Silicon Valley italiana addio, le aziende pagano i ritardi del Paese

Silicon Valley italiana addio, le aziende pagano i ritardi del Paese

VIMERCATE (MONZA E BRIANZA) – Per chi arriva da Concorezzo, senza passare per il traffico della Tangenziale Est, Vimercate appare da subito con le sue Torri Bianche, complesso che si staglia nella pianura, gli edifici del divertimento e dello shopping, lascito di Valentino Giambelli, prima calciatore e poi costruttore edile e, infine, proprietario del Monza Calcio. Ma le torri sono un ingresso in stile americano per quella che è, da tutti, considerata la Silicon Valley italiana. Distretto dell’high tech, fucina dell’elettronica e centro di ricerche e studi «senza eguali al mondo», a quanto dicono. Ad esempio, proprio sotto le torri, che ospitano cinema e centri commerciali, si trova l’Alcatel-Lucent multinazionale, leader mondiale delle telecomunicazioni che ha qui, a Vimercate, il più grande presidio tecnologico dell’Italia. Conta almeno duemila dipendenti, di cui 800 sono ricercatori, e comprende tutta la catena della produzione. Una ricchezza. Eppure, già dalla fine dell’anno passato si «parlava di un piano di 700 esuberi», spiega Adriana Geppert, rappresentante della Rsu dell’azienda. «Compreso in una strategia di abbandono dell’Italia, con il ridimensionamento di tutti i presidi».

Fine del sogno americano? Non avrebbe stupito, in una Silicon Valley che si sta trasformando in un deserto. La crisi picchia duro, le grandi aziende soffrono e, insieme, il sottobosco delle piccole non trova sbocchi. L’annuncio di Alcatel si inseriva nel quadro: «il know-how è ottimo, e viene riconosciuto da tutti. Ma non c’è spazio per gli investimenti», perché per le tecnologia della comunicazione «siamo indietro, in Italia, e non c’era un piano di investimenti», continua Geppert. Un ritardo tutto del paese, che si manifesta nelle lungaggini della banda larga e ultralarga, attesa da anni e mai attuata in modo serio.

La diagnosi della Alcatel era impietosa, e insieme, una sfida. Di fronte alle pressioni del colosso, le proteste dei lavoratori e le trattative, sono intervenute le istituzioni, fino a coinvolgere il governo. E cos ì le condizioni sono cambiate: «Hanno creato un “ecosistema” favorevole», racconta Geppert. Cioè,il governo si è impegnato, nella persona del ministro per lo Sviluppo Corrado Passera, a «mettere in agenda una serie di investimenti nel mercato digitale». La protagonista, sembra, sarà Telecom.

Le garanzie del governo di istituire nuovi bandi, cui Alcatel potrà partecipare, hanno convinto i vertici di Alcatel, che hanno scelto di modificare i propri piani. Restano a Vimercate, ma chiudono Genova e Bari. E mandano 245 dipendenti in cassa integrazione straordinaria, «al termine della quale potranno scegliere se tornare in azienda o cercare una nuova collocazione, anche con i corsi di formazione della Regione». Inoltre ci sarà una riduzione nel settore delle Optics, «che sono quelle che subiscono di più la concorrenza dei cinesi». Un fatto di costi, insomma, Alcatel «ha scelto di sfidare il governo nel suo impegno di portare più attività e investire nelle tecnologie e nella telecomunicazione». E si può immaginare che, anche se i problemi restano, la storia sia finita bene. «Si può dire così. L’accordo c’è», e sorride.

Meno buona è la situazione di Bames e Sem, invece. A pochi chilometri di distanza, le cose vanno in modo «drammatico». Le parole di Claudio Cerri, segretario generale della Fiom monzese sono dure. I dipendenti delle due imprese, che appartengono al gruppo di Romano Bartolini, sono in rivolta da mesi. La crisi va avanti da anni, però. La cassa integrazione per Bames dura da sei anni, e ora sono rimasti pochi giorni. «A ottobre scade, e riguarda 330 persone». Per Sem, 120 dipendenti su 150 hanno avuto un rinvio di due anni ancora. Ma le prospettive restano buie. I sindacati hanno parole di fuoco nei confronti degli amminstratori, che «si sono dimostrati incapaci e incompetenti». Non solo una questione di crisi: le aziende promesse che avrebbero investito nel settore «non si sono viste. Hanno parlato di sei o sette imprese pronte a riassorbire i lavoratori, non se ne è vista nessuna». No, una sì: la K314, specializzata nell’informatica, è arrivata a Vimercate e ha recuperato 40 lavoratori di Sem. «Ma se non c’è un piano forte, non si va da nessuna parte». Si parla di un’area industriale di 200mila metri quadrati, che «non può essere sostenuta da aziende con unità così ridotte».

È un’area che è un mondo, e che nel susseguirsi della sua espansione, e delle aziende che la hanno popolato, racconta la storia del distretto. Quella della ex Celestica, la multinazionale canadese di componenti elettronici ed elettrici, che, nel 2000, aveva rilevato il sito della Ibm, in via Kennedy, a due passi da Velasca, frazione di Vimercate. Celestica ha lasciato il suo nome, anche se è rimasta solo quattro anni. Prima, dagli anni ’70, c’era la Ibm, la multinazionale statunitense che ha fatto crescere il distretto, la “mamma”, che accolse gli operai, creò il polo più grande d’Italia, mutò il territorio circostante con nuove aziende, quartieri per i dipendenti, un mondo nuovo, per poi diventare “matrigna”, cambiare piani e lasciare tutto.

Ma, in generale, tutta la situazione complessiva non è buona. «Le aziende soffrono i costi, e la concorrenza è più forte», spiega Giacomo Piccini, direttore del distretto “Green & High Tech”, fondazione che riunisce 90 aziende e circa 19.600 addetti. «Le multinazionali accusano i colpi: alcuni, per ridurre i costi, delocalizzano il centro produttivo, lasciando qui solo il centro di ricerca». Quello che prima era stato il filone d’oro, ora diventa la maledizione del distretto, perché lo priva di risorse e investimenti. La fondazione, di emanazione privata-pubblica, si assume il compito di creare reti e concludere incontri tra le aziende, soprattutto concentrandosi con omologhi stranieri. «Negli ultimi mesi abbiamo cercato di creare intese con altri distretti europei, come quello di Dresda, in Germania, o Lovanio in Belgio. Qualcosa è venuto fuori». Si tratta di progetti, adesioni a bandi, idee.

Intanto, a guardare i dati, si vede che le imprese, in realtà, aumentano. Nei primi sei mesi, il comune di Vimercate ha visto nascere 85 nuove imprese. In percentuale, dal 2012 al 2011, si è visto un aumento dello 0, 3%. Non tanto, ma almeno non un segno negativo. In ogni caso, a prima vista, sembrano contrastare con le tendenze negative e le crisi delle aziende. Spin off, start up, imprese nuove frutto di scorpori ed esternalizzazioni? «Sono dati strani, anche noi ci stiamo riflettendo», spiega Claudio Cerri. «Forse va notato che aumentano le imprese, ma non il numero degli occupati». E, anche se ci sono aziende che resistono, come la multinazionale St Microelectronics e pochi coraggiosi che aprono nuove imprese in piena crisi, sembra che la linfa del distretto si stia prosciugando, lasciando, della Silicon Valley, forse, solo il deserto. Per ora. 

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