«Senza i soldi e le armi di Obama, non sconfiggeremo mai Assad»

«Senza i soldi e le armi di Obama, non sconfiggeremo mai Assad»

Nell’anno elettorale 2012 convincere Obama ad armare i ribelli siriani si sta rivelando più difficile del previsto. Fin qui, almeno ufficialmente, la Casa Bianca s’è limitata a inviare sul terreno materiale “non letale” e agenti della Cia incaricati di approfondire la conoscenza degli insorti. Ma di consegnare armamenti al Free Syrian Army (Fsa) proprio non ne vuol sentir parlare. Ne sanno qualcosa Brian Sayers, direttore per gli affari governativi del Syrian Support Group (il braccio politico dell’Fsa), e Mazen Asbahi, suo omologo presso l’Organizzazione degli Espatriati Siriani, che in un’intervista concessa a Linkiesta contestano la reticenza del presidente, descrivono le istanze dei rivoltosi e espongono i rischi legati al mancato coinvolgimento americano.

I due gruppi premono da tempo su Washington affinché si impegni a sostenere in maniera più robusta gli insorti, ma ogni richiesta di armamenti è stata finora respinta al mittente. Eppure Sayers e Asbahi vantano curricula tipici degli insider. Oggi lobbista de facto dell’esercito siriano libero, Sayers ha alle spalle una carriera spesa nella Nato come consulente del comandante in Kosovo e come political officer nel segretariato internazionale, mentre Asbahi, un avvocato di Chicago nominato nel 2008 da Obama direttore per i rapporti con la comunità islamica della sua campagna elettorale, annovera contatti fin dentro la Casa Bianca.

«In questa fase gli Stati Uniti ricoprono in Siria un ruolo assai limitato e non partecipano quasi per niente al coordinamento dell’offensiva dei ribelli. Gli unici agenti statunitensi presenti nella regione si trovano in Turchia e forse in Giordania con il solo compito di controllare il flusso delle armi. Il ritardo dell’azione americana ha già causato la perdita di molte vite umane», ci dice Sayers senza usare mezzi termini.

Dallo scorso giugno, quando è stato assunto dal Syrian Support Group, l’ex funzionario della Nato s’è incontrato con deputati e senatori per chiarire le motivazioni strategiche ed etiche della sua attività di lobbying. A frenare gli entusiasmi del Campidoglio è soprattutto la paura (la certezza?) che tra i guerriglieri ci siano affiliati ad al-Qaeda. Emblematico – come riportato dal sito The Daily Beast – quanto accaduto un mese fa in occasione di una presentazione cui hanno partecipato i collaboratori di diversi congressisti. Durante il briefing, in molti hanno chiesto se tra i ribelli ci siano dei jihadisti. E quando Sayers ha dichiarato che la maggior parte degli insorti è favorevole a una Siria multietnica, i presenti non hanno fatto nulla per nascondere lo scetticismo.

A suo avviso però a scoraggiare la Casa Bianca sarebbero anzitutto ragioni di opportunità elettorale. «È molto chiaro: il presidente è in piena campagna di rielezione e sa bene che gli americani sono concentrati sull’economia. Inoltre il Paese è stanco della guerra», ci spiega.

Seppure con toni più concilianti, Asbahi – fellow dal 2007 presso la Leadership Greater Chicago, l’associazione che riunisce i leader più influenti della Windy City e di cui fa parte anche Michelle Obama – ribadisce gli sforzi compiuti per persuadere la Casa Bianca. «Da mesi invitiamo il governo ad assumere un atteggiamento più aggressivo. Soltanto un mutamento del rapporto di forze sul terreno può costringere Assad a lasciare il potere», ci comunica.

Secondo il quotidiano britannico The Telegraph, nell’ultimo mese il Syrian Support Group avrebbe chiesto ufficialmente all’amministrazione americana 6 milioni di dollari per pagare i guerriglieri, 1000 missili anticarro RPG-29, 500 razzi SAM-7, 750 mitragliatrici da 23mm, giubbotti antiproiettile e telefoni satellitari. Richieste che sarebbero state rifiutate. «Il Free Syrian Army non vuole che gli Stati Uniti invadano la Siria, ma ha bisogno di un supporto di intelligence vis-à-vis, di strumenti per la comunicazione e di armamenti strategici», ci riferisce Sayers.

Per Asbahi dietro alla riluttanza della Casa Bianca ci sarebbero invece calcoli diplomatici rivelatisi errati. «Obama credeva di poter raggiungere un accordo con la Russia per estromettere Assad attraverso il negoziato, ma i fatti hanno dimostrato che il dittatore non è interessato a una soluzione del genere e che forse la Russia non ha i mezzi per imporla». Fondato lo scorso dicembre, il Syrian Support Group – che accetta donazioni via PayPal – è in stretto contatto con i generali e i civili impegnati nei combattimenti e difende l’immagine internazionale del Free Syrian Army.

«Continueremo a lavorare in maniera costruttiva con le autorità americane per cercare il loro sostegno. Questa crisi non riguarda soltanto la Siria, ma l’intera regione e la posizione assunta dagli Stati Uniti potrebbe influenzare la politica estera nazionale per i prossimi 30 anni», incalza Sayers. «Il supporto degli Usa e dell’occidente in termini di logistica, di intelligence, di comunicazione e di armi accelererebbe la fine delle violenze», afferma Asbahi.

La Casa Bianca non sembra tuttavia intenzionata a modificare la propria strategia. Per Obama i soldi e gli armamenti inviati agli insorti da Arabia Saudita e Qatar – uniti al coordinamento fornito dall’intelligence occidentale – dovrebbero riuscire a imprimere una svolta al conflitto. E non importa se i frutti si avranno solo nel medio periodo. A tre mesi dalle elezioni il mantra della campagna è evitare ogni rischio. «Essere leader non vuol dire, però, adottare la posizione più conveniente», avverte Sayers, per il quale Obama sottovaluterebbe l’aspetto morale della questione. «La reputazione del presidente s’è rovinata tra gli americani che credevano si sarebbe battuto in qualsiasi parte del mondo per la libertà e in favore dei diritti umani. Mentre lo rispetterebbero se facesse sentire la sua voce in difesa degli innocenti e contro i massacri».
 

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