Il Libano stava tornando la Svizzera d’Oriente, poi è arrivata la Siria

Il Libano stava tornando la Svizzera d’Oriente, poi è arrivata la Siria

BEIRUT – Il Libano non ha avuto una sua primavera araba. La sua storia era già stata piuttosto tormentata. Ma l’economia libanese ha risentito parecchio di tutto quello che sta succedendo nella regione. Fino a un anno fa, grazie ad un periodo di relativa calma interna e alle ricadute della crisi finanziaria sui paesi arabi del Golfo, Beirut sembrava destinata ad un periodo di continua crescita, trainata da un settore bancario rimasto esente dal crack della finanza mondiale. Ma le cose non sono andate esattamente così.

Se nel 2010 l’economia libanese era cresciuta del 7%, l’anno scorso era già precipitata all’1,5%. E per quest’anno, previsione del Fondo Monetario Internazionale, non dovrebbe andare oltre il 3,5%.
Cifre invidiabili, soprattutto per noi europei, ma che in realtà indicano una grande volatilità. E ormai, con la vicina Siria sull’orlo della guerra civile e i primi incidenti anche in Libano, l’economia è praticamente congelata.

Dopo l’omicidio Hariri, la guerra con Israele e gli incidenti nel nord, intorno al campo profughi palestinese di Nahr al-Bared, i libanesi avevano finalmente vissuto un paio d’anni di relativa calma. Durante i quali l’economia si era rimessa in moto. Ma nell’ultimo anno le cose si sono nuovamente complicate.

Il sistema libanese si poggia su tre settori: turismo, banche, e costruzioni. Tutti praticamente fermi. «Capiremo qualcosa di più quest’estate – racconta Abdallah Masri, che gestisce un grosso albergo nel quartiere di Hamra, a Beirut. Le previsioni dicono che arriverà molta meno gente, soprattutto dai paesi del Golfo. Noi comunque ci stiamo preparando a far fronte ad un periodo nero».

Da queste parti il turismo è molto ricco. Trovare una pensione o un bed&breakfast è praticamente impossibile. Gli alberghi sono quasi sempre grossi palazzoni a cinque stelle. Vale lo stesso per le banche, che proprio grazie alla crisi della finanza mondiale erano riuscite ad aumentare i loro depositi a livelli da record, attirando capitali alla ricerca di un posto sicuro. Ma anche in questo caso l’instabilità politica della regione ha frenato lo sviluppo del settore.

Le banche libanesi, visti i limiti del mercato interno, avevano investito soprattutto in Egitto e in Siria, che guarda a caso sono stati tra i paesi al centro della primavera araba. I tre principali istituti di credito – Byblos, Audi e Blom – non hanno così potuto ottimizzare la rapida crescita dei depositi bancari, che nel 2009 arrivarono ad un miliardo e mezzo di dollari al mese. Mentre la crisi siriana ha paralizzato qualsiasi sviluppo interno. I timori che il conflitto possa presto coinvolgere a pieno anche il Libano, un paese da sempre molto instabile, hanno raffreddato i consumi. Paure che gli scontri degli ultimi giorni, prima a Tripoli e poi a Beirut, giustificano a pieno.

Agli occhi dell’osservatore esterno il settore delle costruzioni sembrerebbe invece essere in buona salute. Beirut è piena di cantieri. In alcune zone ci sono più gru che automobili. Ma i numeri dicono il contrario. Anche qui sono calati i finanziamenti dai paesi arabi del Golfo, così come sono calati i prestiti al settore privato. Da 6,6 miliardi di dollari nel 2010 a 4 miliardi nel 2011. Un calo di oltre il 30%. In questa situazione è difficilissimo trovare lavoro.

«Non c’è più offerta – spiega Hussein, autista con quattro figli a carico. Il mio figlio più grande sta cercando da parecchio tempo e la cosa non mi stupisce. I finanziamenti sono congelati, anche quelli per il settore immobiliare. I cantieri che vedete sono tutti cantieri vecchi. Non se ne aprono più di nuovi. Tutti aspettano di capire cosa succederà in Siria, ma io temo che questa sarà una crisi molto lunga. E noi rimarremo in questa situazione di incertezza per un bel po’ di tempo».

Il conflitto siriano, con la chiusura dei confini, ha fatto diminuire anche gli affari sul mercato nero. Ormai le rotte del contrabbando vengono utilizzate solo per le armi e per far entrare e uscire i miliziani che combattono il regime di Damasco. Magra consolazione per Hussein, che dopo qualche anno di calma è tornato a portare in giro con la sua macchina diplomatici, giornalisti e operatori umanitari.