E chi lavora alla Mapei dice: “Meno male che Squinzi c’è”

E chi lavora alla Mapei dice: “Meno male che Squinzi c’è”

«Squinzi? Spesso ce lo diciamo anche tra di noi: speriamo che duri a lungo». Parole di Giuseppe Todeschini, 54 anni, lavoratore della Mapei a Robbiano di Mediglia, alle porte di Milano, e rappresentante della Filcem Cgil. Il dott. Squinzi, visto dai suoi dipendenti, è una persona «seria, equilibrata e corretta». Un dirigente ideale. Con lui non si è mai dovuto cercare lo scontro: su ogni discussione, al contrario, «favorisce molto il dialogo». Anche perché «conviene molto anche a lui, ascoltare le nostre proposte e le nostre richieste». E, a guardare i dati che snocciola, sembra proprio di sì.

Ad esempio qui gli scioperi sono una cosa del secolo scorso. «L’ultimo [per contrattazioni di secondo livello] lo abbiamo fatto 16 anni fa», spiega. Tutto merito del dott. Squinzi, certo. «Lui ascolta tutti, è educato e gentile», quando passa alla fabbrica saluta, è rispettoso e questo piace. Per la cena di Natale non manca mai. «Ha fatto la gavetta», e questo è quasi un segno distintivo. Ad aiutare tutto questo, gioca anche il fatto che l’azienda va bene, anzi benissimo. «Quando sono entrato, nel 1990, eravamo in 200. Adesso siamo 550. E qui non è mai stato licenziato nessuno». Perché «non c’è la politica del “prendere e poi lasciare a casa”. I contratti, per chi entra, durano due anni, e poi si decide, sulla base delle condizioni economiche e delle prestazioni, se tenere o no il lavoratore». Perché «Squinzi non è uno che ha approfittato della flessibilità per sfruttare le persone». Perché, insomma, «qui non viviamo l’epoca Marchionne. Altrimenti avremmo fatto la fine della Fiat».

Speriamo che duri, Squinzi, dicono tra loro i lavoratori della Mapei. C’è da capirli. Il lavoro c’è, anche se «la crisi colpisce. Ma non tanto». E nel dirlo, indica i camion che trasportano sabbia e cemento fuori e dentro la fabbrica. Se poi Mapei è cresciuta, il merito è stato suo: «Crede molto nella ricerca, e grazie grazie ai suoi centri di studio, ha saputo aprirsi a nuovi orizzonti di produzione». Anche prima che la crisi picchiasse, ha cercato di entrare nelle nicchie del settore, come quella dei fluidi per piastrelle, o per mosaici, ad esempio. E sopratutto ha puntato sui paesi stranieri: «il fatturato, adesso, è 60% estero e 40% interno». Anche qui, «ha visto giusto».

Per Squinzi, in fabbrica, c’è rispetto, e stima. E sembra che l’amministratore ricambi. Sorpresi, allora, dalle affermazioni sulla spending review? «Sorpresi no. Però io diffido del modo in cui sono state riportate». Squinzi avrebbe sposato le critiche della Camusso, che aveva definito la riforma una “macelleria sociale”, aggiungendo che l’obiettivo del pareggio di bilancio sembrava «ampiamente esagerato», anche se «occorre pensare da formiche». Todeschini riflette. «Conoscendolo un poco, non è un’espressione da Squinzi, questa», giudica, ma frena «ma non vorrei entrare nel merito di quanto pensa, o di quanto voleva dire». Dopo le critiche piovute da più parti, il nuovo presidente di Confindustria ha corretto il tiro. Ma tenere a braccetto la Camusso ha fatto comunque impressione.

Del resto, in Mapei, i rapporti con i sindacati sono molto buoni, tanto da fare scuola: «Facciamo dei corsi a Milano, insieme all’Università, per mostrare come conduciamo le trattative», spiega. I lavoratori sindacalizzati, poi, sono tra i 150 e i 200. «Non si iscrivono in tanti, perché sanno che non c’è bisogno». E l’idea di mollare tutto e andare all’estero non viene nemmeno sfiorata. Insomma, si capisce che Squinzi è arrivato alla guida di Confindustria da un altro mondo, che sembra molto diverso dalla realtà di tutti i giorni degli industriali. Non è la Fiat, e non è Marchionne: la crisi picchia, ma ci si ripara. Si fa ricerca per innovare, e con i sindacati c’è accordo, «al massimo qualche screzio», ma non di più. Qui, dove tutto funziona, si può anche sperare che il capo duri a lungo.