Sugli immigrati sembra la Lega, invece è il Labour

Sugli immigrati sembra la Lega, invece è il Labour

Non c’è “niente di reazionario” nel temere un’immigrazione incontrollata nel Regno Unito. Soprattutto ora che “la collisione tra la grande quantità di migranti provenienti dell’Est Europa e il mercato del lavoro britannico è diventata pericolosa. Il partito ha sbagliato”.

L’ammissione di Ed Miliband arriva in un’intervista al Guardian. Il mea culpa si riferisce alle frontiere spalancate dal governo laburista dopo l’allargamento della Ue nel 2004, rinunciando al prudente regime transitorio adottato da altri paesi. Conservatori e ultradestra battono sul tasto da anni: sarebbe stata la linea morbida dei laburisti, dicono, a incentivare gli arrivi a valanga, in primis dalla Polonia, fino al record del 2010: 252mila ingressi.

Ritmi che permettono all’attuale ministro Tory per l’immigrazione, Damian Green, di approssimare per eccesso: “Sotto il Labour, il saldo migratorio è cresciuto di 2.2 milioni”. Lo stesso ex ministro laburista John Denham, del resto, mette nero su bianco l’errore. Denham si appella alle “stime sbagliate” fornite al Governo, che avrebbero generato lo scompenso di fondo tra previsioni e portata effettiva del fenomeno. Ma non nasconde ritardi di comprensione e di intervento: “C’era un dibattito in sospeso. Siamo divenuti consapevoli dell’entità del problema solo nel 2005. Ci aspettavamo 15mila immigrati all’anno in tutto. Ne sono arrivati 15mila solo a Southampton (località di provenienza di Denham, ndr)”. L’errore di Denham la dice lunga sull’attendibilità delle stime redatte all’epoca: nel solo 2010 si è registrato un afflusso pari a venti volte tanto.

Al netto delle cifre, Miliband chiama direttamente in causa i governi laburisti per l’emorragia di consensi provocata dalla sottovalutazione del fenomeno, fino al tracollo elettorale del 2010. La sua sterzata sul tema non ha nulla di casuale. Un recente sondaggio curato da Policy Exchange rivela che le probabilità per il Labour di attrarre nella sua orbita gli elettori indecisi si giocano principalmente all’incrocio tra le politiche di sostegno ai lavoratori britannici e la severità sugli ingressi di lavoratori stranieri nel Regno Unito.

L’allusione al presunto spirito “reazionario “ o “bigotto” (bigot) è un affondo contro l’ex premier Gordon Brown che nell’ultima campagna elettorale si lasciò sfuggire un “vecchia bigotta” nei confronti di una pensionata che lo incalzava sul pericolo rappresentato dell’eccesso di lavoratori stranieri. Ed è una controversa affermazione dello stesso Brown, “lavori britannici per lavoratori britannici”, a fornire il contraltare per il nuovo programma.

Miliband da un lato sottolinea che non può “promettere cose che non possono essere mantenute (…) non possiamo dire lavori britannici a lavoratori britannici”; dall’altro detta le condizioni di una policy determinata dall’ascolto della working class che soffre la concorrenza della manodopera straniera.

Il segretario laburista sostiene di aver còlto quello che a Brown, nell’ansia di stemperare malumori xenofobi, era sfuggito: l’inflazione di forza lavoro non si diffonde a macchia di olio, ma colpisce il mercato delle professioni meno qualificate. Ed è lì che le linee programmatiche dei “labour a misura di crisi” andrebbero a incidere.

Nel mirino c’è soprattutto il flusso di lavoratori provenienti dall’Europa Orientale, risorsa inesauribile di forza lavoro a prezzo stracciato. È la stessa zona d’ombra cavalcata dai movimenti populisti in tutta Europa, anche se il linguaggio è un altro, e Miliband sostiene misure in linea con i principi progressisti, come la proposta di raddoppiare la multa ai datori di lavoro che scendono sotto la soglia del salario minimo garantito.

Alcune delle risposte enumerate, però, vanno incontro alla fobia per la “minaccia orientale”: l’irrigidimento delle frontiere per i prossimi sette anni, con controllo degli ingressi da paesi come la Croazia; la regolamentazione dei sistemi di reclutamento, per registrare ed eliminare pratiche di selezione “esclusive” (esempio: solo lavoratori polacchi); la fissazione di un tetto massimo del 25% per i lavoratori stranieri operativi in un’impresa. Soprattutto, il laburista vorrebbe rivedere i benefit accessibili ai cittadini non britannici, dai servizi pubblici all’inserimento nelle liste per la casa.

La svolta di Miliband, per ora, ha incassato pochi consensi. A destra i conservatori lo accusano della stessa ambiguità di Brown. Secondo il ministro dell’immigrazione Damian Green “i laburisti non pensavano che l’immigrazione fosse troppo elevata quando erano al potere, ora non pensano che debba essere abbassata (…) per questo non possono essere creduti dai britannici”.

A sinistra invece alcuni commentatori bollano come un “deprimente passo indietro” la virata del leader laburista. “Mentre Obama tenta di fare la cosa giusta per gli 800mila lavoratori illegali che operano negli States – scrive l’editorialista del Guardian Alan Travis, con riferimento alla recente maxi-sanatoria americana – Miliband cerca di posizionare i laburisti più a destra dei Tory”. 

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