La bancarotta del Paese è quella della sua classe dirigente

La bancarotta del Paese è quella della sua classe dirigente

Dunque: indegnità, disprezzo per il pubblico risparmio, manipolazione della Borsa e inganno della pubblica fede, intrallazzo con gli speculatori immobiliari, distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, connivenza di dirigenti di banca con bancarottieri in attesa di certificazione giudiziale, uso illecito delle risorse di aziende quotate su pubblici mercati per estrazione di benefici privati, collusione di banchieri con i proprietari-amministratori-debitori della banca stessa allo scopo di alimentare posizioni di potere relazionale e reverenziale, incluso l’ottenimento di stipendi, bonus e promesse di buona uscita slegati da qualsiasi risultato aziendale, erogazione del credito a società tecnicamente fallite, esercizio dei diritti di credito con ricorso a minacce e tentativi d’estorsione, ostacolo alle autorità di vigilanza, alto tradimento della missione istituzionale pubblica per favoreggiamento di operazioni finanziarie corsare finalizzate alla spoliazione del pubblico risparmio, manifesta incompetenza o omissione di atti di ufficio per mancanza di controlli efficaci su banche e assicurazioni, collusione e soggezione di pubblici funzionari verso dirigenti di enti privati, tradimento della propria dignità professionale per attestazione di falso in atti di rilevanza pubblica e/o per omissione di controllo, degradazione della missione professionale a strumento di propaganda, collaborazione dei dirigenti bancari con banche concorrenti in danno della propria, occultamento della proprietà azionaria, elusione degli impegni sottoscritti con le pubbliche autorità a favore della concorrenza, costituzione e gestione di cartelli occulti che obbligano i consumatori italiani a pagare le più alte polizze auto d’Europa, responsabilità nell’uso dei risparmi dei lavoratori per la costruzione di castelli finanziari estranei alle finalità fondative del movimento cooperativo, e anzi ne costituiscono la negazione, responsabilità della degradazione del libero mercato in un far west o, meglio, in una giungla aggrovigliata dove prevale chi vanta collusioni maggiormente ramificate e ricatti più convincenti, distruzione della pubblica fiducia nel mercato, distruzione della reputazione del Paese rispetto alla platea di investitori istituzionali in un momento in cui il deflusso di capitali esteri rischia di essere esiziale per il Paese stesso.

È molto probabile che ci siamo dimenticati qualcosa per strada. Ma questo è l’elenco, l’elenco «morale», delle colpe di coloro che hanno governato alcune delle principali imprese finanziarie italiane negli ultimi dieci o vent’anni, di chi li ha aiutati e li aiuta fornendo i propri servigi, e di chi doveva vigilare, e non l’ha fatto, e non lo sta facendo, salvo essere messo alle strette.

Alcune di queste responsabilità sono già, ufficialmente, oggetto di indagine giudiziaria. Altre presto lo diventeranno. Altre ancora, forse, beneficeranno di indulgenza. Si deve sperare che non siano quelle che – con la scusa di richiamarsi a un fantomatico quanto strumentale “bene superiore” e, nello stesso tempo, esercitando consumati e sempre nuovi richiami ad antiche connivenze – consentano la prosecuzione di un sistema che ha permesso e tuttora permette (i lavori sono in corso) quel che si legge, o magari solo si intravvede, sulla stampa.

La pretesa di certa classe dirigente di essere migliore dei politici che ci hanno governato e con cui ha fatto affari fino all’altro ieri, giace sepolta sotto una gigantesca bancarotta morale e civile. Peggio molto peggio che nell’estate dei furbetti.

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