significative svalutazioni interne. Molto inferiori al necessario risultano, invece, le rivalutazioni interne dei paesi “core” (Germania e satelliti). Eurolandia sembra dunque caratterizzata da aggiustamenti asimmetrici come i vecchi regimi di cambio fisso (Bretton Woods e SME). Una asimmetria che, in unione monetaria, favorisce i paesi creditori.

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