Marò, farli fuggire si può. Ma costa troppo

Marò, farli fuggire si può. Ma costa troppo

La decisione del giudice Balakrishnan, magistrato dell’Alta Corte dello Stato del Kerala, di concedere la libertà su cauzione a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i marò del Reggimento San Marco accusati dell’uccisione di due pescatori indiani, è solo apparentemente una buona notizia. Lo è certamente se si guarda al benessere psico-fisico dei due militari che, per la modica somma di 10 milioni di rupie a testa (143mila euro, tale è la cauzione), saranno liberi di muoversi entro un raggio di 10 km dal luogo stabilito per l’obbligo di firma giornaliero. Tuttavia, non lo è ancora per poter far scrivere la parola fine nel complesso ginepraio indiano che impedisce ai due militari di tornare in patria.

Proprio all’indomani della sentenza, Linkiesta ha raccolto qualche malumore negli ambienti della difesa, e in particolare della Marina, che nella decisione del giudice indiano non vedono alcun diradarsi delle nuvole minacciose costituite dal processo che i due marò dovranno subire. Infatti, al di là delle questioni formali e tecniche, nelle quali in effetti può rientrare il fatto che i nostri militari siano più o meno fisicamente liberi, il vero punto cruciale della questione è proprio il procedimeno legale al quale lo Stato del Kerala pare non voler assolutamente rinunciare, basando la sua ostinazione sulla tesi secondo la quale la giurisdizione sulla vicenda sarebbe senza ombra di dubbio indiana. La posizione italiana, com’è noto, è esattamente opposta e riposa su ragioni più che fondate. I rumors raccolti da Linkiesta indicano che, proprio per la solidità delle nostre argomentazioni, i militari mal digeriscono il fatto che, per esempio, l’Italia non si sia ancora rivolta alla Corte Internazionale di Giustizia di Bruxelles né al Tribunale Internazionale di Diritto del Mare che ha sede ad Amburgo. Insomma, le stellette non comprendono bene per quale motivo, se davvero la posizione meno solida dal punto di vista giuridico è quella indiana, l’Italia non abbia sfruttato tale debolezza per coinvolgere una o più istituzioni internazionali di sorveglianza e di arbitrato che potessero dinnescare a priori le incognite di un processo in un tribunale locale.

Riguardo alle debolezze indiane, è necessario chiarire un punto che forse non è stato adeguatamente esaminato. È pur vero che l’Indian Penal Code, in vigore in India dal 1861, prevede la giurisdizione indiana sui crimini che riguardano imbarcazioni e aeromobili registrati in India. L’art. 4, infatti, recita: «The provisions of this Code apply also to any offence committed by any person on any ship or aircraft registered in India wherever it may be». Ed è inoltre vero che la petroliera Enrica Lexie navigava a circa 20,5 miglia dalla costa, cioè all’interno della cosiddetta “zona contigua” che si estende per 12 miglia dal limite delle acque territoriali, che a loro volta terminano a 12 miglia dalla linea di base (cioè, semplificando, dalla costa). In tale “area contigua”, il proprietario della costa stessa ha il diritto di tutelare i suoi interessi per questioni fiscali, doganali, anti-immigrazione e sanitarie. Tuttavia, è altrettanto vero che la Convenzione della Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS: United Nations Convention on the Law of the Sea ), adottata il 10 dicembre 1982 ed entrata in vigore il 16 novembre 1994 dopo 12 anni di colloqui, firmata anche dall’India, prevede (art. 92) che la giurisdizione delle navi che navigano nella “zona contigua” sia della nazione della quale l’imbarcazione batte bandiera: «Le navi battono la bandiera di un solo Stato e, salvo casi eccezionali specificamente previsti da trattati internazionali o dalla presente Convenzione, nell’alto mare sono sottoposte alla sua giurisdizione esclusiva». È opportuno chiarire che la “zona contigua” fa parte dell’alto mare”. Da tutto ciò deriva una domanda: a chi spetta verificare preventivamente che le leggi nazionali di uno Stato siano o meno in contrasto con un trattato internazionale al quale tale Stato intende aderire? La risposta è ovvia: spetta allo Stato stesso. Se non esiste contrasto, si firma il trattato e poi lo si rispetta; se invece il contrasto esiste, o si evita di aderire al trattato oppure si modificano le leggi nazionali per adeguarle a ciò che si vorrebbe firmare. In ogni caso, non appare certo sensato né sostenibile invocare a posteriori la forza dei codici interni per non rispettare gli impegni previsti da accordi internazionali sottoscritti da tempo. E sotto questo aspetto, è più che evidente che la responsabilità di aver creato i presupposti per un tale clamoroso cortocircuito legale tra il suo codice penale e il trattato UNCLOS è tutta di Nuova Delhi.

Tuttavia, tornando alle inquietudini dei militari italiani, sarebbe del tutto sbagliato pensare che siano dovute a una presunta attitudine all’irruenza non ragionata del personale con le stellette. Insomma, sotto le divise italiane non si celano dei “Rambo” pronti a legittimare gli arrembaggi e le soluzioni radicali. Piuttosto, alla base del malcontento c’è, oltre ai motivi citati, anche una più che comprensibile tendenza a far valere lo spirito di corpo e la solidarietà nei confronti di colleghi impegnati in una missione istituzionale, quella anti-pirateria, che si è evoluta in modo inatteso senza che l’apparato diplomatico, politico e d’intelligence che l’Italia è stata in grado di mobilitare a posteriori per risolvere la controversia sia riuscito finora a conseguire il massimo risultato sperato: il ritorno dei marò a casa loro. Senza contare, tra l’altro, che sull’umore dei militari pesa anche la consapevolezza del fatto che i loro colleghi si trovano nell’attuale situazione per aver partecipato a una missione che aveva lo scopo di difendere dai pirati anche la quindicina di marinai di nazionalità indiana che facevano parte dell’equipaggio della petroliera italiana.

I militari, tra l’altro, e ciò costituisce un ulteriore motivo di irritazione che ha probabilmente superato i confini delle caserme per far breccia nell’opinione pubblica, sono perfettamente consapevoli che proprio i successi delle aziende della difesa italiane in India (con altri potenzialmente in arrivo) costituiscono per noi un fattore limitante nella complessa partita che si sta giocando. È infatti accertato che gli imponenti piani di riarmo di Nuova Delhi non possono essere portati a termine senza l’apporto delle tecnologie occidentali e russe, e anche l’Italia dispone nel settore di alcune eccellenze che agli indiani sono piaciute molto e che noi siamo stati in grado di proporre nel modo giusto, come dimostrano le forniture già in essere e le prospettive future. Tuttavia, non va dimenticato che i contratti d’importo più rilevante sono andati ad altri Paesi. Per esempio, i sei sottomarini del tipo “Scorpène” per la Marina indiana, un affare da oltre quattro miliardi di dollari senza contare un’opzione per altri sei unità, se l’è aggiudicato la francese DCN che, tra l’altro, è riuscita a battere i tedeschi di HDW che nel settore subacqueo vantano prodotti ritenuti allo stato dell’arte. Morale: è appena il caso di sottolineare che se i nostri rapporti con l’India dovessero deteriorarsi, le agguerritissime industrie della difesa estere sarebbero ovviamente ben felici di sostituire quelle italiane nelle commesse per l’India.

Diverse fonti interne alla Difesa, che desiderano ovviamente restare anonime, hanno fatto notare a Linkiesta che il limite di 10 km concesso ai nostri marò per spostarsi durante il periodo di libertà su cauzione comprende anche una spiaggia, e che ciò potrebbe aumentare le opzioni a disposizione per un colpo di mano già tecnicamente possibile. Tuttavia, le stesse fonti sono ben consapevoli che proprio i nostri interessi in India nel settore delle forniture militari (per tacere degli investimenti indiani da noi) rendono l’ipotesi del tutto impraticabile. Infatti, un eventuale blitz per liberare i marò avrebbe quasi certamente ripercussioni gravissime nei rapporti italo-indiani e, di conseguenza, porterebbe all’annullamento o alla compromissione a vario titolo delle commesse in corso, con la perdita anche di quelle future. In altre parole, un blitz vanificherebbe anni di sforzi in cui le industrie italiane, anche sfruttando proprio l’approccio di basso profilo nelle relazioni internazionali che l’Italia ha adottato e che oggi molti criticano riguardo alla vicenda dei militari prigionieri, sono riuscite a conquistare posizioni di rilievo in un Paese dalla forte identità nazionale come l’India che, dopo essersi faticosamente liberata dal giogo del colonialismo occidentale, mal sopporta gli atteggiamenti un po’ arroganti che talvolta gli apparati industrial-militari di alcuni Paesi mettono in campo per accaparrarsi i contratti.

Come finirà la partita è troppo presto per dirlo, e bisogna pur mettere in conto che i nostri marò possano essere condannati nel processo che dovrebbe aprirsi a giorni. Tuttavia, vale la pena sottolineare che l’eventuale condanna verrebbe da una Corte locale, quella dello stato del Kerala (uno dei 28 della repubblica parlamentare federale indiana), che non appare sufficientemente qualificato per pronunciarsi in una materia così complessa come il diritto internazionale applicato a una vicenda che vede coinvolti militari di un’altra nazione impegnati in una missione multinazionale anti-pirateria. In altre parole, l’asso nella manica italiana potrebbe essere, in caso di condanna nel Kerala, l’immancabile nostro ricorso alla Corte Suprema indiana, l’istituzione giudiziaria nazionale per eccellenza che opera in un Paese dove, occorre ricordarlo, il potere centrale ha l’autorità, conferitagli dall’art. 160 della Costituzione, di sospendere addirittura l’autorità dei singoli stati dell’Unione Indiana.

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