Da Piazza Fontana a E.T. passando per Monicelli, Rambaldi era un genio

Da Piazza Fontana a E.T. passando per Monicelli, Rambaldi era un genio

Per creare il gorilla di King Kong, Carlo Rambaldi aveva passato giorni interi al giardino zoologico di San Diego: doveva essere insieme minaccioso, pauroso, ma anche tenero, nel profondo. Ci riuscì, e molto bene, tanto che gli valse il primo oscar, nel 1977. Steven Spielberg, lo aveva voluto per gli incontri ravvicinati del terzo tipo, impressionato dalla sua creatura. E lo richiamò per realizzare le fattezze del suo alieno più famoso, E. T.

Da lì, un altro oscar. Rambaldi, italiano in America, si muove solo nell’empireo delle sue opere artistiche e degli effetti speciali, che richiedevano profonde conoscenze scientifiche. Era maestro di una disciplina tutta nuova, la “meccatronica”, che univa elementi meccanici ed elettronici, e li impiegava in modo artistico, nei film.

Era nato a Vigarano Mainarda, in provincia di Ferrara, nel 1925. Studia da geometra e poi si iscrive all’Accademia di Belle Arti a Bologna. E poi si butta nel cinema, per lavorare negli effetti speciali. Marco Ferreri lo assolda per La Grande Abbuffata, e con Dario Argento, per il quale aveva curato gli effetti speciali di Profondo Rosso. La sua bravura lo aveva portato anche a situazioni paradossali, ma senz’altro lusinghiere, come il processo al regista Lucio Fulci, accusato di maltrattamenti nei confronti degli animali per il film Una lucertola con la pelle di donna. I cani vivisezionati nel film erano finti, autentiche creazioni di Rambaldi ma tanto simili alla realtà da chiamare in causa i magistrati. Solo con la sua testimonianza, con tanto di girato e fantocci, Fulci riuscì a evitare la condanna.

La sua collaborazione con il mondo della magistratura e della polizia non finisce, però qua. La storia del suo talento passa attraverso i momenti più tragici e gli snodi più difficili della storia della Repubblica, come il caso Pinelli. Sullo sfondo, la strage di piazza Fontana, ma il suo lavoro è servito per realizzare il manichino di Pinelli, chiesto dalla polizia per alcune perizie dopo aver riaperto l’istruttoria nel 1971. Ancora una volta, la sua abilità nella verosimiglianza lo rende la scelta più naturale.

Con le ciglia cespugliose, lo sguardo severo e il volto duro, secondo molti Rambaldi portava in sé l’impronta delle sue creature più famose, con un’apparenza inquietante ma una profonda dolcezza. E la fantasia artistica, coltivata fin dai tempi dell’immenso drago Fafner, per il film Sigfrido, esplode nel film di Spielberg, con un’idea che univa in sé la simpatia, e l’estraneità di un alieno che non doveva fare paura, ma restare diverso, lontanissimo. Spielberg raccontava che per realizzarlo, Rambaldi aveva unito i volti di Einstein, Hemingway e Carl Sandburg.

«Non è vero», ci scherzava lui. «nei primi bozzetti mi ispirai al muso di un gatto himalayano visto di fronte». E insieme, a un vecchio quadro dipinto in gioventù. «Un dipinto cubista, dove avevo raffigurato delle lavandaie con il collo allungato». L’extraterrestre più famoso del mondo del cinema risulta figlio di un gatto e del cubismo italiano. Dopo il film, anche la gloria: per gli americani, Rambaldi non è più il «craftsman» e diventa «artist».

L’orgoglio di un italiano all’estero che trova il trionfo in America, Rambaldi se lo porterà sempre nel cuore. Sarà con affetto che ripenserà agli anni trascorsi a Hollywood, sempre più lontani, quando ritorna in Italia, per vivere in un ritiro a Lamezia Terme, insieme alla moglie e alla figlia. E qui, con tutti i suoi ricordi in mano, e le magie create per il mondo, se ne va.  

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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